Robin Brooke: buon sangue non mente

(di Roberto Vanazzi)

Un chilo di un All Black pesa di più di un chilo di un giocatore francese.” (Pierre Albaladejo)

Robin Brooke è il più giovane dei tre fratelli che hanno fornito un significativo contributo ai successi delle squadre di Auckland e dei New Zealand Maori negli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990. Robin, probabimente, era il meno appariscente del trio. Di certo non ha avuto lo stesso fascino di Zinzan, suo fratello maggiore di 22 mesi, con il quale ha giocato numerose volte negli All Blacks, per Auckland e per i Blues. Questo, però, non significa che anche lui non abbia avuto un ruolo chiave in tutti i XV di cui ha fatto parte. Il seconda linea, infatti, era sorprendentemente mobile negli spazi aperti e molto potente in mischia, qualità che lo hanno reso un membro prezioso di tutti i pack in nero.

Robin Brooke

Robin Brooke

Robin Matthew Brooke è nato a Warkworth, il 10 dicembre 1966. Studente del Mahurangi College, ha fatto parte della nazionale di rugby delle scuole secondarie allenata da Graham Henry. Approdato facilmente ai New Zealand Colts, nel 1987, Robin ha dovuto attendere parecchio prima di diventare titolare sia con Auckland sia con gli All Blacks. Nella squadra di club, infatti, ha dovuto battere la concorrenza del suo terzo fratello Martin, di Gary Whetton e di Mata’afa Keenan, mentre in nazionale si è trovato di fronte ancora Whetton e il prodigio Ian Jones.

Anche se in ritardo, il 6 giugno 1992 è arrivato il debutto di Brooke con la maglia nera, contro l’Irlanda a Wellington. La gara, terminata 59 a 6 per i padroni di casa, ha isto l’esordio di un altro Aucklander, il pilone Olo Brown. La partita era parte del processo di ricostruzione della nazionale neozelandese, a seguito del mezzo disastro nella Coppa del Mondo dell’anno precedente, e ha visto la presenza di molti nuovi atleti. Nonostante tutto, anche allora la convocazione di Robin è stata considerata una decisione coraggiosa. Nelle sagge mani del coach Laurie Mains, però, il ragazzo si è trasformato in un seconda linea di classe mondiale ed è diventato un appuntamento fisso negli All Blacks per i successivi sette anni, inanellando ben 62 caps e segnando 20 punti, dovuti a 4 mete.

Il suo primo match Brooke lo ha giocato al fianco di Ian Jones, di un anno più giovane di lui ma con già due stagioni di rugby internazionale alle spalle. I due ragazzi, probabilmente, non avevano la medesima classe degli immortali Colin Meads e Maurice Brownlie, ma nelle touche sono stati entrambi stelle che avrebbero brillato in qualsiasi squadra e in qualsiasi epoca. Come coppia di seconde linee essi arriveranno a battere il record di presenze della Nuova Zelanda.

La rimessa latera, però è stato proprio il settore in cui talvolta gli All Blacks hanno avuto problemi. Quando nel 1993 hanno affrontato i British Lions, Brooke e Jones sono stati in difficoltà contro gli inglesi Martin Bayfield, Wade Dooley e Martin Johnson. La serie dei tre test, comunque, è stata conquistata dalla squadra di casa con due vittorie contro una. Il primo match è stato vinto 20 a 18 dagli All Blacks , per merito di un calcio piazzato all’ultimo minuto di Grant Fox. Il secondo, invece, ha visto un netto trionfo degli uomini di Ian McGeechan, che si sono imposti 20 a 7. La terza sfida era quella decisiva. Gli All Blacks si sono rimboccati le maniche e si sono imposti per 30 a 13.

Nella stessa stagione, Brooke è stato costretto a saltare il tour di fine anno in Inghilterra e Scozia a causa di un infortunio al polpaccio, il quale si è protratto anche per buona parte del 1994 e gli ha procurato il soprannome di Footbill. Significativamente, quattro delle sei gare in cui Robin è stato assente in quel periodo sono state perse. C’era una forte convinzione, infatti, che il pack in nero avesse spesso prestazioni sotto tono quando lui  non era disponibile, tant’è che si sono compiuti sforzi frenetici per ottenere che Robin, ma anche Zinzan, risolvessero i loro infortuni in vista della Coppa del Mondo del 1995.

Il 1995 è stato l’anno della Coppa del Mondo in Sudafrica e le eventuali carenze in touche sembravano irrilevanti nel contesto dello strapotere della Nuova Zelanda. Gli All Blacks sono arrivati agilmente in finale, grazie alle mete di Jonah Lomu e ai punti messi nell’acca da Andrew Mehrtens, dove si sono dovuti confrontare con i padroni di casa. Pare, però, che proprio allora essi siano stati ostacolati da un avvelenamento da cibo. I Brooke Brothers sono stati tra i pochi a salvarsi. Robin e Zinzan Brooke, insieme al loro capitano Sean Fitzpatrick e ad una manciata di altri, erano arrivati all’hotel in ritardo e non hanno potuto bere il tè e il caffè, come invece ha fatto il resto della squadra: sembra sia stata quella la fonte della presunta contaminazione. All’Ellis Park di Johannesburg la sfida è stata vinta dagli Springboks 15 a 12, grazie al famoso drop calciato da Joel Stransky  al minuto numero 93 del secondo tempo supplementare, ma sono in molti ad affermare che quella gara avrebbero dovuto vincerla gli uomini di Laurie Mains . Da segnalare che nella partita vinta 145 a 17 contro il Giappone, durante la prima fase del torneo, Robin Brooke ha segnato una doppietta.

L’anno successivo è stato quello del riscatto per la Nuova Zelanda, ora allenata da John Hart, e Robin ha fatto parte del pack che ha giocato insieme ininterrottamente tutte e dieci le partite di quella stagione. Giusto per rifarsi della delusione del mondiale, il neonato Tri Nations è stato vinto con un record di successi del 100 per cento. Successivamente, i neri hanno trionfato per la prima volta anche nella serie in terra sudafricana, vincendo due gare e perdendone una a risultato già acquisito.

In quegli anni Brooke ha dato un grosso contributo pure nei suoi club, in NPC e in Ranfurly Shield con Auckland e, con la nascita del Super 12, nei Blues, dove sono stati conquistati i primi due titoli nel 1996 e nel ’97, battendo in finale rispettivamente gli Sharks e i Brumbies. L’unico problema di Robin era dato dal suo carattere caustico, che lo ha spesso portato a dure polemiche finite di fronte alla giustizia sportiva. Lui e Eric Rush, ad esempio, sono stati espulsi durante la finale NPC del 1994, vinta da Auckland 22 a 18 contro North Harbour, una partita diventata famosa come la “battaglia di Onewa”. Quella gara è stata la più cruenta nei 25 anni di rivalità tra le due squadre e persino l’Almanacco del Rugby ha scritto di molti atti vergognosi da parte di giocatori ben noti“. La squadra allenata dal preside di scuola Graham Henry era era piena di All Blacks: Sean Fitzpatrick, Zinzan Brooke, Robin Brooke, Olo Brown, Lee Stensness e Carlos Spencer. Altri, tra cui John Kirwan, Michael Jones, Craig Dowd e Joe Stanley, sono rimasti feritiNorth Harbour, d’altro canto, non era da meno e presentava in campo gente del calibro di Frank Bunce, Glen Osborne, Walter Little, Ian Jones, Eric Rush e Ant Strachan., atleti che non molto tempo prima avevano sconfitto la Francia, là dove gli stessi All Blacks avevano fallito. La finale in questione è stata un susseguirsi di atti intimidatori e risse e, alla fine, ben sette giocatori di entrambe le parti, tra cui Robin Brooke, si sono trovati di fronte la magistratura e hanno ottenuto una lunga sospensione.

Tornando alla nazionale, uno degli spettacoli più soddisfacenti della squadra è stato l’incredibile 43 a 6 di Wellington con cui i neri hanno schiantato i cugini australiani nel Tri Nations del 1996, una partita valutata come una delle più perfette dimostrazioni di rugby d’attacco della storia.

L’anno dopo gli All Blacks, se possibile, sono stati ancora più spettacolari, anche se alcuni osservatori hanno rilevato che essi subivano troppi punti nel loro desiderio di attaccare in ogni occasione. Naturalmente nessuno si sognava di discutere l’impressionante sequenza di vittorie, ma gli ex uomini duri della nazionale sono rimasti basiti dalle mete troppo facili che essi concedevano agli avversari.
Per quanto riguarda Robin, contro l’Argentina a giugno ha avuto l’onore di schiacciare l’ovale due volte oltre la linea, una per partita, portando a quattro il suo bottino personale. La lunga stagione si è conclusa con un tour in Gran Bretagna, una visita caratterizzata dalla vittoria per 25 a 8 all’Old Trafford di Manchester contro gli Inglesi, quelle con l’Irlanda a Dublino e con il Galles a Wembley, e nel pareggio ancora con l’Inghilterra, questa volta a Twickenham, che ha tolto loro l’onore del Grande Slam.

Durante il 1998 Brooke era ormai diventato un veterano della nazionale neozelandese ed è stato eletto vice capitano della squadra. Sembrava che, ad un certo punto egli potesse anche ereditare la fascia da Taine Randell. Proprio in quella stagione, però, la Nuova Zelanda ha subito cinque sconfitte consecutive, la peggiore serie negativa di sempre, e molti hanno ritenuto che proprio Robin abbia giocato al di sotto dei suoi standard abituali e ha fatto mancare la necessaria leadership che ci si aspetterebbe da un veterano.

Nonostante tutto, Robin ha mantenuto la maglia per il mondiale del 1999, anche se la partnership con Ian Jones era ormai sciolta (il nuovo partner era Norm Maxwell). L’ultima sua partita è stato il 31 a 43 nella semifinale contro la Francia, una delle sconfitte più disastrose nella storia dei neri, che ha decretato anche la fine dell’era di John Hart dopo quattro anni passati alla guida della nazionale. Alla fine, i profeti di sventura avevano ragione a parlare di fragilità difensiva e di tendenza a concedere inutili mete.

Uscito dal giro internazionale, Brooke è rimasto capitano dei Blues nel Super 12, nel 2000 e nel 2001, e ha giocato anche nella squadra di Auckland in NPC nelle medesime stagioni, prima di ritirarsi definitivamente alla fine del 2001. A quel punto, l’ex seconda linea è diventato proprietario di un supermarket New World nella città di Tauranga.

È del 10 gennaio 2010 il brutto episodio che ha visto Robin Brooke accusato di avere molestato sessualmente una ragazza quindicenne e di avere aggredito un ragazzo di diciassette anni accorso in suo aiuto, mentre si trovava in vacanza alle Fiji. Brooke ha chiesto pubblicamente scusa, ha dato un contributo in beneficenza e ha accettato di prendere parte a sedute per i problemi di alcolismo.

 

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