Peter Winterbottom: forza e determinazione

(di Roberto Vanazzi)

Peter è un uomo scolpito nella pietra.” (Dick Best, ex allenatore)

Il Wall of Fame è costituito da una serie di placche inserite sulle pareti del World Rugby Museum di Twickenham e serve ad onorare i miti e le leggende del rugby che hanno calcato l’erba dello stadio londinese. Caratteristica essenziale per fare parte del muro è che ogni atleta deve avere avuto un impatto notevole in questa Casa del Rugby. Nato per mano di Martin Johnson nel 2005, conta la presenza di 100 personaggi. Gli inglesi, naturalmente, sono la maggioranza, ma non mancano gli ospiti stranieri, tra cui anche tre italiani, Diego Dominguez, Alessandro Troncon e Massimo Giovanelli. Su quel muro trova posto anche la placca dedicata all’open-side flanker Peter Winterbottom.

Un baluardo, una roccia difensiva, Peter Winterbottom è sempre stato coraggioso nei contrasti e duro come il ferro. Le sue performance ed il suo impegno hanno giocato un ruolo chiave nell’Inghilterra dei primi anni ’90, quando la squadra ha vinto due volte il Grande Slam e ha raggiunto la finale di Coppa del Mondo.

Peter Winterbottom

Peter Winterbottom

Peter James Winterbottom è nato a Horsforth, il 31 maggio 1960. Studente presso la Rossall School, a 16 anni ha giocato per la Lancashire School e, in seguito, è stato il numero 8 degli England Colts, prima di diventare un flanker. In questo ruolo, nel 1981, il ragazzo ha fatto parte dell’Inghilterra B contro i pari livello della Francia.

Giocatore degli Headingley di Leeds, Peter ha debuttato con il XV della Rosa nel 1982, quando aveva 21 anni. Gli avversari erano i Wallabies, il campo quello di Twickenham e l’esordiente ha mostrato da subito l’energia, il tackle feroce e la determinazione che sarebbero stati il suo marchio di fabbrica negli anni a venire, tanto che ben presto è stato paragonato ad un altro flanker biondo di capelli, il francese Jean-Pierre Rives. Il match ha visto la vittoria inglese per 15 a 11 ed è stato reso memorabile dalla corsa a seno nudo sul terreno di gioco di Erica Roe, nota anche come The Twickenham Streaker. Con lei c’era anche l’amica Sarah Bennett, meno nota in quanto decisamente meno procace rispetto la Roe.

Dopo due stagioni, nelle quali la nazionale inglese è stata piuttosto deludente, nel 1983 Winterbottom ha ricevuto la convocazione per il tour in Nuova Zelanda dei British & Irish Lions. Giusto un anno prima il flanker aveva affinato la sua formazione rugbistica con il club neozelandese di Hawke’s Bay quindi, con quel tour, ha assaporato la possibilità di giocare di nuovo dall’altra parte del mondo, dov’era stato molto apprezzato dai tifosi e anche dagli allenatori. Con i Leoni Peter ha disputato 12 delle 18 partite della tournée ed è comparso in tutti e 4 i test match. Grazie alla sua aggressività, è stato una delle poche stelle di quel tour. I rossi allenati dallo scozzese Jim Telfer, infatti, sono stati umiliati  dagli All Blacks di Andy Dalton con un secco 4 a 0 nella serie.

Tornato in patria, il biondo yorkshireman ha giocato uno dei tornei peggiori della storia del team inglese. Il XV di Sua Maestà ha subito 3 sconfitte e si è salvato dal whitewash solo grazie al pareggio 13 a 13 a Cardiff.

Nel 1984 il flanker è partito per una tournée in Sudafrica, dove, ancora una volta, l’Inghilterra ha perso entrambi i test match con risultati pesanti.

In seguito, alcuni infortuni hanno ostacolato la carriera di Peter. Per questo motivo, nella stagione 1985, il ragazzo non è stato preso in considerazione né dal coach Dick Greenwood né dal suo sostituto M.J. Green. Tuttavia, la sua sete di rugby internazionale era così forte che nel 1986 era già in campo per affrontare il Cinque Nazioni, dove i bianchi hanno vinto le due gare interne e perso quelle in trasferta.

L’anno seguente ecco il viaggio down-under verso la prima Coppa del Mondo di Rugby. Purtroppo, anche stavolta l’Inghilterra ha deluso parecchio. Arrivata ai quarti di finale, la squadra allenata da Martin Green ha subito una dura lezione dai “cugini” gallesi, che hanno vinto con un netto 16 a 3. Questa è stata ampiamente riconosciuta come la peggiore partita del torneo, con il XV della Rosa persino imbarazzante da guardare.
Per quanto riguarda Winterbottom, c’è da segnalare la sua prima e unica doppietta della carriera, quella contro gli Stati Uniti nella gara vinta 34 a 6.

peter-winterbottomAlla fine degli anni Ottanta l’Inghilterra del rugby ha cominciato finalmente a fiorire, grazie al lavoro del nuovo coach Geoff Cooke. Peter Winterbottom, però, è stato tenuto sempre sotto pressione dal suo pari ruolo del Bath Andy Robinson, che, come lui, era un flanker mobile e molto competitivo. Nella stagione 1988-89 Peter è comunque passato dalla sua amata Headingley ai più famosi Harlequins e questo ha indubbiamente elevato il suo profilo. Sfortunatamente, egli non ha potuto partecipare al tour dei Lions in Australia del 1989 a causa di un infortunio.

Al suo rientro in campo, dal Cinque Nazioni 1990, sino al ritiro nel 1993, l’atleta di Horsforth è stato sempre presente nel XV della propria nazionale. Quel periodo, sotto la guida di Geoff Cooke e di capitan Will Carling, è stato ricco di successi per il rugby inglese, una squadra che vantava ormai grande esperienza e che ha raggiunto il proprio apice. Winterbottom ha formato una straordinaria terza linea con Dean Richards e Mickey Skinner. Il flanker degli Harlequins aveva una grande capacità di arrivare sempre primo al breackdown e il suo dinamismo non è diminuito neppure con l’avanzare dell’età. Con un pacchetto di mischia di così alta fattura, i talentuosi trequarti sono stati in grado di eseguire notevoli incursioni e con Winterbottom come uomo di collegamento l’Inghilterra ha giocato il suo rugby migliore.

Il Grande Slam è arrivato nel 1991. Che fosse l’anno degli inglesi lo si era capito già alla prima giornata, quando dopo 28 anni di attesa hanno sconfitto il Galles a Cardiff. I Dragoni, a dire il vero, avevano da parecchio terminato la loro Golden Era e al Whitewash dell’anno precedente hanno fatto seguire un bel Cucchiaio di Legno. Rompere una tradizione negativa di tre decadi è stato comunque un bel toccasana e quel 25 a 6 confezionato da Mike Teague e Simon Hodgkinson ha dato un grosso slancio agli inglesi.
Il secondo turno ha visto arrivare a Twickenham la Scozia, squadra che solo l’anno prima aveva strappato tra le mura di Murrayfield il Grande Slam proprio agli odiati cugini del sud. La vendetta è arrivata sotto forma di una meta, quella di Nigel Heslop, e dei punti al piede del solito Hodgkinson, che hanno confezionato il palindromo 21 a 12 con cui David Sole e compagni sono ripartiti oltre il Vallo di Adriano senza la Calcutta Cup.
A Dublino, dopo 11 anni dall’ultima volta, è stata conquistata la Triple Crown. 16 a 7 il risultato, mete di Rory Underwood, di Mike Teague e poi la precisione di Hodgkinson dalla piazzola.
All’ultima giornata, come successo l’anno precedente tra Scozia e Inghilterra, sono arrivate allo scontro decisivo le due squadre  a punteggio pieno. A Twickenham il XV della Rosa ha affrontato la Francia nel match che valeva campionato e Grande Slam. Le Crunch, com’è chiamata la sfida tra le due nazionali divise dalla Manica, non ha deluso le aspettative. Dopo una serie di botta e risposta sono stati i bianchi a vincere di soli 2 punti: 21 a 19. Per la Francia rimane negli occhi la meta di Philippe Saint-Andrè, considerata ancora oggi una delle più belle della storia. Dopo un penalty fallito da Hodgkinson, l’ovale è stato raccolto sulla linea di meta francese da Pierre Berbizier ed è finito tra le mani di Serge Blanco. L’Estremo è partito in velocità e ha ceduto la palla Philippe Sella, che lo seguiva da vicino. Il trequarti centro, a sua volta, ha servito Didier Camberabero, il quale ha calciato prima per se stesso e poi al centro, in una zona del campo priva di maglie bianche. In quel fazzoletto di terra si è avventato come un falco Saint-Andrè, che ha raccolto l’ovale e si è buttato in meta. Il tutto ad una velocità incredibile. La Francia ha marcato anche con Franck Mesnel e con Camberabero, contro la sola dei padroni di casa ad opera di Rory Underwood. Alla fine, però, grazie ai piazzati di Simon Hodgkinson e ad un drop di Rob Andrew, l’Inghilterra ha vinto la sfida e conquistato il Grande Slam, dopo quello ormai lontano del 1980.

Il 1991 è stato anche l’anno in cui si è svolta la seconda Coppa del Mondo. Peter è stato un membro chiave del team che è arrivato sino alla finale contro l’Australia di Campese. I bianchi quella sfida l’avrebbero potuta anche vincere, se proprio allora Cooke non avesse cambiato la tattica. Il Grande Slam e le partite sino alla semifinale erano state vinte grazie ad una squadra impostata sulla forza e il dominio degli avanti. Per la finale, però, il coach ha preferito dare spazio ai trequarti ed è finita con i Wallabies che hanno vinto 12 a 6 e sollevato il trofeo al cielo, grazie al pilone Tony Daly, che ha marcato l’unica meta della sfida, e al piede di Michael Lynagh. A pochi minuti dalla fine, sul 12 a 3 per i Wallabies, Peter è stato protagonista di un episodio controverso, che forse avrebbe potuto cambiare l’esito della partita. Manovra veloce e ariosa dell’Inghilterra, con l’ovale sventagliato per tutta la larghezza del campo, finché è arrivato tra le mani di Winterbottom. Il flanker ha visto arrivare un treno di nome Rory Underwood alla sua sinistra. L’ala era l’ultimo uomo, di fronte a se aveva il vuoto; sarebbe stata meta sicura. Invece, il passaggio è stato fermato in maniera furba da David Campese. Intercetto volontario con una mano su una chiara occasione da meta. Gli inglesi hanno chiesto il massimo della pena, ovvero la meta tecnica. L’arbitro gallese Derek Beven, invece, non se l’è sentita e ha concesso solo un penalty. Jonathan Webb lo ha realizzato, ma la gara è finita così, sul 12 a 6, con l’Australia a festeggiare e gli inglesi a recriminare.

PeterWinterbottomlionswebLa delusione della sconfitta è stata comunque presto cancellata da un altro Grande Slam nel 1992. Questa volta gli inglesi sono stati ancora più incisivi e cinici rispetto l’anno precedente. La loro leadership non è mai stata messa in dubbio e hanno schiacciato ogni avversario con forza e determinazione. 25 a 7 a Murrayfield, 38 a 9 contro l’Irlanda, la magica vittoria di Parigi per 31 a 13 e, per finire, un bel 24 a 0 a Twickenham con il Galles.

Il 17 ottobre dello stesso anno, durante una sfida con il Canada a Wembley, Peter ha segnato la sua terza e ultima meta internazionale.

La partita dell’addio di Peter alla maglia della nazionale inglese è arrivata il 20 marzo 1993, con una sconfitta 3 a 17 subita contro l’Irlanda a Dublino.
Peter Winterbottom è stato il secondo giocatore, dopo Rory Underwood, a vestire 50 volte la maglia con la Rosa dei Lancaster e con i suoi 58 caps è stato a lungo il flanker con più presenze a livello internazionale per l’Inghilterra, prima di essere superato da Neil Back nel 2003.

A quel punto, Peter è stato selezionato ancora una volta dai British Lions per il tour del 1993 in Nuova Zelanda. Nonostante la concorrenza di una nuova generazione di opensides, tra i quali il Gallese Richard Webster, Peter ha conservato la sua maglia numero sette per le partite più importanti del tour, giocando in tutti e tre i test match e formando una terza linea tutta inglese con Dean Richards e Ben Clarke. A dire il vero il 99% del pacchetto di mischia era inglese, con Martin Johnson e Martin Bayfield in seconda linea e Jason Leonard e Brian Moore in prima. Solo il pilone irlandese Nick Popplewell interrompeva il ritmo della Rosa. Alla fine la serie è stata persa, ma bisogna dire che non ci sono molti giocatori che possono vantare due tour dei Lions a dieci anni di distanza.

Terminata l’attività rugbistica, Peter ha continuato quella manageriale, dapprima come broker finanziario presso la BCG Partner poi, dall’aprile 2008, come intermediatore di titoli presso la Creditex.

 

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