Pierre Villepreux: il vangelo secondo Pierrot

(di Roberto Vanazzi)

Il tocco francese, propagandato per secoli dai giornalisti? È un mito; nessuno ne è il depositario. La cosa principale è la dimensione cognitiva; capire meglio e più velocemente cosa sta accadendo sul terreno di gioco.” (Pierre Villepreux)

Profeta, guru, innovatore, gli aggettivi si sprecano per Pierre Villepreux, un uomo che ha fatto dello sport con la palla ovale una forma d’arte e il cui nome è spesso associato al fascino del rugby francese. Sul campo Villepreux si alternava nel ruolo di mediano d’apertura ed estremo, abbastanza buono da guadagnare 34 presenze in nazionale tra il 1967 e il 1972. Tuttavia, pur essendo stato un giocatore di discreta fama, è stato in qualità di allenatore lungimirante che ha cementato il suo status di figura iconica all’interno di Ovalia.

Pierre, o Pierrot, come qualcuno lo ha soprannominato, ha un passato italiano da allenatore; degli azzurri dal ‘ 78 all’ 81 e a Treviso, con tanto di scudetto nel 1992. Assistente di Jean-Claude Skrela alla guida della nazionale francese, con il quale ha raggiunto la finale del mondiale 1999, Villepreux è stato il primo uomo in Francia a sostenere la tesi del rugby totale, un gioco in cui l’estremo non è solo l’ultimo difensore ma il primo attaccante e dove tutti i XV in campo dovrebbero lavorare come terze linee. Sostenitore del gioco alla mano, per lui il rugby deve essere veloce, senza pause, dove i raggruppamenti sono soltanto un noioso incidente di percorso all’esecuzione di un’azione che dovrebbe essere senza soluzione di continuità. La sua filosofia è sempre stata quella di un rugby più spettacolare a prescindere dal risultato, nel quale le doti tecniche sono più incisive della semplice potenza fisica e dove il giocatore deve sapersi posizionare in campo con una lettura del gioco superiore a quella tradizionale; la famigerata “dimensione cognitiva”.

Pierre Villepreux

Pierre Villepreux

Jean-Pierre Villepreux è nato il 5 luglio 1943 ad Arnac-Pompadour, un comune francese situato nel dipartimento della Corrèze, nella regione del Limosino.

Figlio di un rugbista, Villepreux ha iniziato la sua avventura ovale nella squadra del liceo di Pompadour. D’altronde, all’epoca il rugby era l’unico divertimento nel paese. Più tardi il ragazzo è entrato nelle giovanili del Brive, il principale club del dipartimento, esordendo in campionato come mediano d’apertura nel 1963.
Ad un certo punto Jean-Pierre è stato spostato nel ruolo di estremo su richiesta del presidente del club, in modo da lasciare la maglia numero 10 ad un atleta più giovane appena giunto in squadra. È stato lì che il talentuoso francese ha smesso di calciare l’ovale con la punta del piede per adottare la tecnica di collo, alla maniera dei calciatori, fatto questo che gli ha permesso lanci più profondi e precisi.

Nel 1965 il Brive è arrivato a giocarsi la finale del campionato francese, perdendo 8 a 15 contro l’Agen allo stade de Gerland di Lione.

Intanto, Pierre si è laureato all’Insep ed è diventato professore associato di educazione fisica, presentando una tesi sul movimento del giocatore di rugby; 300 pagine piene zeppe di statistiche complesse e fasi di gioco.
Proprio nel 1965, a causa del suo lavoro di insegnante, Villepreux si è trasferito a Tolosa. Accasatosi presso il locale club di rugby, l’estremo vi ha trascorso il resto della sua attività agonistica.

Il 26 marzo 1967 l’allora allenatore Jean Prat, il primo uomo a ricoprire tale incarico in Francia, ha fatto esordire Villepreux in nazionale in una sfida con l’Italia a Tolone. Erano gli azzurri di Marco Bollesan e Giorgio Troncon e dopo questa partita, terminata 60 a 13 per i padroni di casa, l’Italia non sarebbe stata più invitata a giocare in Francia sino al 1997.

Un mese più tardi Pierrot ha disputato il suo primo Cinque Nazioni, scendendo sull’erba del Lansdowne Road, dove gli uomini di Prat hanno sconfitto l’Irlanda 11 a 6 e conquistato il titolo.

A giugno Pierre ha preso parte con la nazionale ad un tour in Sudafrica. L’estremo ha disputato uno dei quattro test match, a Bloemfontein, dove, pur perdendo, ha fatto registrare i suoi primi tre punti internazionali con un piazzato. La Francia capitana da Christian Darrouy ha perso due incontri, ne ha vinto uno e pareggiato il quarto.

Il 25 novembre 1967, a Colombes, il ragazzo di piazzati ne ha messi tra i pali tre alla Nuova Zelanda, anche se alla fine gli All Blacks di Brian Lochore si sono imposti 21 a 15.

Nel 1968 Jean Prat ha ceduto la panchina della nazionale a Fernand Cazenave, il quale ha conquistato subito il primo Grande Slam francese.
Villepreux ha disputato una sfida del torneo, quella di Parigi con i verdi d’Irlanda, contribuendo alla vittoria per 16 a 6 con un piazzato e con le trasformazioni delle mete di André Campaes e Benoit Dauga.

Il 5 maggio successivo l’estremo di Pompadour ha marcato la sua prima meta con il Galletto sul petto, durante una partita contro la Cecoslovacchia a Praga.

In estate la nazionale francese si è recata in tour nell’emisfero australe, sfociato in quattro sconfitte, anche se onorevoli, in altrettanti test match: tre con la Nuova Zelanda e una con i Wallabies. Il bilancio di Pierre è stato di 11 punti, tra cui un piazzato messo tra i pali degli All Blacks da oltre 65 metri, un’impresa mai realizzata in precedenza. Grazie a questa sua abilità nei calci dalla lunga distanza, il ragazzo era stato contatto da una squadra di football americano, ma lui ha rifiutato di trasferirsi negli Stati Uniti.

Nel 1969 Pierre ha giocato tre partite del Cinque Nazioni (ha saltato soltanto quella contro la Scozia) con la Francia che ha terminato all’ultimo posto, subendo tre sconfitte e un pareggio con il Galles.

Il 12 maggio, sempre del 1969, l’estremo ha disputato la finale del campionato francese in una sfida che ha visto il Tolosa perdere 9 a 11 contro l’Union Bordeaux Bègles. Di quei nove punti, sei sono stati realizzati da Villepreux.

Dopo avere sfiorato il whitewash l’anno precedente, nel 1970 la Francia è arrivata in cima alla classifica del torneo, anche se a pari merito con il Galles. Les Blues, che hanno perso la loro unica partita proprio a Cardiff, hanno realizzato una migliore differenza punti, ma all’epoca questo non contava. Villepreux nell’arco del torneo ha totalizzato 14 punti, tutti contro l’Inghilterra, tra i quali l’unico drop da lui realizzato con la nazionale.

L’anno successivo la squadra di Christian Darrouy ha vinto una partita con la Scozia, ha perso di nuovo con il Galles, squadra che stava cominciando il suo periodo d’oro, e ha pareggiato le restanti due sfide. Pierrot è sceso in campo in tutte le gare, realizzando la sua seconda meta internazionale agli Highlanders, sull’erba dello Stade Olympique Yves-du-Manoir, a Colombes.

In autunno l’estremo ha giocato due sfide casalinghe con l’Australia. I Wallabies stavano vivendo un periodo di scarsi successi, ma in Francia sono riusciti a strappare la vittoria nel primo test, il 20 novembre a Tolosa. Una settimana più tardi a Parigi è stata un’altra storia. Villepreux, proprio quel giorno, ha siglato ancora 14 punti, grazie a quattro penalties e alla trasformazione della meta di Victor Boffelli. La sfida, alla fine, ha visto Les Blues imporsi 18 a 9.

Il 1971 è terminato con la sfida alla Romania a Beziér, dove l’estremo del Tolosa ha fatto registrare 15 punti, ovvero lo score più alto della sua carriera internazionale.

Questa carriera è finita nel 1972. La Francia ha vinto solo con l’Inghilterra durante il Cinque Nazioni, con il punteggio record di 37 a 12, partita in cui Pierre ha calciato tra i pali una punizione e cinque trasformazioni, per un totale di 13 punti.

A giugno la nazionale francese ha intrapreso un tour in Australia. Si è trattato di un ottimo tour; la squadra capitanata da Walter Spanghero ha vinto tutti i sette incontri con le selezioni locali, quindi, ha pareggiato il primo test match al Cricket Ground di Sydney.
Il 25 giugno 1972, a Brisbane, è andato in scena il secondo test match. Les Blues sono riusciti a sopravanzare i padroni di casa per un solo punto, 16 a 15, con Villepreux che ne ha realizzati due grazie ad una trasformazione. È stata questa l’ultima partita internazionale dell’estremo del Tolosa.

Jean Villepreux ha giocato 34 volte per la nazionale francese, totalizzando 166 punti.

Tra aprile e ottobre del 1972 Jean-Pierre Villepreux è stato invitato tre volte a scendere in campo con i Barbarians, unico giocatore non britannico della squadra. Con i Baa-baas Pierre ha affrontato Cardiff, Newport e il XV della Cambridge University, realizzando un totale di 14 punti.

Villepreux si è ritirato definitivamente dal rugby giocato nel 1975, l’anno in cui ha detto addio al Tolosa.

A quel tempo, un giocatore di rugby in pensione spesso decideva di comperare un bar. Pierre no; lui ha preferito rimanere nel rugby ed è partito in direzione di Tahiti, perché, secondo lui, per diventare un vero allenatore era necessario iniziare dal basso. Così ha scelto un’isola dove il rugby non esisteva nemmeno, riuscendo a suscitare interesse.

Nel 1978 Pierre si è preso cura di una squadra in divenire come quella italiana. L’ex estremo ha firmato un contratto con un ingaggio annuo, allora molto alto, di trenta milioni di lire.
L’esordio sulla panchina azzurra è datato 24 ottobre 1978, al Battaglini di Rovigo, dove a sorpresa l’Italia ha sconfitto l’Argentina 19 a 6; un squadra, quella capitanata dal leggendario Hugo Porta, che soltanto la settimana precedente aveva pareggiato 13 a 13 a Twickenham. Mete di Rino Francescato e Serafino Ghizzoni, oltre ai calci dell’apertura Loredano Zuin.

Con gli azzurri Pierrot ci è rimasto tre stagioni conseguendo buoni risultati, tra i quali spiccano, oltre la vittoria sui Pumas, un pareggio 6 a 6 contro la forte under 23 inglese,  conquistando così il primo punto nella storia del nostro rugby contro un XV britannico, e un’onorevole sconfitta 12 a 18 con gli All Blacks del grande capitano Graham Mourie, il 28 novembre 1979 a Rovigo. Si tratta del miglior risultato di sempre conseguito dai nostri con la Nuova Zelanda, anche se la federazione neozelandese non ha concesso a questa gara l’ufficialità. I 12 punti azzurri sono opera della marcatura di Nello Francescato e del piede infallibile di Stefano Bettarello.

Seguendo un’idea di Pierre, in quel periodo la FIR ha organizzato corsi di formazione per tecnici di base.

Villepreux è tornato in Francia nel 1981, prendendo residenza a Tolosa, dove ha ripreso il suo lavoro di insegnante di educazione fisica in un liceo, intraprendendo un progetto integrato di sport e studio che avrebbe regalato alla Francia numerosi atleti di livello nazionale e internazionale. Proprio grazie al suo lavoro il “profeta del rugby totale” ha potuto passare molto tempo a pensare, parlare di tattiche e raccogliere idee che in seguito ha messo in pratica sulla panchina della squadra in cui aveva militato da giocatore, lo Stade Toulousain.
Con i rosso-neri Pierre ci è rimasto otto anni, conquistando tre titoli nazionali: nel 1985, 1986 e 1989.

La sua avventura a Tolosa è terminata nel 1990 in modo un po’ triste. I giocatori hanno male accettato di essere messi in competizione e lo hanno criticato per il semplice fatto che il coach non amava partecipare alle celebrazioni del terzo tempo; lui che si è sempre rifiutato di «diventare squallido solo per divertimento“.

Pierrot è così partito nuovamente per all’estero, perché nessuno in patria voleva i suoi servigi. Peccato per la Francia, ma non per l’Italia. Il guru, infatti, nel 1990 è approdato nella Marca per allenare il Benetton Treviso.
A tal pro, desidero citare un aneddoto raccontato dallo scrittore e giornalista trevigiano Gian Domenico Mazzocato, al quale si deve anche il titolo di questa biografia:

“Il vangelo secondo Pierrot.
Io ho avuto il privilegio di vedere come il verbo si incarnava in prassi.
Ai primi di agosto ’90 (mi pare, forse fine luglio) Pierre tenne il suo primo allenamento trevisano negli impianti della Ghirada.
Aveva davanti una squadra che era stata battuta qualche settimana prima da Milano in una finale parmense (al Tardini, anche qui mi pare, perdono, cito a braccio).
Treviso era intimamente convinta che Milano fosse una montagna impossibile da scalare.
Era il clima che si respirava: il destino di essere secondi.
Pierre attese, in uno spogliatoio in cui erano ammassati giocatori di prima e seconda squadra e l’under 21, che tutti si cambiassero.
Un silenzio strano e inusuale, data la situazione.
Sicché fu possibile sentire attraverso la porta aperta la brevissima frase che il guru francese disse: “io non ho molto da insegnarvi: Come si fa ad arrivare secondi, lo sapete già da soli. Io vi insegnerò quel poco che basta per arrivare primi”.
E li mandò tutti in campo.
Non esagero: saranno stati una sessantina di giocatori. Una confusione incredibile.
Lui cominciò a girarci in mezzo, a distribuire palloni, a impostare movimenti e, penso, strategie per piccoli gruppi.
Così sul campo proprio davanti agli spogliatoi andarono in scena tante partitelle, apparentemente senza capo né coda.
Pierre mescolo e rimescolò nella testa dei giocatori l’idea fissa del ruolo e delle abilità specifiche.
Si spiegò con noi giornalisti alla fine.
Voleva
1) Un assoluto reset mentale (perfino culturale)
2) Un saper fare tutto da parte di tutti.
Una grande lezione.
(Gian Domenico Mazzocato)

Il Profeta con quei ragazzi, nella stagione 1991-92, ha vinto il campionato di Serie A1.

I bianco-verdi, per la verità, non avevano brillato molto durante la regular season; erano arrivati quinti, a sette lunghezze dalla capolista Amatori Milano,squadra stellare con la quale avevano perso entrambi i match di andata e ritorno, anche se per pochi punti.
Il quinto posto ha comunque regalato ai trevigiani la partecipazione ai play-off, dove prima si sono sbarazzati del Petrarca nei quarti e poi proprio i milanesi in semifinale; una dolce vendetta, con vittorie sia a Treviso sia a Milano.

La finale è andata in scena il 6 giugno 1992 al Plebiscito di Padova, contro il Rovigo targato Lloyd Italico, che aveva nel sudafricano Naas Botha un campione di assoluta grandezza. Il primo tempo è stato vissuto sull’equilibrio; intenso, ma non divertente. La squadra della Marca è andata in meta dopo un “in avanti” del Rovigo, ma l’arbitro non l’ha concessa trascurando un sacrosanto vantaggio. A fare la differenza sono stati i calciatori: Botha da una parte e il fresco campione del mondo australiano Michael Lynagh dall’altra. Poi, in pieno recupero, è arrivata la meta del Treviso con la terza centro Fabio Coppo, che ha sfruttato la spinta della mischia.
Nella ripresa il Benetton è entrato in campo con un altro piglio (chissà cos’avrà detto Villepreux ai suoi ragazzi negli spogliatoi). Cinque minuti di rugby champagne, con l’ovale che viaggiava di mano in mano per la meta del compianto Raffaele Dolfato al 2° minuto e di Lynagh tre minuti più tardi. Quella dell’australiano è stata una meraviglia per gli occhi. Pallone a terra recuperato da Leandro Manteri, il quale è indietreggiato e ha fatto ripartire l’azione passando a Stefano Rigo. Questi si è lanciato in avanti, con la squadra che si è schierata con un sostegno perfetto. L’azione non è mai morta e si è chiusa addirittura in quarta fase, con l’ovale che volava da una parte all’altra del campo, velocissima, con diciassette incredibili passaggi, proprio come l’allenatore di Pompadour andava insegnando; finché Lynagh ha schiacciato oltre la linea proibita nei pressi della porta. Sul 20 a 9 sembrava finita, ma a 12 minuti dal fischio finale il Lloyd si è rifatto sotto con una marcatura di Massimo Brunello. I trevigiani hanno rivissuto i fantasmi della finale del 1988, quando proprio il Rovigo li aveva beffati a due minuti dal termine con la meta di Graziano Ravanelli, meglio conosciuta come “meta Brunello”. Ma è stato un attimo. In pieno recupero i bianco-verdi hanno marcato nuovamente con Michael Lynagh per il 27 a 18 finale.
Il Benetton ha vinto meritatamente, con quello spirito di ricerca dello spettacolo che ha cercato di inculcare Pierre Villepreux, l’uomo che ha trasformato il prosecco in champagne.

Dopo la vittoria-scudetto, però, Pierre ha lasciato la Marca ed è tornato ancora in Francia, a Limoges, dove nel 1994 ha guidato un team di 2° divisione.

Nel 1995 Villepreux è stato contattato dal nuovo coach della nazionale francese, Jean-Claude Skrela, il quale gli ha chiesto di affiancarlo in qualità di vice allenatore, nonché membro del comitato di selezione. I due hanno cominciato il lavoro di preparazione per la Coppa del Mondo del 1999 in Galles, anche se, in realtà, era il 57enne del Corrèze a suggerire gli schemi e ad individuare i punti deboli nel gioco avversario.

Sotto la guida del tandem Skrela-Villepreux è arrivata la prima sconfitta della Francia con gli azzurri guidati da Georges Coste; la famosissima, almeno per chi abita da questa parte delle Alpi, partita del 1997 a Grenoble.

I due allenatori si sono rifatti ampiamente due anni più tardi, quando hanno condotto Les Blues alla finale della Coppa del Mondo.
In semifinale il gioco champagne predisposto da Villepreux ha ubriacato i favoritissimi All Blacks, con chiusure e attacchi scintillanti che hanno confuso gli avversari. Studiando i neozelandesi, Pierrot aveva visto che loro erano molto forti quando si giocava vicino al pack, così ha allargato il gioco, rendendo difficile il recupero. L’assistant coach francese ha fatto giocare i propri trequarti molto stretti in linea, mettendo in crisi gli All Blacks con calci di scavalcamento che hanno aperto falle nella loro difesa; una difesa che per natura non è mai stata abituata a subire. I Galletti hanno fatto correre i Tuttineri e questi, alla fine, hanno ceduto. Come ha detto lo stesso Villepreux: “Con una grandissima difesa, chiusi i loro varchi e aperta la loro retroguardia, è stato facile infilarli”. Agli All Blacks non è bastato neppure Jonah Lomu, nonostante il gigante abbia superato due volte la linea di meta spazzando via uomini com’era solito fare, e nonostante avessero chiuso il primo tempo in vantaggio 24 a 10. Nella ripresa la Francia ha costruito la sua rimonta con tre mete nel giro di 18 minuti, tutte per mano dei suoi trequarti, e alla fine della partita il tabellone segnalava 43 a 31 per la squadra transalpina.

Una Francia a corto di vapore nella finale ha ceduto all’Australia, ma lo status di Villepreux come uno dei più geniali allenatori della sua generazione era già stato assicurato.

Dopo la finale della Coppa del Mondo Villepreux ha lasciato anche l’attività tecnica. A quel punto il guru ha ricevuto dalla Federazione Francese l’incarico di Direttore Tecnico Nazionale, diventando praticamente responsabile della formazione, del settore tecnico, dello sviluppo, dei rapporti internazionali e del rugby femminile. Tale ruolo in seguito lo avrebbe rilevato il suo alter ego Skrela.
Sotto tale veste Pierre ha lottato per sostenere la necessità dell’educazione alla disciplina sportiva fin dai primi anni di scuola e il corretto riposizionamento della formazione verso l’alto livello. Per tale scopo, l’ex estremo ha partecipato e promosso diverse conferenze e iniziative di carattere didattico.

Nel 2003 Villepreux è diventato Consigliere del Board per lo sviluppo del rugby in Europa. Il suo scopo era quello di avvicinare il tasso di competitività dei Paesi di seconda fascia con le squadre partecipanti al Sei Nazioni, un ruolo che Pierrot equilibrava con un lavoro nei media francesi.

Più o meno in quel periodo Pierre ha realizzato in Francia lo Stage “LPM – Le Plaisir du Mouvement”, dedicato ai giovani rugbisti. Il Profeta ha esportato (o importato, a seconda da dove si guarda) il suo verbo anche in Italia, con il nome di “AKKA- Rugby A.S.D.”.

Conoscenza, Capacità, Competenza, questi sono i talenti di Pierre, tutti con la C maiuscola. E ce ne pure un altro, sempre con la C, ed è il Compromesso, quello a cui lui non è mai sceso, né con se stesso, né con gli altri.

Una volta gli è stato chiesto cosa avrebbe fatto senza di rugby, Villepreux ha risposto senza esitazione: “il giornalista”.

 

RINGRAZIO Gian Domenico Mazzocato, scrittore, giornalista e, spero, amico, per l’aneddoto che ci ha regalato e per il titolo di questa biografia.

 

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