Max Brito: una favola dal finale sbagliato

(di Roberto Vanazzi)

Immaginate di essere imprigionati con una camicia di forza o dentro un blocco di cemento. Qualche volta punge, altre brucia…È come essere rigidi con un formicolio dappertutto. Su una scala di 10, i dolori sono 7 o 8 la maggior parte del tempo. Quando scendono a 3 è la felicità! Allora ho voglia di fare molte cose, andare fuori … Il problema è che i dolori ti trovano sempre. E poi ti spezzano.” (Max. Brito)

Questo è stato un incidente tragico e strano, ma sono molto preoccupato per le lesioni spinali nel rugby. Il cambio delle regole ha depotenziato la mischia, ma i placcaggi restano ancora un grosso problema.” (Etienne Hugo, presidente della commissione medica del rugby sudafricano negli anni ‘90).

Max Brito è un uomo che pochi ricordano. Non era un campione, almeno come lo intendono i media: non segnava mete leggendarie, non calciava tra i pali drop micidiali o piazzati da zone impossibili del campo, non era un potente giocatore di mischia e neppure un abile saltatore in touche. La sua era una nazionale cosiddetta minore, la Costa d’Avorio, con una rosa di giocatori dei quali neppure i fan più accaniti della palla ovale hanno sentito parlare. Eppure, nel 1995 Max ha visto realizzarsi un sogno, quello di partecipare ad una Coppa del Mondo di rugby. E anche se probabilmente nessuno si sarebbe accorto di lui, era pur sempre una favola da raccontare.

La maggior parte delle persone di quella edizione della Coppa del Mondo avrà in mente l’euforia scaturita dalla vittoria degli Springboks. Si ricorderà di Mandela che stringe la mano a Francois Pienaar, di un giovane Jonah Lomu che calpesta tutto e tutti e del calcio di Joel Stransky che ha trasformato una nazione imbruttita dall’apartheid nel Paese Arcobaleno. Insomma, c’erano un sacco di cose belle in quel torneo. Per Brito, invece il mondiale avrebbe cambiato la sua vita per sempre. Il mondo reale, infatti, non è come nelle favole, dove tutti vissero felici e contenti. La vita reale colpisce quando meno te l’aspetti e lo fa con colpi duri, scrivendo un finale che non andrebbe scritto. L’ivoriano se n’è accorto il 3 giugno 1995, quando è rimasto paralizzato sul campo dopo uno scontro di gioco. E questo già è brutto, anzi, bruttissimo. Ma c’è di peggio, perché da allora il ragazzo ha vissuto nell’ombra; il mondo del rugby, lo sport che ha fatto dei valori il proprio cavallo di battaglia, si è dimenticato di lui, perché l’immagine di un giocatore steso a terra incapace di muoversi non è certo quella adatta per un business che deve soltanto crescere.

Max Brito

Max Brito

Max Brito è nato l’8 aprile 1971 ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Il padre Charles era un meccanico senegalese che alla fine del 1960 è emigrato in Francia per lavorare presso un costruttore navale a Biscarrosse, dipartimento delle Landes.

Brito ha raggiunto il padre in Europa nel 1972 e nel 1980, a nove anni, ha iniziato la sua carriera di trequarti ala giocando per i bianco-blu del Biscarrosse Olympique, squadra che partecipa alla Fédéral 3 Division francese, con una stagione, quella del 1988, passata tra le fila dei Bègles-Bordeaux. Di professione elettricista, Max era riconoscibile in campo a causa dei lunghi dreadlocks così come per il suo gioco coraggioso.

Nel 1993 la nazionale della Costa d’Avorio, conosciuta come Les Éléphants, è riuscita a qualificarsi per la Coppa del Mondo del 1995 in Sudafrica, dopo avere sconfitto ai preliminari Tunisia e Marocco e poi, nel girone finale, le più quotate Namibia e Zimbabwe. Inizialmente Brito non era stato incluso nell’elenco dei partecipanti a quella che sino ad oggi è l’unica presenza alla competizione iridata della squadra ivoriana, ma quando suo fratello Patrick è stato costretto a dare forfait a causa di un infortunio all’inguine, è stato convocato per sostituirlo. Max, che era il solo giocatore della squadra a militare all’estero, a 24 anni vedeva realizzarsi un sogno.

Il trequarti del Biscarrosse ha esordito in maglia verde-arancio il 26 maggio 1995 a Rustenburg, nella prima partita del girone D contro la Scozia di Gavin Hastings e Craig Chalmers. Escluso dal XV iniziale a causa di un guaio al bicipite femorale, Brito è entrato dalla panchina a gara iniziata per sostituire Celestin N’Gabala. Gli africani hanno perso con un pesante 0 a 89, subendo ben tredici mete, quattro soltanto del capitano Hastings, autore anche di due piazzati e nove trasformazioni, un risultato che ha portato molti a mettere in discussione l’inserimento di squadre “minori” nel torneo.

Brito ha giocato di nuovo nella seconda partita contro la Francia, il 30 maggio successivo, questa volta schierato nel XV titolare. Gli europei capitanati da Philippe Saint-André hanno vinto 54 a 18, ma si è visto un notevolmente miglioramento nelle prestazioni degli Elefanti, capaci di realizzare un paio di mete grazie all’apertura Aboubacar Camara e all’ala Aboubacar Soulama.

Il 3 giugno, sempre a Rustenburg, è andata in scena la terza e ultima sfida del girone contro la nazionale di Tonga, la quale, come la stessa Costa d’Avorio, non aveva nessuna possibilità di approdare ai quarti di finale.
Dopo tre minuti di gioco Brito ha raccolto al volo sulla fascia una palla alta calciata dal numero 9 tongano Nafe Tufui ed è partito in contropiede. A quel punto il trequarti è stato placcato da Inoke Afeaki, il flanker che giocava a Wellington, e si è formata una ruck. Il raggruppamento è crollato e diversi giocatori sono caduti sopra l’ala ivoriana. Quando compagni e avversari si sono sciolti dal groviglio, il ragazzo è rimasto prono e immobile a terra, anche se non aveva perso conoscenza. Egli stesso ha descritto la sensazione di una scarica elettrica che è passata lungo tutto il suo corpo; quindi ha iniziato a tremare, sino alla sensazione che tutto fosse morto. A nulla sono valsi i soccorsi del medico della squadra. Il ventiquattrenne è stato portato al reparto di terapia intensiva dell’Unitas Hospital di Pretoria, dove gli hanno riscontrato la frattura della quarta e quinta vertebra cervicale. Le operazioni chirurgiche sono state effettuate dal dottor Jan Venter per tentare di stabilizzare il danno, ma senza successo. Brito è rimasto paralizzato dal collo in giù.

Max ha iniziato la riabilitazione nel paese sudafricano la quale, così come il suo rimpatrio in Francia, era stata finanziata con contributi da parte di tutte le squadre che hanno partecipato alla Coppa del Mondo. La sua storia, però, è uscita rapidamente dai titoli, con i media concentrati su Lomu, Mandela e gli Springboks.

L’anno successivo l’incidente, Harvey Thorneycroft, un’ala del Northampton, ha intrapreso un tour per raccogliere fondi per Brito, con altri nomi di rilievo tra cui Martin Johnson e Graham Rowntree. La Professional Rugby Players’ Association ha cercato di aiutare l’ivoriano, ma l’ex giocatore dell’Inghilterra Sevens, poi presidente della stessa PRPA, Damien Hopley, ha evidenziato la mancanza di supporto per Brito da parte degli organi che governano il rugby. Così nel 2003, dopo il supporto iniziale, il sostegno finanziario è arrivato al capolinea e per il ragazzo la vita è diventata ancora più dura.

Nel 2007 lo sfortunato trequarti ala era ancora costretto a letto la maggior parte del tempo, con solo qualche movimento limitato della testa, del petto e di un braccio. Come se non bastasse, la moglie lo ha lasciato e Max è stato costretto a trasferirsi presso i propri genitori a Bordeaux, ignorato dal mondo del rugby. I suoi due figli, Mike e Anthony, a suo dire, lo andavano a trovare solo per spillargli dei soldi.

Non c’è da sorprendersi, quindi, se in quel periodo Brito era un uomo estremamente infelice. In un’intervista a Le Monde ha dichiarato i suoi propositi suicidi: “Sono ormai 12 anni che mi trovo in questo stato e sono arrivato alla fine della mia strada. Se mi dovesse capitare una grave malattia e se avrò la forza e il coraggio di togliermi la vita, allora lo farò…. Questo sanguinoso handicap è la mia maledizione e mi uccide ed io non lo accetterò mai. Non posso vivere con esso e accettare che rimanga con me per il resto della mia vita.

Dopo oltre due decenni da quando è accaduto uno degli incidenti più infami del rugby, Brito continua a vivere come un tetraplegico a Bordeaux. Un computer ad infrarossi, chiamato Charlie, grazie a comandi vocali permette a Max di accendere il televisore, ascoltare musica, spegnere la luce, attivare il ventilatore. Per Internet si deve attivare una schermata diversa, utilizzabile con un mouse che il ragazzo muove a distanza con il naso. Due persone, ruotano a turno attorno al suo capezzale per nutrirlo, lavarlo, fargli da famiglia.
Il mondiale del 1995 è considerato l’inizio simbolico dell’era del professionismo, ma a prescindere, nessun giocatore coinvolto al momento stava guadagnando il tipo di stipendi lucrativi che gonfiano i portafogli di molte stelle moderne e Brito, naturalmente, non ha fatto eccezione. L’ex trequarti ala mantiene un certo reddito grazie all’assicurazione della Rugby World Cup e a qualche soldo racimolato da iniziative del Biscarosse Olympique, ma vive apertamente fuori dal benessere sociale.

Per un uomo la cui vita è stata rovinata sul palcoscenico più importante del rugby, l’unico atleta a subire una grave lesione durante un torneo iridato, il fatto che non ci sia stato nemmeno un riconoscimento della sua esistente è una vergogna. Il rugby è uno sport di contatto, quindi pericoloso, e i gravi incidenti come quello di Brito, del pilone del Recco Cosimo Alessandro o del nazionale under 21 inglese Matt Hampson, anche se rari, sono un male per gli affari. Così, mentre lo sport continuava a creare profitti, un uomo disperato che ha bisogno di assistenza è stato completamente ignorato. Peggio ancora è pensare che se questo fosse accaduto a una delle “stelle” di una delle nazionali che veleggiano alte nel ranking di Ovalia, la storia non sarebbe stata certo messa a tacere. La tragica vicenda di Joost van der Westhuizen, il mediano di mischia campione del mondo con gli Springboks proprio nel 1995, colpito dalla SLA, ha avuto un posto di rilievo nel corso della Coppa del Mondo 2015, con la squadra samoana che ha cantato per lui in campo. Per Brito, invece, c’è stato solo silenzio. Non è bello per uno sport che ha fatto della solidarietà, della correttezza e dell’amicizia il proprio spot. Per fortuna, la gente comune ha iniziato a notare e ad agire. Dove il mondo del rugby ha fallito, i sostenitori hanno intensificato i loro sforzi per Max.

Eppure, nonostante l’immenso trauma che ha sofferto, tanto per l’incidente quanto per l’essere stato lasciato solo, Max Brito ha continuato a riservare un’instancabile passione per il rugby. Il ragazzo non perde nessun partita in televisione, scommettendo sulla squadra francese con i suoi due fratelli, Patrick e Fabrice, anche loro ex giocatori.

Nel maggio del 2015 un compagno della nazionale ivoriana, Djakaria Sanoko, che ha sempre visitato Brito sporadicamente a casa sua, ha organizzato la sua prima visita in Costa d’Avorio dopo oltre vent’anni.
Più incoraggiante ancora, Brito ha trovato una nuova partner che si prende cura di lui. Così, parlando con i giornalisti, sempre nel maggio del 2015, in netto contrasto con quanto dichiarato nella sua intervista del 2007, le parole del ragazzo contenevano una visione di maggiore speranza:
Sono riuscito a vincere il mio handicap. Quando si accetta quanto è successo si può andare avanti. Quando ci si rifiuta di accettarlo non si può trovare un modo di andare oltre. Il mio obiettivo oggi è quello di rilanciare il rugby in Costa d’Avorio attraverso la formazione di giovani giocatori.

La storia di Brito, però, rimane essenzialmente tragica. Dopo tutto questo tempo l’incidente continua a servire come monito per il notevole rischio che i giocatori di rugby ad alto livello corrono continuamente, in particolare durante eventi di alto profilo come la Coppa del mondo, dove gli standard mediatici e l’intensità in campo vanno in overdrive.

La triste storia di Max, in ultima analisi, dà uno sguardo verso il lato oscuro dello sport. La maggior parte delle persone preferisce associare il 1995 con l’immagine di un sorridente Nelson Mandela vestito con la maglia degli Springboks, piuttosto che con il filmato inquietante di un giovane atleta steso sull’erba per troppo tempo. Proprio come il primo evento, però, quest’ultimo non deve e non può permettersi di essere dimenticato da chi ama il rugby.

 

 

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