Stefano Bettarello: il rugby sulla pelle

(di Roberto Vanazzi)

Un vero numero 10 deve avere sicurezza e autostima, e la può acquisire solo col tempo, provando e sbagliando.” (Stefano Bettarello)

Il suo nome è scolpito nella Walk of Fame nella città di Rugby, dove nel 1823 tutto è cominciato. È stato il primo italiano a ricevere un invito dai Barbarians, il club più esclusivo e desiderato di Ovalia. È stato a lungo l’uomo che ha realizzato più punti nel campionato italiano e per la nazionale azzurra. Lui è Stefano Bettarello.

Bettarello aveva un fisico normale, diciamo pure minuto se paragonato agli standard del rugby attuale. Ad ogni modo, questo mediano d’apertura è probabilmente l’unico vero fuoriclasse nato sul suolo italico. Dominguez a parte, in Italia non si è ancora visto un numero 10 con un piede preciso quanto quello di Stefano. In diciotto anni di attività, il ragazzo ha vinto sei volte la classifica marcatori del campionato italiano e ha totalizzato qualcosa come 3229 punti, ai quali andrebbero aggiunti i 15 che aveva realizzato contro la Roma, a Treviso nel 1985, ma la partita è stata sospesa per rissa ed è stata assegnata una sconfitta a tavolino ad entrambe le compagini. Il suo record dal 1994, l’anno in cui ha appeso le scarpe al chiodo, è resistito sino al 2008, quando è stato superato da un’altra grande apertura rodigina, Andrea Scanavacca.

Persona semplice, simpatica, orgogliosa, per nulla amante del culto della personalità, come dice lui stesso, Stefano Bettarello è un grande personaggio anche lontano dal campo. Ascoltarlo mentre parla di rugby, di quello del passato, ma anche di quello del presente, sentirlo sciorinare nomi, date, aneddoti, con tutta la passione che lo ha sempre contraddistinto, mi ha fatto sentire come un bambino che si smarrisce in un libro di fiabe e non ne vuole più uscire.

Insomma, Stefano Bettarello in campo era un artista: il rettangolo di gioco la sua tela, il pallone ovale il pennello. E se proprio aveva un difetto, era quello di non chiamarsi Gareth.

Stefano Bettarello

Stefano Bettarello

Stefano Bettarello è nato il 2o aprile 1958 a Rovigo, la città più ovale di quell’enclave rugbista che è il Veneto: il Galles d’Italia. La sua, come del resto quella dei Francescato, è una famiglia dedita al rugby. Suo padre Romano è stato una bandiera del Rovigo, con il quale ha vinto ben sette campionati, mentre zio Ottorino ne ha vinti quattro con le Fiamme Oro, che allora aveva sede a Padova, e due a Rovigo.

Stefano ha esordito nella stagione 1976/77 proprio con i rossoblu della sua città, uno scricciolo di neppure 70 chili per 173 centimetri. Il Rovigo, griffato Sanson e sotto la guida di Julien Saby, era campione d’Italia in carica e annoverava tra le proprie fila campioni quali Isidoro Quaglio e Elio De Anna. Quella, però, è stata la stagione del Petrarca Padova. I rodigini sono stati in vetta alla classifica per tutto il campionato, ma proprio all’ultima giornata si sono fatti agguantare dagli uomini allenati da Guy Pardiès, autori di una rimonta strepitosa, che hanno attuato l’aggancio grazie alla vittoria nello scontro diretto allo stadio Appiani. È servito quindi lo spareggio per decretare il vincitore. A Udine, i patavini hanno vinto 10 a 9 e hanno così festeggiato il loro scudetto numero sei. La finale è stata piuttosto controversa, con due mete non convalidate ai “rovigotti” e quella del petrarchino Dino De Anna, fratello di Elio, che invece è stata decretata nonostante il giocatore avesse messo il piede fuori dal campo. È stato sul finire di questo incontro che il tifoso del Rovigo Fabio Rizzi ha perso la vita, colpito da un fulmine durante il violento temporale che si è abbattuto sulla città friulana.

L’anno successivo lo scudetto è finito nella bacheca del Treviso, sponsorizzato Metalcrom, che ha terminato il campionato con due punti in più rispetto il Rovigo. Bettarello ha iniziato allora la sua scalata verso le vette più alte di Ovalia, mettendosi in mostra come metronomo del centrocampo e vincendo la classifica marcatori con 242 punti.

Rovigo, grazie anche ai punti al piede del suo giovane mediano d’apertura, si è laureato campione d’Italia nel 1979. Sulla panchina si era seduta un’autentica leggenda, il gallese Carwyn James, già coach del Llanelli e di quei British Lions che nel 1971 avevano vinto la serie in Nuova Zelanda. Il team del Polesine ha conquistato il suo nono scudetto con sette punti di distacco sul Brescia, secondo classificato. La sua è stata una marcia trionfale, con due sole battute d’arresto, entrambe le sfide con un Treviso che sfoggiava per la prima volta il marchio Benetton.

Grazie alle ottime prestazioni sciorinate nell’arco del campionato, il 14 aprile del 1979 “il Betta” ha indossato per la prima volta la maglia numero 10 della nazionale, in una gara a L’Aquila contro la Polonia, nell’ambito della Coppa FIRA, dove i padroni di casa si sono imposti 18 a 3. Erano gli azzurri di Rocco Caligiuri, Massimo Mascioletti, Fabrizio Gaetaniello e del capitano Paolo Mariani, ma soprattutto del profetico allenatore Pierre Villepreux. In quel periodo la nazionale si confrontava con nazioni, per così dire, di secondo livello: Spagna, Romania, Marocco, Russia e Polonia. La Francia mandava la seconda squadra e gli inglesi l’under 23, anche se era un under allargata, con molti giocatori al di sopra del limite d’età. Proprio con questi ultimi Bettarello ha ottenuto il suo secondo cap un mese dopo l’esordio, a Brescia. Anche se non erano Bill Beaumont e compagni, si trattava pur sempre una squadra di tutto rispetto e l’Italia è riuscita a pareggiare 6 a 6, conquistando così il primo punto nella storia del nostro rugby contro un XV britannico. Due anni più tardi, a Padova, i nostri hanno fatto ancora meglio, sconfiggendo gli stessi avversari 12 a 7, con Bettarello a segnare l’intero score per gli azzurri. Il ruolo di apertura all’epoca non era in discussione. Stefano ha disputato undici edizioni di Coppa FIRA senza mai perdere il posto.

Il 1979 ha salutato l’arrivo della Nuova Zelanda in Italia. Non si facevano chiamare All Blacks, ma New Zealand XV, le stelle, però, erano le stesse, a cominciare dal capitano Grahan Mourie. Gli italiani hanno messo in campo tutti i loro effettivi, dal petrarchino Fulvio Lorigiola ai “rovigotti” Elio De Anna e Stefano Bettarello, dall’aquilano Massimo Mascioletti al pilone della Roma, nonché capitano, Ambrogio Bona, dai fratelli di Treviso Nello e Rino Francescato al livornese Fabrizio Gaetaniello. La sfida è andata in scena il 28 novembre al Battaglini di Rovigo e gli Azzurri, che per l’occasione giocavano in maglia bianca, hanno perso 12 a 18, il minimo scarto di sempre contro la Nuova Zelanda. Mourie non ha segnato mete, ma lo hanno fatto Murray Mexted e Bernie Fraser. I 12 punti dell’Italia sono opera della marcatura di Nello Francescato e del piede infallibile di Bettarello.

L’anno successivo gli azzurri hanno intrapreso un tour nel Sud Pacifico. È stato il primo grande tour della nazionale dopo quello storico del 1973 in Sudafrica e Rhodesia. La squadra di Villepreux, però ha ottenuto risultati inferiori alle aspettative, anche se alla fine l’esperienza è stata molto utile.
L’Italia, capitanata Ambrogio Bona, ha iniziato il tour l’11 giugno al Veterans Memorial Stadium di Long Beach, negli Stati Uniti, perdendo con i Californian Grizzlies 9 a 18.
Tre giorni più tardi gli azzurri erano a Suva, dove hanno affrontato il XV delle Fiji perdendo 3 a 16, con i 3 punti realizzati da un baffuto Bettarello. Il ragazzo ha realizzato altri 5 punti il 5 luglio sull’erba dell’Eden Park di Auckland, dove i nostri hanno subito un 12 a 30 per mano dei Junior All Blacks. Soltanto una ventina di ore più tardi un’Italia stanchissima ha giocato ad Avarua contro la nazionale delle Isole Cooke, gara anche questa persa 6 a 15. Il Betta ha realizzato un piazzato e Serafino Ghizzoni un drop.
Gli unici successi per gli azzurri sono arrivati contro le selezioni neozelandesi di Waiparapa Bush, il cui coach era un certo Brian Lochore, e di Horowhenua, e poi nella sfida che ha chiuso il tour l’8 luglio a Papete, con la neonata selezione di Tahiti, asfaltata 74 a 0.

Nel 1982 Stefano si è trasferito al Mogliano, che militava nella serie inferiore. Con lui in squadra i bianco-blu hanno centrato subito la promozione. Bettarello è rimasto con il Mogliano sponsorizzato Fido Gatto anche l’anno seguente e, grazie ai suoi tanti punti, la squadra ha vinto la pool salvezza e si è guadagnata la permanenza in Serie A.

11156121_439165709580198_3681292657543009787_nNella stagione 1984/85, Stefano è tornato in Polesine, tra le fila del Rovigo, che quella stagione si è classificato quinto nella classifica della Pool Scudetto.

Un anno più tardi Bettarello è stato assoldato dalla Benetton Treviso. Era l’epoca d’oro del Petrarca Padova. Il team, allenato prima da Lucio Boccaletto e poi da Vittorio Munari, che annoverava tra le sue fila un campione del calibro di David Campese, ha infilato un poker di quattro successi consecutivi, tra il 1984 e il 1987. Il Treviso era l’unica squadra che riusciva a tenere testa ai patavini, ma per tre volte si è dovuta accontentare di terminare la pool scudetto al secondo posto, e una volta al terzo, dietro anche a L’Aquila.

Nel frattempo, il Betta continuava a macinare punti con la nazionale. Il 22 maggio 1983, a Catania, ha deciso con un drop a 5 minuti dalla fine la gara con l’URSS, finita 12 a 10. In estate, con il Canada a Toronto, l’apertura di Rovigo ha realizzato il suo score più alto in un’unica gara: 29 punti, frutto di una meta, la trasformazione della stessa, cinque piazzati e due drop. Con questo punteggio, Stefano detiene il record del maggior numero di punti segnati in una singola gara, a pari merito con Diego Dominguez, che ne ha messi sul tabellone anch’egli 29 per due volte, con la Scozia a Roma e con le Fiji a Treviso.

Il 22 ottobre dello stesso anno, nella sua Rovigo, il mediano ha avuto l’onore di sfidare l’Australia. Era un XV stellare quello messo in campo dal coach Alan Jones. Solo per fare qualche nome: David Campese, Brendan Moon, Andew Slack, i gemelli Mark e Glen Ella, Mark Harding e Simon Poidevin. La partita è terminata 29 a 7 per gli ospiti, con mete di Mark Ella, che di quella squadra era il capitano, Mike Hawker, Brendan Moon e Steve Williams. I sette punti azzurri sono stati realizzati grazie ad una meta del flanker Gianni Zanon e ad un penalty di Bettarello.

Il 10 maggio 1986, all’Olimpico di Roma, gli azzurri hanno pareggiato 15 a 15 con l’Inghilterra. Bettarello, che ha giocato in mediana con Fulvio Lorigiola, ha siglato undici punti, frutto di tre piazzati e della trasformazione della meta di Mascioletti. Gli inglesi, nonostante fossero zeppi di giocatori che avevano da poco disputato il Cinque Nazioni, si sono presentati con il nome di England XV e non hanno voluto assegnare alla gara l’ufficialità di test.

Il 1 giugno, sempre del 1986, l’Italia ha affrontato ancora l’Australia, questa volta a Brisbane. Nella loro tana i Wallabies hanno disintegrato gli azzurri con un perentorio 39 a 18. Entrambe le squadre si stavano preparando per la prima Coppa del Mondo di rugby, che si sarebbe svolta l’anno seguente. In quella occasione Bettarello si è seduto in panchina ed è entrato in campo solo a gara iniziata, per sostituire lo “svizzero” Oscar Collodo.

Sul fronte italiano, dopo quattro anni di dominio patavino, la stagione 1987/88 ha salutato Rovigo campione d’Italia. Il campionato prevedeva la nuova formula dei play-off con finale secca e a contendere il tricolore al Colli Euganei è stato il Treviso di Bettarello, che aveva sconfitto L’Aquila in semifinale. Il 28 maggio 1988, allo stadio Flaminio di Roma, è andata in scena una sfida drammatica. A due minuti dal termine i trevigiani conducevano 7 a 3, merito di una meta e di un piazzato di Stefano. A quel punto, però, è arrivata la marcatura di Graziano Ravanelli. La famosa segnatura è conosciuta anche con il nome di “meta Brunello”. Proprio Massimo “Schinca” Brunello, infatti, quando ormai tutti si preparavano a festeggiare la vittoria trevigiana, ha raccolto l’ovale nella propria 22 e lo ha portato avanti con una folle corsa su tutto il lato sinistro del campo, per poi cederlo a Ravanelli che lo ha schiacciato oltre la linea avversaria. La trasformazione di Naas Botha ha fissato il risultato sul 9 a 7. Rovigo ha vinto il suo decimo scudetto, quello della stella.

Nel 1987 è arrivato uno dei momenti più belli per Stefano Bettarello: l’invito a giocare con i Barbarians. Il famoso club non aveva mai convocato atleti al di fuori del Cinque Nazioni e delle tre superpotenze dell’emisfero sud. I francesi hanno dovuto aspettare il 1952 per vedere un loro atleta con la maglia a strisce bianche e nere. Provate solo ad immaginare, quindi, l’emozione e l’onore che il prestigio di quella chiamata, avvenuta per lettera, hanno dato a Stefano. Lui, il primo italiano, il primo giocatore di una nazione che non faceva parte dell’International Rugby Board. La leggenda narra che nel momento in cui è arrivato a Cardiff, la ragazza alla reception dell’albergo non voleva credere che lui, con quella parlata italiana, fosse veramente un giocatore dei Baa-Baas.
La partita è andata in scena il 19 Aprile 1987 all’Arms Park, contro il Cardiff RFC. Bettarello è partito nel XV titolare, assieme a gente del calibro di Will Carling, che ancora non era diventato il Capitano Pigliatutto, ma alla sua esplosione nel mondo ovale mancava ormai poco. Sotto un cielo stranamente sereno per il Galles, il rodigino ha disputato una gara stupenda, coronata da un preciso gioco tattico e dodici punti realizzati, frutto di due penalties dalla lunga distanza, uno da 53 metri e l’altro da 48, e tre trasformazioni, delle quali un paio dalla linea di touche. Alla fine i Barbarians hanno perso 24 a 33, ma a Bettarello poco importava: aveva realizzato un sogno. Il giorno dopo i giornali parlavano solo dell’apertura italiana, arrivando a paragonarla nientemeno che a Barry John, che in Galles è come dire Dio. Grazie a lui ogni pregiudizio che i britannici avevano nei riguardi di quel rugby che non era il loro sembrava finalmente caduto. Ci sarebbe stato Grenoble, sarebbe arrivato il Sei Nazioni, ma a me piace pensare che la base da cui si è iniziato a costruire è quella prestazione di Stefano Bettarello. La scalata dell’Italia all’Olimpo del rugby mondiale è cominciata quel giorno di primavera del 1987.

Il giorno dopo la gara era il ventinovesimo compleanno di Stefano. I compagni dei Barbarians, un po’ a sorpresa, lo hanno celebrato con una torta. Will Carling gli ha affibbiato il nomignolo di Seevy, che in slang sarebbe Stefano. Ormai non c’erano più dubbi: quell’italiano era uno di loro.

Bettarello ha giocato anche la successiva sfida che i Barbarians hanno disputato con lo Swansea, vinta 30 a 17. Quindi, è stato chiamato nuovamente l’anno seguente. Nell’incontro ancora con lo Swansea ha piazzato l’ovale tra i pali con un drop all’ultimo minuto, regalando in quel modo la vittoria al Club ad inviti per 22 a 21. Con i Baa-Baas Stefano ha collezionato 4 caps e realizzato 43 punti.

Lo sport, però, non è solo fatto di soddisfazioni. Nonostante la sua classe, l’allenatore dell’Italia Marco Bollesan aveva da tempo deciso di escludere Stefano dal giro della nazionale, in quanto, secondo lui, il suo fisico minuto non era idoneo al gioco che aveva in mente. Arrivato il momento della prima Coppa del Mondo di rugby, quella del 1987, Bollesan ha pensato di portare comunque Bettarello in Nuova Zelanda, probabilmente per avere tra le proprie fila un nome famoso dopo l’esperienza con i Barbarians. A quel punto, però, la Federazione non ha concesso a Stefano un rimborso extra per potersi assentare più di un mese dal lavoro (il professionismo era ancora lontano) allora lui ha deciso di non partire. Il modo in cui era stato trattato, dopo quello che aveva dato nel corso degli anni alla maglia azzurra e al rugby italiano, non era piaciuto al ragazzo di Rovigo. Così, al suo posto in quel mondiale ha giocato Oscar Collodo.

curta-ma-sicuraIl 5 novembre 1988, a causa dell’assenza di Marzio Innocenti, Bettarello ha indossato la sua unica fascia da capitano. È successo a Treviso, nella sfida persa 12 a 18 contro l’Unione Sovietica, che in quel periodo non riuscivamo proprio a battere. Le ultime quattro sfide, infatti, erano state tutte vinte dagli Orsi dell’est.

Un mese più tardi è arrivato il giorno dell’addio alla nazionale di Stefano Bettarello. Il 3 dicembre, a Roma, l’Italia è stata battuta 55 a 6 dall’Australia, che ha concluso così il suo tour europeo. I Wallabies avevano i loro punti di forza nel nuovo skipper Nick Farr-Jones, nel solito Campese e nell’apertura Michael Lynagh, che ha sbagliato solo un calcio su dieci, quello della trasformazione della sua meta. Gli azzurri sono stati travolti da una valanga giallo-oro che ha varcato la linea di meta nove volte (tre con Campo), riuscendo ad opporsi soltanto con due piazzati di Bettarello, che ne ha sbagliati altrettanti.

Con la nazionale, il mediano d’apertura ha totalizzato 55 apparizioni e segnato 483 punti, un record in seguito superato da Diego Dominguez.

Il numero 10 si è consolato dell’addio alla maglia azzurra vincendo lo scudetto della stagione 1988/89 con la Benetton Treviso: il suo secondo titolo, dopo quello conquistato con il Rovigo dieci anni prima. La finale è stata disputata al Dall’Ara di Bologna, ancora contro i rossoblu polesani, ed è terminata con il risultato di 20 a 9. Dodici di questi venti punti sono stati realizzati dal piede di Stefano, che era affiancato in mediana da Mariano Crescenzo, dopo che, durante la stagione, con il numero 9 aveva giocato Umberto Casellato. Gli altri otto punti sono il frutto delle mete di John Kirwan e Gianni Zanon.

Nella stagione 1990-91 Bettarello ha giocato a Livorno. Quindi, è ritornato in Veneto, vestendo la maglia del Casale sul Sile, allora Record Cucine Casale. I bianco-rossi militavano in A2, ma, grazie a Stefano, è riuscita ad agguantare la promozione e a disputare anche i play-off con le squadre di serie A. Le prime due classificate dell’A2, infatti, all’epoca si scontravano con le prime due della serie superiore. Il Casale di Bettarello ha affrontato il Rovigo, perdendo sia la sfida di andata sia quella di ritorno. Secondo Stefano, però, una promozione vale quanto la conquista dello scudetto.

Stefano Bettarello ha chiuso con il rugby nel 1994. Quell’anno il Casale è retrocesso in A2, dopo un campionato deludente, e lui ha disputato solo una manciata di gare a causa di un infortunio al piede. La decisione di appendere le scarpe al chiodo è arrivata quando il Casale ha affrontato il San Donà di Piave. Il numero 10 degli avversari era un certo Joel Stransky, colui che, da lì a un anno, avrebbe regalato agli Springboks la loro prima Coppa del Mondo. La velocità di Joel ha fatto capire a Stefano che era giunto il tempo di dire basta. La sua ultima partita è stata un rovinoso 49 a 0 patito contro il Rovigo.

Nel 1998 Bettarello ha ricevuto la notizia che il suo nome sarebbe stato posto sulla Walk Of Fame della città di Rugby. Il “Sentiero della Gloria” è composto da varie tappe che hanno fatto la storia dello sport con la palla ovale, un pò come quella degli artisti a Hollywood. Si comincia con William Webb Ellis, il mitico inventore del gioco, e si passa in mezzo a tutte le leggende che hanno reso immortale questo sport. Stefano è li con loro, o meglio, la targa in bronzo di forma ovale con inciso il suo nome.

Nella stagione 2015-16, il presidente del Femi-Cz Rugby Rovigo Delta, Francesco Zambelli, ha nominato Stefano Bettarello Direttore Sportivo della squadra rosso-blu.

 

RINGRAZIO, Stefano Bettarello per la pazienza e la gentilezza nel fornire aneddoti e correggere gli errori di questa biografia.

 

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