Wade Dooley: la torre di Blackpool

(di Roberto Vanazzi)

La notizia che Wade Dooley diventerà supervisore disciplinare dell’RFU è sicuramente il caso più improbabile di bracconiere trasformato in guardiacaccia.” (Brian Moore).

Nel rugby c’è sempre qualcuno che si prende la briga di svolgere il lavoro sporco, invisibile e senza gloria, quello in cui si danno e ricevono botte nelle maul, nelle ruck, nelle fasi statiche in generale. Per anni il seconda linea Wade Dooley ha fatto questo per i suoi compagni. In quel periodo, siamo alla fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo, quando non c’era il TMO e gli arbitri erano soli e dovevano avere occhi dietro la testa, perché i giudici di linea non erano autorizzati a intervenire, avere uno come Wade in squadra era essenziale per la propria sicurezza.

Grazie alla sua statura, Dooley ha dato il meglio di se nelle touche, dove ben pochi avversari sono riusciti a contrastarlo, ma non si può negare che sia stato anche un abile uomo di mischia. Lui ha sempre dato il massimo e non era raro vederlo continuare a spingere con il corpo incastrato dietro la schiena del pilone Jeff Probyn, anche quando le altre seconde linee si prendevano un attimo di respiro.

C’è poi da dire che Wade Dooley è stato uno dei pochi giocatori a guadagnarsi la maglia della nazionale inglese nonostante giocasse a rugby al di fuori della massima serie. Infatti, il poliziotto della Lancashire Constabulary ha indossato sempre la maglia dei modesti Grasshoppers Preston.

Wade Dooley

Wade Dooley

Nato il 2 ottobre 1957 a Warrington, nel Lancashire, Wade Anthony Dooley è stato giocatore di rugby League fino a quando, a 19 anni, ha scoperto l’Union. Il ragazzo si è accasato presso i Grasshoppers, la squadra di Preston che militava nella quarta divisione, una scelta che lo ha aiutato a svolgere al meglio il suo lavoro presso la polizia del Lancashire.

È stato proprio per il fatto di non giocare in un club di alto livello che Wade ha avuto il primo cap con l’Inghilterra solamente all’età di 27 anni. Per sua fortuna, Dooley è stato sponsorizzato dal coach della nazionale Dick Greenwood, che aveva allenato a lungo gli Hoppers e conosceva le sue qualità (Greenwood, a metà degli anni ’70, ha giocato alcune stagioni a Roma). Così, il 5 gennaio 1985 il seconda linea è entrato in campo contro la Romania, nella stessa partita in cui ha esordito Rob Andrew. Al debutto, con i suoi 202 centimetri, il ragazzo era il giocatore più alto che avesse sino ad allora rappresentato la nazionale in bianco, tanto da guadagnarsi il nomignolo di The Blackpool Tower, come l’attrazione turistica della città omonima.

La stagione 1985 è stata una di quelle che hanno visto cambiamenti radicali nel rugby inglese. Wade ha detto la sua conquistando ben 20 caps in dieci mesi. Il fatto di non avere un costante coaching in una squadra competitiva non ha certo aiutato il gigante a compiere progressi sostanziali. Lui stesso ha ammesso che i primi tre anni della sua carriera internazionale sono stati una delusione.

Nel 1986, durante una sfida per la Calcutta Cup a Murrayfield, Wade è stato colpito duro dal suo omologo in seconda linea John Beattie: “Mi ha battuto sul tempo.” Ha spiegato l’inglese: “Io avrei fatto esattamente lo stesso con lui.

L’anno successivo, la Torre di Blackpool ha acquisito notorietà per il suo coinvolgimento nel gioco violento, nella sfida passata alla storia come “la battaglia di Cardiff”. Il seconda linea è stato squalificato per una giornata a causa di un pugno rifilato al flanker avversario Phil Davies, che gli ha fratturato lo zigomo in tre punti. Per questo motivo Dooley è stato etichettato come un delinquente. Quello che viene spesso dimenticato, è che il giocatore del Preston aveva prima subito atti di aggressione da parte degli avanti gallesi. In seguito Wade si è scusato con Davies e ha ammesso: “Quello che ho fatto è inaccettabile.“.

Lo stesso anno Big Wade ha preso parte alla prima Coppa del Mondo di Rugby in Nuova Zelanda, un torneo molto deludente, in cui l’Inghilterra ha subito l’ignominia di perdere 3 a 16 contro gli odiati cugini gallesi nei quarti di finale.

Nel 1988 Dooley è stato raggiunto in seconda linea da un altro poliziotto, Paul Ackford, e questo ha avuto un grande effetto sulla sua carriera, in quanto i due sono andati a formare una partnership formidabile. Ackford era superiore a Wade per quanto riguarda il rango in polizia e spesso, per questo motivo, lo prendeva in giro. Un giorno, quando Paul è stato atterrato da un pugno del pilone argentino Federico Mendez Azpillaga a Twickenham, Dooley gli si è avvicinato e gli ha detto seccamente: “Non si impara certo a combattere stando dietro una scrivania.“.

La crescente presenza nel pack inglese ha garantito a Dooley una chiamata per il tour dei British & Irish Lions in Australia, nel 1989. Il suo grande rivale, il gallese Rob Norster, è stato scelto da Ian McGeechan per disputare il primo test match, che i Lions hanno perso. Quindi, per la seconda e la terza prova, è stato inserito nel XV titolare Wade Dooley e il suo supporto è stato fondamentale per vincere entrambe le partite, e con esse la serie. Tanto per non smentire il suo temperamento, la Torre di Blackpool ha partecipato ad una altra epica rissa, la cosiddetta “battaglia di Ballymore”, nel secondo test match. Il tutto è iniziato quando il mediano di mischia dei Wallabies Nick Farr-Jones, dopo avere introdotto l’ovale nella mischia, ha allontanato con una spinta il numero 9 opposto Robert Jones, il quale ha reagito rifilando al rivale un paio di pugni. A quel punto tutti si sono messi a darsele di santa ragione, con sugli scudi Wade, gli altri due poliziotti Dean Richards e Paul Ackford e il flanker Mike Teague.

Quel tour dei Leoni ha rafforzato la reputazione di Dooley sulla scena internazionale. La fiducia in se stesso, che ha portato a casa dall’Australia, è andata ad aumentare con l’arrivo sulla panchina inglese di Geoff Cooke, il quale l’ha fortemente ispirato. C’è da dire che, a differenza del 1985, l’Inghilterra aveva ora una squadra solida, costituita da giocatori di qualità, otto dei quali erano freschi trionfatori con i Lions. In quel periodo il XV della Rosa ha giocato un rugby davvero abbagliante, merito di una combinazione di gioventù ed esperienza. Specialista delle touche, il lavoro di Dooley è stato fondamentale per i trionfi che sono arrivati. Sotto la guida di Cooke, il pack inglese è arrivato a gestire la palla con grande sicurezza.

Rugby EnglandNel 1990 l’Inghilterra si è recata in Scozia a disputare una partita che avrebbe deciso la vittoria nel Cinque Nazioni. In palio c’erano anche la Calcutta Cup, la Triple Crown e, soprattutto, il Grande Slam. Purtroppo per loro, gli inglesi sono incappati nella determinazione di David Sole e dei suoi uomini e hanno perso 7 a 13 quella che, almeno per gli scozzesi, è diventata una gara leggendaria. Dooley in quella partita ha eguagliato il record di Bill Beaumont in quanto ad apparizioni in seconda linea.

In estate, durante il tour in Argentina, quando Jeff Probyn stava per essere coinvolto in una rissa con il pilone opposto, Dooley lo ha tirato da parte dicendogli di calmarsi e che avrebbe risolto tutto lui. Dopodiché, si è sporto verso l’argentino, gli ha fatto un gestaccio e ha aggiunto: Fuck off, Dago“. L’Inghilterra, in quella serie, ha vinto 25 a 12 la prima partita, mentre ha ceduto di due punti ai Pumas di Marcelo Loffreda nella seconda.

La stagione 1991 ha visto la squadra di Geoff Cooke conquistare finalmente il Grande Slam dopo 11 anni. Nel match d’apertura, gli inglesi hanno espugnato Cardiff a 28 anni di  distanza dall’ultima volta. La meta di Mike Teague e, soprattutto, la precisione al piede di Simon Hodgkinson, che ha infilato nell’acca 7 piazzati, hanno concesso ai sudditi di Sua Maestà una facile vittoria. La seguente sfida, a Londra, ha concesso a Dooley e compagni una dolce rivincita sulla Scozia per la batosta dell’anno precedente. La gara è finita con il risultato palindromo di 21 a 12, con ancora un grande Hodgkinson a fare la differenza. La partita di Dublino ha consegnato agli uomini di Will Carling la Triple Crown, con Rory Underwood e Mike Teague che hanno superato entrambi la linea bianca. Per conquistare il titolo, e il Grande Slam, mancava ormai solo di vincere con la Francia a Twickenham. Il 16 marzo i Blues, anch’essi a punteggio, hanno iniziato alla grande segnando una bellissima meta con Philippe Saint-André. Sono seguite le marcature di Didier Camberaberò e di Frank Mesnel, ma quel giorno gli dei del rugby tifavano Inghilterra e, nonostante i bianchi avessero schiacciato l’ovale in meta solo una volta, con il trequarti volante Rory Underwood, i calci di Hodgkinson e un drop magistrale di Rob Andrew hanno garantito loro il successo per 21 a 19.

A quel punto il XV della Rosa ha viaggiato sino in Australia e nelle isole Fiji. Dooley, purtroppo, non ha disputato i test match, perché si è fratturato la mano nella gara contro Queensland. Una volta tornato in patria, la Torre di Blackpool ha disputato la sua seconda Coppa del Mondo.

Con il Grande Slam in bacheca, e per il fatto di giocare in casa, il XV della Rosa è stato inserito tra i favoriti per la vittoria del torneo.
Nella prima gara la squadra è entrata in campo molto nervosa e la Nuova Zelanda li ha trafitti 18 a 12. Gli inglesi, però, non si sono demoralizzati e la loro fiducia è cresciuta con il prosieguo del torneo, dove hanno battuto l’Italia e gli Stati Uniti (37 a 9) e sono passati agilmente nei quarti di finale, dove hanno trovato ad attenderli la Francia. La partita si è svolta a Parigi ed è stata caratterizzata da molta violenza, con Rob Andrew colpito duro da Philippe Sella. L’Inghilterra, superiore in quanto a disciplina, ha vinto 21 a 10.
In semifinale i sudditi di Sua Maestà hanno affrontato a Edimburgo la Scozia di Gavin Hastings, Andrew è stato il match winner della sfida, quando il suo drop, dopo una tipica azione della mischia, ha messo al sicuro i bianchi inchiodando il risultato sul 9 a 6.
La finale è stata giocata a Twickenham contro l’Australia, ma, se in quel momento l’Inghilterra era la squadra più in forma al mondo, gli avversari lo erano ancora di più e avevano in David Campese una micidiale macchina da punti. I bianchi quella sfida l’avrebbero potuta anche vincere, ma proprio allora Cooke ha cambiato la tattica. Il Grande Slam e le partite sino alla semifinale erano state vinte grazie ad una squadra impostata sulla forza e il dominio degli avanti. Per la finale, però, il coach ha preferito dare spazio ai trequarti. All’inizio la folla ha creduto nel miracolo alla vista di una squadra in maglia bianca che faceva correre l’ovale con uno stile molto esuberante. La zampata letale, però, non c’è mai stata. La difesa australiana era ben disposta e i Wallabies hanno fatto loro il trofeo, grazie ad una meta del pilone Tony Daly, trasformata da Michael Lynagh, e a due penalties sempre affidati al piede dell’apertura. Gli inglesi hanno segnato punti solo con due calci di punizione di Jonathan Webb. Infine, tanto per non farsi mancare nulla, un episodio dubbio. Sul risultato di 12 a 3, Campese ha intercettato volontariamente con una mano un passaggio tra Peter Winterbottom ed un lanciatissimo Rory Underwood, fermando in quel modo una meta sicura. L’arbitro poteva punirlo con la meta tecnica, che avrebbe di fatto riaperto la gara, ma ha concesso solo un penalty, quello che ha fissato lo score sul 12 a 6, con l’Australia a festeggiare e gli inglesi a recriminare.

Il seconda linea è stato protagonista anche nella nazionale inglese che ha conquistato il secondo Grande Slam consecutivo nel 1992. I bianchi, nell’arco del torneo, hanno stabilito un record di 15 mete realizzate e solo 4 subite. Questa volta la loro leadership non è mai stata messa in dubbio e hanno schiacciato ogni avversario con la potenza di un bulldozer: 25 a 7 a Murrayfield, 38 a 9 contro l’Irlanda, la magica vittoria di Parigi per 31 a 13 e, per finire, un bel 24 a 0 a Twickenham con il Galles, dove Dooley ha realizzato la sua prima meta internazionale.

Sempre nel 1992, a novembre, l’Inghilterra ha sconfitto a Londra il Sudafrica di Naas Botha per 33 a 16, con mete di Will Carling, Jeremy Guscott, Dewi Morris e Tony Underwood.

Notevolmente maturato con l’età, pur continuando ad indossare la maglia dei Grasshoppers Preston, Dooley, nel 1993, è stato scelto per un altro tour dei British Lions, questa volta diretti in Nuova Zelanda.
Wade avrebbe quasi certamente giocato tutta la serie se non fosse subentrata una tragedia personale: la morte di suo padre. Tornato a casa per il funerale, inspiegabilmente non gli è più stato concesso di rientrare in squadra per proseguire il tour. Al suo posto era già stato convocato un talentuoso giovane di nome Martin Johnson.

La cinquantacinquesima e ultima partita di Wade Dooley con la nazionale inglese è arrivata il 20 marzo 1993, contro l’Irlanda a Dublino, persa 3 a 17.

Nel 2007, dopo trentatré anni di servizio, Wade si è congedato dal corpo di polizia.

L’anno successivo, la RFU ha affidato a Dooley l’incarico di supervisore disciplinare. L’ex seconda linea ha assunto il compito di rilevare, tramite la prova video, le scorrettezze sfuggite agli arbitri durante i match. Come ha detto Brian Moore: “Se questa figura ci fosse stata all’epoca in cui giocava Wade, il ragazzo avrebbe speso un terzo della sua carriera sospeso.”. Anche Phil Davies, l’uomo che è finito dalla parte sbagliata del pugno di Dooley nella famigerata “Battaglia di Cardiff” ci ha riso sopra: “Almeno lui sa cos’è giusto e cos’è sbagliato.

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.


*