Tony Daly: il giorno del pilone

(di Roberto Vanazzi)

Nella finale del mondiale 1991 i Wallabies hanno giocato come l’Inghilterra, mentre noi abbiamo provato a fare l’Australia.” (Roger Uttley)

Le finali, nella maggior parte dei casi, sono partite brutte. La posta in palio è troppo importante e le squadre diventano pragmatiche; non c’è spazio per lo spettacolo. Si vedono allora difese asfissianti, battaglie campali, con il gioco statico a farla da padrone. Per questo motivo è raro che una finale sia decisa da una meta di un trequarti. Nelle sette disputate prima di quella del 2015 le ali o i centri che hanno varcato la linea proibita erano stati soltanto quattro: John Kirwan nel 1987, Ben Tune nel 1999, Lote Tuqiri e Jason Robinson nel 2003. La finalissima di England 2015, da questo punto di vista, è stata quasi un’anomalia, perché in soli 80 minuti il reparto arretrato ha eguagliato il numero di marcature delle sette precedenti; segno di un cambiamento o semplice caso? Tralasciando quest’ultima, il più delle volte la finale è stata una questione di cecchini; come dimenticare le sfide balistiche tra Joel Stransky e Andrew Mehrtens nel 1995, o quella tra Percy Montgomery e Jonny Wilkinson nel 2007. E poi i drop entrati nella leggenda, entrambi nell’extra time, degli stessi Stransky e Wilko. Due volte è successo anche che ad essere decisivo sia stato un pilone e, caso strano, entrambi di nome fanno Tony. Nel 2011 il neozelandese Tony Woodcock. Dieci anni prima, nella finale di Twickenham, l’australiano Tony Daly.

Piccolo e traccagnotto, con un po’ di ciccia attorno ai fianchi che portavano il suo peso a superare i 100 chili, non si può dire che Daly avesse un gran fisico, ma trovarsi con lui spalla contro spalla in mischia chiusa, non doveva essere molto piacevole. Tony vanta 41 presenze con i Wallabies e sarà sempre ricordato come il pilone che ha segnato l’unica meta della finale del mondiale 1991 contro l’Inghilterra. Daly ha schiacciato sull’erba al 29′, dopo una touche a pochi metri dalla linea di meta inglese, sostenuto dal collega di mischia Ewen McKenzie.

Tony Daly

Tony Daly

Nato il 7 marzo 1966 a Sydney, Anthony John Daly ha iniziato la sua carriera rugbistica tra le fila degli Eastern Suburbs, squadra che prende parte al campionato provinciale del New South Wales, per poi trasferiris al Randwick, club dello stesso campionato che ha dato i natali a campioni quali David Campese e i fratelli Ella.

Dopo avere giocato per l’under-21 australiana, nella primavera del 1989 il pilone è stato selezionato da Bob Dwyer per affrontare i British & Irish Lions, assieme a Phil Kearns, che allora era soltanto il secondo tallonatore del Randwick, e al diciottenne Tim Horan. Tony non ha giocato i test match con i Leoni, ma, il 5 agosto 1989, il coach lo ha fatto esordire in una sfida di Bledisloe Cup ad Auckland, schierato in prima linea con lo stesso Kearns e Andy McIntyre.

In autunno Daly è partito con la nazionale per il tour in Canada e Francia. I Wallabies erano afflitti da infortuni e si sono presentati con una squadra inesperta, soprattutto tra gli avanti, dove solo sei giocatori vantavano più di 5 caps. Così, dopo due facili vittorie in Canada, sono cominciati ad evidenziarsi i problemi con tre sconfitte nelle prime cinque sfide contro le selezioni regionali francesi.
Il 24 novembre a Strasburgo, però, ragazzi di Dwyer sono riusciti a centrare il successo nel primo test match con Les Blues. Dopo un primo tempo che ha visto i padroni di casa andare al riposo in vantaggio 12 a 10, nella ripresa i Wallabies hanno preso in mano la situazione e hanno disputato la gara perfetta, marcando mete con David Campese, Ian Williams e, due volte, con Tim Horan. Il 32 a 15 finale è la vittoria più larga che l’Australia ha conseguito con la Francia.
Per il secondo test di Lille l’allenatore dei Blues Jacques Fouroux ha cambiato buona parte della squadra e la Francia si è vendicata vincendo 25 a 19.

I Galletti hanno ricambiato la visita all’Australia a giugno dell’anno seguente, disputando tre test match. I Wallabies hanno vinto i primi due abbastanza agilmente, lasciando poi il terzo agli ospiti. È stata in questa partita, disputata il 30 giugno 1990 sull’erba del Sydney Football Stadium, che Tony Daly ha marcato la sua prima meta con la maglia della nazionale.

Una settimana più tardi, a Brisbane, il pilone si è ripetuto varcando la linea bianca degli Stati Uniti.

Tra luglio e agosto, sempre del 1990, la nazionale australiana si è recata in Nuova Zelanda per prepararsi al mondiale dell’anno seguente e giocarsi la Bledisloe Cup. Il trofeo è rimasto nella bacheca degli All Blacks, ma la squadra capitanata da Nick Farr-Jones ha dimostrato di essere in crescita. Dopo avere perso tre dei primi quattro incontri, due con Waikato e Auckland, ovvero le più forti provincie neozelandesi, e i primi due match con gli All Blacks, i Wallabies hanno reagito sino ad inanellare sei vittorie in otto gare, compreso il terzo test contro gli All Blacks a Wellington. La sfida, che ha segnato la fine della serie di 23 successi nei test match inanellati sino a quel momento dai Tuttineri, è terminata 21 a 9, grazie ad un infallibile Michael Lynagh, autore di cinque centri su sei tentativi, e alla meta nel finale di Phil Kearns.

Nel luglio del 1991 gli uomini guidati da Bob Dwyer hanno sconfitto, nel giro di una settimana, il Galles a Brisbane e l’Inghilterra a Sydney. Entrambe le squadre ospiti hanno subito pesanti passivi. I Dragoni sono stati asfaltati con ben dodici mete, per un clamoroso 63 a 6. I bianchi di Sua Maestà non hanno ricevuto un trattamento migliore. La partita è terminata 40 a 15 per i Wallabies, che hanno oltrepassato la linea bianca cinque volte, contro una sola di Jeremy Guscott.

In agosto si sono disputati due incontri con gli All Blacks valevoli per la Bledisloe Cup. I Giallo-oro si sono imposti con il palindromo 21 a 12 a Sydney, mentre gli uomini di Sean Fitzpatrick hanno vinto a Auckland solamente 6 a 3. Con una vittoria a testa la Nuova Zelanda, che era la squadra detentrice, ha potuto mantenere il trofeo per il quinto anno consecutivo.

A quel punto, Tony Daly e compagni sono partiti per l’Inghilterra per partecipare alla seconda edizione della Coppa del Mondo di rugby.

Il mix di gioventù ed esperienza messo in campo da Bob Dwyer si è dimostrato fondamentale durante tutto l’arco del torneo iridato, dove ragazzi come Tony Daly, Tim Horan, Jason Little e John Eales sono stati abilmente supportati dalle vecchie mani di David Campese, Michael Lynagh, Nick Farr-Jones e Simon Poidevin.
Schierati nel girone C, i Wallabies hanno esordito allo Stradey Park di Llanelli nel pomeriggio del 4 ottobre vincendo sull’Argentina 32 a 19, grazie alle doppiette di Campese e Horan.
Cinque giorni più tardi i giallo-oro hanno vinto con le Western Samoa, una partita durante la quale Daly è rimasto a riposo. Il pilone del Randwick è rientrato in campo il 12 ottobre a Cardiff, dove l’Australia ha sconfitto i padroni di casa del Galles con un roboante 38 a 3, condannandoli ad una uscita anticipata dal torneo di fronte al loro pubblico.

Passati ai quarti come primi classificati del girone, il 20 ottobre gli australiani hanno affrontato a Dublino l’Irlanda. È stata questa, probabilmente, la partita più impegnativa per Tony Daly e compagni. David Campese è andato oltre la linea proibita due volte. Gli irlandesi, però, sono riusciti a rimanere attaccati al risultato grazie al piede di Ralph Keyes. A cinque minuti dalla fine, sul punteggio di 15 a 12 per i Wallabies (la meta a quel tempo valeva ancora quattro punti) il XV del trifoglio è riuscito a realizzare una meta con il flanker Gordon Hamilton, dopo una bella azione in velocità. Con la trasformazione del solito Keyes l’Irlanda si è portata avanti 18 a 15. Sembrava fatta per i verdi, ma a tempo scaduto ci ha pensato Michael Lynagh a risolvere la questione, schiacciando vicino alla bandierina la meta del contro sorpasso. Al fischio finale il tabellone segnalava Irlanda 18 – Australia 19.

Il 27 ottobre, sempre al Lansdowne Road, i Wallabies si sono sbarazzati anche degli All Blacks, campioni del mondo in carica. È stato il giorno di David Campese. L’ala di origini italiane ha marcato una meta-gioiello dopo appena 5 minuti di gioco, mettendo subito le cose in chiaro. Quindi, alla mezz’ora circa, ha regalato ai tifosi un vero capolavoro, quando, dopo essersi portato a spasso la difesa avversaria, ha concesso a Tim Horan con un grande passaggio sopra la testa la palla che il trequarti centro ha solo dovuto appoggiare oltre la linea bianca.
Dopo quei colpi da knock-out i neozelandesi non sono più riusciti a produrre nulla, se non un paio di piazzati di Grant Fox, ai quali, tra l’altro, ha risposto Lynagh alla stessa maniera. Risultato finale: 16 a 6 per l’Australia, che è approdata così all’ultimo atto.

La finale si è giocata a Twickenham; di fronte c’erano i padroni di casa dell’Inghilterra, freschi vincitori del Grande Slam. I britannici hanno tentato di sorprendere i Wallabies con il gioco alla mano anziché con la collaudata forza del pack, un cambio tattico che in seguito avrebbe portato non poche critiche al coach Geoff Cooke.
All’inizio la folla ha creduto nel miracolo alla vista di una squadra in maglia bianca che faceva correre l’ovale con uno stile molto esuberante. L’Inghilterra ha dominato il possesso nella prima parte della gara, la zampata letale, però, non è mai arrivata. Anzi, sono stati gli australiani a marcare per primi e lo hanno fatto non con un trequarti e nemmeno con un flanker, ma con il pilone Tony Daly. Si era circa alla mezz’ora e l’Australia ha vinto una touche a pochi metri dalla linea di meta avversaria. Palla portata a terra alla perfezione e messa tra le mani di Tony, maul avanzante e sulla spinta il ragazzo è andato oltre, abbracciato all’altro pilone Ewen McKenzie. Michael Lynagh ha trasformato e poi ha centrato i pali con altri due penalties, mentre gli inglesi hanno segnato punti solo con due calci di punizione di Jonathan Webb. Di mete, oltre quella di Daly, non se ne sono più viste.
Infine, tanto per non farsi mancare nulla, c’è stato anche un episodio dubbio. Sul risultato di 12 a 3 Campese ha intercettato volontariamente con una mano un passaggio tra Peter Winterbottom ed un lanciatissimo Rory Underwood, fermando in quel modo una meta sicura. L’arbitro poteva punirlo con la meta tecnica, che avrebbe di fatto riaperto la gara, ma ha concesso solo un penalty, quello che ha fissato lo score sul 12 a 6, con l’Australia a festeggiare e gli inglesi a recriminare.
Il capitano dei bianchi Will Carling ha successivamente ammesso che nel pre-partita era stato individuato come possibile anello debole degli avversari il centro Jason Little e che aveva incaricato i suoi uomini di giocare sul ragazzo. La teoria del Golden Boy inglese, però, si è dimostrata sbagliata, in quanto proprio la difesa impostata dalla coppia Little-Horan è stata alla base della vittoria dei canguri.

A quel punto l’Australia era sicuramente la migliore squadra del pianeta ovale. Nel 1992 ha prima asfaltato la Scozia in due test casalinghi, quindi, è riuscita a conquistare la Bledisloe Cup dopo un’attesa durata cinque anni.
Tony ha disputato tutti e cinque i match, i due con gli Highlanders e i tre con gli All Blacks. Con questi ultimi gli uomini di Dwyer hanno vinto le prime due sfide, anche se con margini piuttosto ristretti: 16 a 15 a Sydney, con mete di Campese e Horan, e 19 a 17 a Brisbane, grazie ad una doppietta dell’ala italo-australiana Paul Carrozza e al piede di Michael Lynagh. Nel terzo match, con la Bledisloe Cup già ben salda nella bacheca dei Wallabies, i neozelandesi sono riusciti ad imporsi 26 a 23.

In estate, grazie alla riapertura delle frontiere per la fine dell’apartheid, la nazionale australiana si è recata in Sudafrica, a distanza di 23 anni dall’ultimo tour. I Wallabies hanno vinto i tre test con le selezioni locali e poi, il 22 agosto 1992, hanno sconfitto anche gli Springboks a Cape Town 23 a 6.

L’anno successivo la Bledisloe Cup è stata aggiudicata con un solo match. La sfida è andata in scena a Dunedin e ha visto gli All Blacks vincere 25 a 10 e riprendersi il trofeo.

In agosto gli Aussies hanno ospitato gli Springboks per una serie di tre test match. Era la prima volta che la squadra sudafricana si recava in Oceania dopo il controverso tour del 1981. I Wallabies hanno perso la prima sfida a Sydney 12 a 19, ma poi hanno trionfato nei restanti due, anche se con margini piuttosto ristretti.

Tony Daly è andato di nuovo in meta il 3 ottobre 1993 a Calgary, durante la sfida con il Canada. È stata questa la sua quarta e ultima marcatura con la maglia giallo-oro della nazionale.
Lasciato il paese nordamericano, la squadra allenata da Bob Dwyer è sbarcata in Francia, dove ha affrontato i padroni di casa in due match. I Wallabies hanno perso il primo a Bordeux 13 a 16, ma si sono rifatti una settimana più tardi al Parc Des Princes di Parigi, realizzando tre mete per un ottimo 24 a 3.

La nazionale australiana del 1994 ha vinto tutte le partite che ha disputato.

La stagione è iniziata i primi di giugno, con due successi casalinghi con l’Irlanda. Quindi, il 18 giugno, è stata l’Italia del nuovo allenatore George Coste a scendere sull’erba del Ballymore Oval di Brisbane. Gli azzurri sono arrivati al giorno del match vantando cinque vittorie in altrettanti incontri infrasettimanali e anche con i Wallabies hanno sfiorato il successo. Dopo un’ora gli italiani erano avanti 17 a 13, poi è successo che Carlo Orlandi ha deciso di colpire al viso il giovane mediano di mischia australiano George Gregan costringendolo ad uscire. Il sostituto di Gregan, Peter Slattery è stato l’uomo che ha guidato l’Australia alla rimonta. Quasi allo scadere Tim Wallace, entrato in campo al posto di Lynagh, ha calciato tra i pali il penalty che ha regalato loro il successo per 23 a 20.
Il 26 giugno, a Melbourne, il secondo test tra giallo-oro e azzurri è terminato 20 a 7 in favore dei primi, anche se vi sono state alcune decisioni arbitrali dubbie, come la meta inesistente di David Campese nel finale, che hanno reso la sconfitta più pesante di quello che in realtà era.

Dopo avere vinto anche con anche Samoa, i Wallabies hanno affrontato la Nuova Zelanda il 17 agosto al Football Stadium di Sydney per disputarsi la Bledisloe Cup. La sfida è finita 20 a 16 per gli australiani, ma dopo quella volta avrebbero atteso sino al 1998 per sollevare di nuovo la famigerata coppa.

Il 1995 è stato l’anno della Coppa del Mondo in Sudafrica; quella della fine dichiarata del regime di apartheid, di Jonah Lomu che spazza via gli avversari, del drop di Joel Stransky in finale e di Mandela che abbraccia François Pienaar con addosso la sua maglia numero 6.

Tony è stato incluso nella lista dei convocati, ma a 29 anni era alla fine della sua carriera. Bob Dwyer lo ha inserito nel XV in due occasioni: con il Canada a Port Elisabeth e per affrontare la Romania a Stellenbosch. È stata questa l’ultima partita del pilone di Sydney per la propria nazionale.

L’Australia, si sa, in quel torneo è uscita ai quarti per mano dell’Inghilterra, schiantata dal drop di Rob Andrew all’80’ minuto, quando il risultato era fermo sul 22 a 22.

A quel punto Daly ha lasciato il suo paese e si è trasferito proprio in Inghilterra, dove ha firmato un contratto con i londinesi Saracens.

Il pilone è rimasto con i rosso-neri due stagioni. Poi, nel 1997, il trentunenne ha annunciato il suo ritiro dal rugby giocato ed è tornato in patria, dove ha aiutato a promuovere le Olimpiadi di Sydney del 2000.
Nel frattempo, Tony continuava a giocare da dilettante nel Manly.

Nel 2003 Daly ha avuto un’esperienza rugbistica negli Stati Uniti, tra le fila del San Francisco Golden Gate, squadra della quale è stato anche capitano e dove è rimasto una stagione, cioè, sino al suo ritiro definitivo.

Nel 2006 uno spiacevole episodio per Tony Daly. L’ex stella dei Wallabies è finita in mezzo a un’indagine dell’FBI a causa di un presunto furto a bordo di un jet della Qantas. Daly era in viaggio per le Bermuda con un gruppo di altri grandi vecchi campioni del rugby australiano, un team noto come Wallabies Classic allenato da Gary Ella, per un torneo internazionale di vecchie glorie, quando, durante lo scalo a Los Angeles, un passeggero si è lamentato per la mancanza del portafoglio e di un paio di occhiali da sole e ha accusato il pilone.
Nonostante Daly si fosse da subito proclamato innocente, l’FBI lo ha detenuto in una cella di Los Angeles per diverse ore. A Tony, infatti, era vietato l’ingresso negli Stati Uniti per avere provocato un incidente d’auto nel 2004. In seguito, non avendo trovato nulla a suo carico, l’ex nazionale australiano è stato mandato al Dipartimento per la Sicurezza Doganale e di Protezione delle Frontiere ed stato rispedito in Australia.

 

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