Massimo Giovanelli: il massimo del rugby

(di Roberto Vanazzi)

La Francia a livello rugbistico è un altro pianeta rispetto l’Italia, per impianti, numeri del movimento, qualità dei giocatori. Ciò nonostante, proprio durante la mia permanenza in Francia, ci fu la ciliegina di Grenoble.” (Massimo Giovanelli)

Capelli lunghi, barba incolta, un fisico da 185 centimetri per oltre cento chili; non stiamo parlando di Conan il Barbaro, ma di Massimo Giovanelli, uno dei migliori atleti che il rugby italiano ha proposto nell’arco della sua storia. Massimo era il flanker per eccellenza, sempre pronto al sostegno e a spazzare via gli avversari. Massimo era il leader, che sapeva aizzare o calmare gli animi a seconda dell’esigenza. Massimo era il capitano che ha traghettato gli azzurri al Sei Nazioni, passando per Grenoble, la madre di tutte le partite. Massimo è stato il primo italiano a ricevere l’onore di essere inserito nel Wall of Fame di Twickenham. Massimo, era il massimo del rugby.

Massimo Giovanelli

Massimo Giovanelli

Massimo Giovanelli è nato a Noceto, provincia di Parma, il 1 marzo 1967. Il suo primo impatto con il mondo del rugby è diventato leggenda. Per sua ammissione, da adolescente non sapeva neppure che a Noceto ci fosse una squadra di rugby. Poi, un giorno, mentre scorrazzava con il suo motorino, è stato fermato dai carabinieri. Uno di essi, un aquilano appassionato della palla ovale, notando il fisico del ragazzo gli ha praticamente fatto una proposta: il campo da rugby oppure il ritiro del mezzo. Il Giova ha scelto la prima opzione e appena avuto tra le mani quello strano pallone bislungo ha capito che il rugby sarebbe stato il suo sport.

Cresciuto nelle giovanili del Rugby Noceto, Massimo ha esordito in prima squadra in una gara di campionato contro la Roma, quando aveva solo 17 anni. In quel periodo i giallo-blu ondeggiavano tra la massima serie e quella inferiore. Nonostante questo, il 30 settembre 1989 Bertrand Fourcade ha fatto esordire Massimo in nazionale. Era una partita contro lo Zimbabwe, a Treviso, terminata con il risultato di 33 a 9 per gli uomini capitanati dal pilone Guido Rossi. Oltre a Giovanelli, quel giorno hanno esordito anche Massimo Bimbati, Pierpaolo Pedroni e Mosè de Stefani.

Giovanelli ha conquistato il secondo cap il 5 novembre successivo, giocando terza centro in una partita di Coppa Fira disputata nel gelo dello Sparta Stadium di Mosca, dove l’URSS si è imposta 15 a 12. Con il nocetano, in terza linea hanno giocato Corrado Covi e Roberto Saetti.

Il 30 settembre 1990, contro la Spagna a Rovigo, sempre nell’ambito della Coppa FIRA, Giova ha siglato la sua prima meta con la maglia azzurra.

Nel 1991, dopo sette anni trascorsi con il Noceto, Massimo si è accasato all’Amatori Milano, allora sotto la guida del presidente Silvio Berlusconi. Il team meneghino era stato costruito per vincere e annoverava tra le proprie fila campioni del calibro di David Campese, Diego Dominguez, Franco Properzi, Marcello e Massimo Cuttitta, Pierpaolo Pedroni, Giambattista Croci, Massimo Bonomi e Alessandro Ghini. In sostanza, il meglio del rugby italiano. Allenatore della squadra era l’australiano Mark Ella, ancora oggi considerato uno dei più forti mediani d’apertura di tutti i tempi. La corazzata ha vinto subito il campionato, sconfiggendo in finale la squadra con cui avrebbe rivaleggiato per i successivi cinque anni, la Benetton Treviso. Il 1 giugno 1991, allo Stadio Tardini di Parma, i rosso-neri si sono imposti 37 a 18, grazie alle mete di David Campese e Stefano Barba, di due drop di Massimo Bonomi e Diego Dominguez e ben sette piazzati dell’apertura italo-argentina.

In autunno, Massimo ha partecipato alla seconda edizione della Coppa del Mondo, giocando nelle sfide con Inghilterra e Nuova Zelanda. Entrambe le partite si sono risolte in sconfitte per gli uomini di Fourcade: 6 a 36 con il XV della Rosa e 21 a 31 con gli All Blacks. Giovanelli ha cambiato compagni di terza linea ad ogni gara, avendo giocato con Roberto Saetti e Gianni Zanon la prima, e con Alessandro Bottacchiari e Carlo Checchinato la seguente.

L’Amatori ha vinto ancora il campionato nella stagione 1992-93. I milanesi hanno chiuso la stagione regolare al primo posto, con ventuno vittorie e una sconfitta, quella subita a Casale sul Sile.
Nei quarti di finale, i rosso-neri si sono sbarazzati del CUS Roma, rifilandogli 173 punti in due gare, contro i 35 subiti. Stesso discordo nel turno successivo con il Petrarca Padova: 43 a 9 l’andata, 52 a 17 il ritorno.
La finale si è disputata al Plebiscito di Padova, di nuovo con Treviso. La sfida si è conclusa 41 a 15 per la squadra di Giovanelli, con quattro mete marcate e ventun punti realizzati dal magico piede di Diego Dominguez.

Intanto, il 16 dicembre 1992 Massimo ha ricevuto per la prima volta l’onore di essere capitano della nazionale italiana, ruolo eredito dal pilone-tallonatore del San Donà Giancarlo Pivetta. L’occasione è stata una sfida al Greenyard di Melrose con la Scozia A, squadra composta da alcuni campioni che avevano vinto il Grande Slam due anni prima, come il capitano Gavin Hastings, suo fratello Scott, il trequarti centro Gregor Townsend e i due mediani, Craig Chalmers e Gary Armstrong. Per poco, quel giorno, gli azzurri non combinavano un bello scherzo ai padroni di casa. In vantaggio 6 a 0 alla fine del primo tempo, gli uomini di Giovanelli, che ha giocato in terza linea con Stefano Rigo e Julian Gardner, hanno poi ceduto, conducendo comunque in porto un onorevole 22 a 17, grazie alla meta di Carlo Checchinato e a tre piazzati e un drop di Diego Dominguez.

Il 21 giugno 1993, Giova ha marcato la sua unica doppietta internazionale, quando ha varcato due volte la linea di meta della Croazia sul terreno di Perpignan. Un paio di mesi più tardi, George Coste si è seduto sulla panchina della nazionale italiana, confermando il flanker nocetano quale skipper della squadra.

L’anno successivo l’Amatori Milano, ora ribattezzato Milan, ha perso un po’ a sorpresa la finale contro l’Aquila di Danie Gerber. È stata una sconfitta dovuta alla troppa presunzione, alla rinuncia del gioco alla mano e a far correre un’ala velocissima come Marcello Cuttitta, tagliato fuori dagli schemi dei rosso-neri. È stato Davide che ha sconfitto Golia.

A giugno, Giovanelli ha guidato gli azzurri in una fortunata tournée in Australia. Gli italiani, ora allenati da George Coste, hanno vinto tutte e sei le gare non ufficiali e hanno sfiorato l’impresa con i Wallabies nel primo test match, a Brisbane. A venti minuti dal termine, infatti, gli italiani stavano vincendo 17 a 13, grazie alla meta di Massimo Bonomi e ai calci di Gigi Troiani. Poi, con un calcio allo scadere di Tim Wallace, entrato dalla panchina, i padroni di casa sono riusciti a strappare un misero 23 a 20.
Il secondo test di Melbourne, complice alcuni errori arbitrali, come ad esempio la meta inesistente concessa a David Campese, ha visto i padroni di casa prevalere 20 a 7: un risultato più pesante di quello effettivamente meritato.

Poi, a settembre, ha subito un brutto incidente d’auto a Parma, dov’è rimasto seriamente ferito: frattura scomposta del femore sinistro, trauma toracico ed escoriazioni varie. L’incidente gli ha fatto perdere tutta la stagione successiva, con il Milan che è tornato a scrivere il suo nome nell’Albo d’Oro del campionato di serie A e gli azzurri ad affrontare la Coppa del Mondo in Sudafrica.

Il ritorno di Massimo Giovanelli in nazionale è arrivato il 14 ottobre 1995, a Buenos Aires, quando è entrato dalla panchina per giocare contro la Francia. Neppure tre giorni dopo, il flanker è tornato a schierarsi titolare nella sfida con i Pumas a Tucuman e, dopo altri quattro giorni, nella vittoriosa sfida con la Romania, di nuovo a Buenos Aires.
Il 28 ottobre, a Bologna, l’Italia ha affrontato la Nuova Zelanda, partita terminata 70 a 6 per i neri, mentre il 21 novembre, a Roma, si sono trovati di fronte gli Springboks, campioni del mondo in carica, al primo test match in Italia della loro storia. La sfida ha vito gli ospiti vincere 40 a 21. Con Giovanelli, in terza linea, hanno giocato Andrea Sgorlon e Orazio Arancio, autore di una meta.

La stagione 1995/96 ha visto il Milan bissare il trionfo dell’anno precedente. Nella finale di Rovigo, i rossoneri si sono ritrovati nuovamente di fronte la Benetton. Le due squadre avevano dominato la stagione regolare, vincendo entrambe venti partite e perdendone due. Le sconfitte del Milan sono maturate proprio con i trevigiani, sia all’andata sia al ritorno. Dopo essersi sbarazzata del Petrarca Padova in semifinale, la squadra meneghina si è schierata sull’erba del Battaglini contro i soliti rivali. Nel primo tempo, un’indisciplinata squadra rossonera, che ha giocato anche con un uomo in meno a causa dell’espulsione di “Kino” Properzi, ha regalato un gran numero di piazzati ai trevigiani. Michael Lynagh ha realizzato quattro penalties, mentre Leonardo Perziano, giocando a sorpresa l’ennesima punizione, ha segnato la meta che ha mandato i suoi al riposo sul 17 a 3. Nella ripresa, però, si è assistita ad un’altra gara. Spinto da un pacchetto di mischia notevolmente superiore a quello degli avversari, il XV di GustavoTati” Milano ha dato inizio alla rimonta. Diego Dominguez ha centrato l’acca con due calci di rimbalzo in cinque minuti. Quando ne mancavano venti alla fine, la Benetton è andata in meta, ma l’arbitro ha annullato perché ha visto un “avanti”. Nell’azione seguente, un’altra punizione di Dominguez ha portato i suoi sotto il break. Il Milan a quel punto ci ha creduto e ha ricominciato a macinare gioco, segnando la meta del pareggio con Marcello Cuttitta, dopo una splendida iniziativa dell’estremo argentino Federico Williams. A finire la rimonta ci ha pensato ancora Dominguez con due penalties, al 72’ e al 79’. Il Milan è diventato per la diciottesima volta campione d’Italia dopo una rimonta incredibile, riuscendo a reagire quando ormai tutti davano lo scudetto cucito sulle maglie dei trevigiani.

A livello internazionale, gli avversari dell’Italia di quel periodo non erano più Marocco, Spagna e Croazia, ma l’élite del rugby mondiale. Nel 1996, una dopo l’altra, si sono affrontate Australia, Inghilterra e Scozia. Tre sconfitte, è vero, ma si cominciava a fare sul serio e la nazionale stava crescendo gara dopo gara. L’anno magico, però, quello che ha portato l’Italia in vista della porta d’ingresso del Cinque Nazioni, è stato il 1997

A causa di un infortunio alle costole, Giova era assente il 4 gennaio 1997 a Dublino, quando l’Italia ha vinto la sua prima partita in terra britannica. Il flanker nocetano era però in campo il 22 marzo successivo, a Grenoble, in quella che per gli italiani è considerata la madre di tutte le partite. Quel giorno gli uomini di George Coste hanno sconfitto in casa loro i francesi, freschi vincitori del Grande Slam, conquistando così la Coppa FIRA e, soprattutto, entrando nella storia.

L’Italia ha dimostrato subito di fare sul serio. Già al 5° minuto Diego Dominguez ha lanciato Ivan Francescato, il quale ha trovato un pertugio, vi si è infilato e ha iniziato a correre senza che nessuno riuscisse a stargli dietro, fino a depositare l’ovale sull’erba oltre la linea di meta avversaria. A rivedere le immagini, l’unico che sembrava riuscire a tenere il passo di Ivan era l’arbitro. Quindi, dopo che la veemente reazione dei galletti ha portato loro al pareggio grazie ad una meta tecnica, ancora Diego ha ribaltato il risultato con un piazzato. La Francia ha avuto il suo momento migliore attorno la metà del primo tempo, quando con due penalties di David Aucagne è passata in vantaggio. Ci ha pensato, però, ancora l’apertura italio-argentina a riportare gli azzurri in parità. La svolta è arrivata alla fine del primo tempo, quando la mischia italiana è riuscita a sfondare la diga difensiva francese. A schiacciare l’ovale in meta è stato Julien Gardner. Gli avanti azzurri sono stati protagonisti anche qualche minuto dopo, quando hanno fermato il pack francese che premeva sulla loro linea di meta. I ragazzi di Coste sono andati al riposo avanti 20 a 13.

Nella ripresa gli azzurri sono entrati in campo ancora più motivati. Alessandro Troncon e Diego Dominguez hanno continuato a gestire il gioco con grande intelligenza tattica e i nostri, dopo avere subito in avvio la meta del trequarti centro Pierre Bondouy, hanno preso in mano le redini del gioco. La terza meta italiana ha visto due fasi con il pallone giocato da un lato all’altro del campo e con Giambattista Croci che ha finalizzato l’azione impostata da Paolo Vaccari e da Tronky. Sul 27 a 20 per l’Italia ci si aspettava la reazione francese e, invece, gli uomini di Giovanelli non hanno mai smesso di placcare ferocemente e di ripartire con micidiali contrattacchi. La nostra nazionale ha così preso il largo e l’apice è arrivato al 30’, quando Vaccari, dopo un altro break devastante di Gardner, s’è lanciato velocissimo in meta, portando l’Italia sul 40 a 20, con i tifosi francesi che fischiavano senza pietà i loro beniamini. Il finale ha visto uscire l’orgoglio dei Blues, che con due mete negli ultimi tre minuti, di Jean-Luc Sadourny e ancora Bondouy, hanno reso meno pesante il punteggio. Da allora, a forza di mete e spinte, il cammino del rugby italico si è ritrovato a percorrere una strada tutta in discesa.

A ottobre, Gli azzurri hanno pareggiato 18 a 18 con l’Argentina a Lourdes, mentre il 20 dicembre, a Bologna, capitan Giovanelli e la sua banda hanno battuto ancora l’Irlanda. Questa volta è stato un secco 37 a 22, con ventisette punti di Dominguez e una meta ciascuno per Corrado Pilat e Cristian Stoica.

Il 16 gennaio 1998, il comitato del Cinque Nazioni riunito a Parigi, ha deciso che dal 2000 la nostra nazionale avrebbe partecipato al torneo. A capo della Federazione Italiana era stato da poco eletto Giancarlo Dondi.

Una settimana dopo la storica decisione, a Treviso, è arrivata anche la prima vittoria sulla Scozia, un 25 a 21 nato da una rimonta, dopo che si era sotto 12 a 21 a quindici minuti dalla fine, a causa di qualche svista arbitrale. Diego Dominguez ha siglato venti punti, merito di sei penalties e della trasformazione della meta di Paolo Vaccari a due minuti dal fischio finale. Due settimane più tardi, nel leggendario Stradey Park di Llanelli, i ragazzi di Giovanelli hanno sfiorato l’impresa con il Galles. A due minuti dal termine il risultato era 16 a 13. Poi ha segnato Gareth Thomas, al quale ha risposto subito Andrea Sgorlon, per il 23 a 20 finale.

Il 18 aprile, sempre del 1998, l’Italia si è recata in Russia. La sede designata per l’incontro era Krasnoyarsk, in Siberia, un luogo tanto impronunciabile quanto impossibile da raggiungere. Un primo tentativo si è interrotto a Vilnjus, in Lituania, dove dopo ore di attesa nell’areoporto la squadra è stata costretta a tornare a Milano. Il giorno seguente la carovana azzurra è riuscita ad approdare a Mosca, ma la coincidenza per la Siberia era già partita. Alla fine si è arrivati a Krasnoyarsk su un cargo destinato più al trasporto di merci che di persone. La sfida con gli Orsi, alla fine, si è giocata. In condizioni atmosferiche proibitive, gli uomini di Coste hanno segnato cinque mete, vincendo 48 a 18 e concludendo uno dei viaggi più allucinanti della storia recente della nostra nazionale.

Il 7 novembre, a Piacenza, una buona Italia ha sconfitto l’Argentina 23 a 19, grazie alle mete di Alessandro Moscardi e Carlo Checchinato, al solito piede di Diego e ad un pack dominante.

Il 1998 di Massimo si è chiuso con la chiamata da parte dei Barbarians. Il 29 dicembre, infatti, il flanker ha indossato la maglia bianco-nera del mitico club per giocare contro i Leicester Tigers, in un XV che comprendeva anche Marcello Cuttita.Giova ha giocato con i Baa-baas anche il 23 maggio dell’anno seguente, di nuovo per affrontare i Tigers. Quella volta, a fargli compagnia c’era Cristian Stoica.

Mentre succedeva tutto questo, nel 1997 Massimo lasciava l’Italia per trasferirsi in Francia, prima al PUC, il club dell’Università di Parigi, dove ha trascorso una stagione, quindi al Narbonne, squadre che militavano entrambe nella prima divisione del campionato francese.

Il 22 novembre del 1998, al McAlpine di Huddersfield, in una gara valida per la qualificazione ai mondiali del 1999, per poco gli azzurri non hanno battuto gli inglesi.
Le due squadre erano già qualificate. In un girone a tre, dove passavano le prime due, sia Italia che Inghilterra avevano disintegrato l’Olanda. Per gli azzurri, aveva marcato la sua quarta meta internazionale Massimo Giovanelli. La sfida con il XV della Rosa, quindi, aveva poca rilevanza, ma è stata giocata comunque a muso duro. Quando mancavano dieci minuti al termine dell’incontro i nostri ragazzi erano sotto di un solo punto, 15 a 16, e tre minuti dopo sarebbero stati in vantaggio se l’arbitro francese Didier Mené non avesse dichiarato “No Try” su una meta sacrosanta di Troncon. Purtroppo, il TMO era ancora lontano dall’essere introdotto. A quel punto, alla beffa se n’è aggiunta un’altra. Gli inglesi sono scesi nella metà campo azzurra e Rory Greenwood ha schiacciato l’ovale oltre la linea di meta per il 23 a 15 finale.

Pochi mesi prima di recarsi in Inghilterra per il mondiale, la nazionale è stata scossa da un terremoto interno. A causa, probabilmente, del 101 a 0 patito a Durban il 19 giugno contro gli Springboks di Nick Mallett, la Federazione ha deciso di esonerare George Coste, senza tenere conto di quanto l’allenatore transalpino aveva fatto per portare l’Italia nel Sei Nazioni. Il suo posto è stato preso da Massimo Mascioletti, già vice di Coste e allenatore dei trequarti. Durante il torneo, l’atmosfera in seno alla nazionale non era proprio festaiola. Il manager Franco Cimino parlava con Mascioletti solo tramite il Liaison Officer Antonio Zibana. I giocatori, già in lotta con la FIR per gli ingaggi dovuti all’avvento del professionismo, inevitabilmente risentivano della situazione. Il torneo, per gli azzurri, è stato un vero e proprio disastro. Le sfide impossibili con Inghilterra e Nuova Zelanda si sono risolte con due tremende asfaltate. Clamoroso il 103 a 3 di Huddesfield per mano degli All Blacks. Si poteva sperare in qualche cosa di positivo nella sfida con Tonga, ma anche in questo caso gli uomini di Mascioletti sono usciti da Welford Road sconfitti 25 a 28.

Massimo Mascioletti è rimasto in carica sino all’inizio dell’anno seguente, subendo un’onta che non si meritava. A quel punto, in vista del Sei Nazioni, sulla panchina degli azzurri si è seduto l’ex pilone neozelandese Brad Johnston, che nell’ultimo mondiale aveva portato ai quarti di finale la nazionale di Fiji, coadiuvato dal samoano Matt Vaea.

Il 5 febbraio del 2000 è il giorno in cui l’Italia ha disputato la prima partita del Sei Nazioni. Il vecchio stadio Flaminio di Roma era trasformato, con le alte porte del rugby al posto delle normali porte del calcio. Di fronte c’era la Scozia, ultima vincitrice del defunto Cinque Nazioni. I 15 titani in maglia azzurra sono entrati in campo determinati e si sono schierati là, al centro del campo, a cantare insieme al pubblico l’Inno di Mameli. Massimo Giovanelli ha ceduto la fascia ad Alessandro Troncon, alla sua prima da capitano, ma era regolarmente in campo, accanto al giovane Mauro Bergamasco.
Dopo venti minuti di supremazia scozzese, gli uomini di Johnstone si sono visti capaci di ribaltare qualsiasi situazione. La meta di Gordon Bulloch, nata da un probabile passaggio in avanti, non era la fine, ma il punto di partenza. 38 minuti contro 32 di dominio territoriale, 17 touche contro 12, a dimostrare che la massa di gioco sviluppata dai nostri ragazzi è stata superiore. E poi la meta di forza di Ciccio de Carli, pilone romano entrato dalla panchina, e i piedi dell’intramontabile Dominguez. Alla fine Tronky è stato portato in trionfo, sulle spalle di Carlo Orlandi e di colui che gli aveva ceduto il ruolo di capitano, Massimo Giovanelli.

Purtroppo per Massimo, questa è stata l’unica partita di quel Sei Nazioni: l’ultima della sua carriera. A causa di un problema alla retina, il flanker di Noceto è stato costretto a dire addio al rugby internazionale. Alle spalle si è lasciato 61 caps, di cui 37 da capitano, e quattro mete segnate.

Lo stesso anno, una giuria di giornalisti inglesi ha votato Giovanelli “most representative player of the year“. Nel 2001, esattamente il 17 settembre, il suo nome è stato scritto nel Twickenham Wall of  Fame: primo italiano di sempre. Si tratta di placche inserite sulle pareti del World Rugby Museum di Twickenham e serve ad onorare i miti e le leggende del rugby che hanno calcato l’erba dello stadio londinese. Caratteristica essenziale per fare parte del muro, è che ogni atleta deve avere avuto un impatto notevole in questo Tempio del Rugby. Giova è uno dei tre italiani ad avere questo onore. Gli altri sono Diego Domiguez e Alessandro Troncon.

La carriera di Massimo è proseguita a livello di club. Subito dopo la Coppa del Mondo del 1999 era tornato in Italia per giocare una stagione con la maglia rosso-blu di Rovigo. Quindi, è tornato nella sua Emilia, accasandosi al Colorno, che partecipava al campionato di serie A. Lì è rimasto sino al 2007, quando è stato costretto a smettere per raggiunti limiti di età, imposti a 40 anni. Il giorno della sua ultima partita, il flanker è rimasto in campo per tutti gli 80 minuti. Al fischio finale, il Maini, lo stadio del Colorno, è quasi crollato per applausi e ovazioni.

Una volta ritiratosi dal rugby giocato, Massimo è stato direttore sportivo dell’Amatori Milano, contribuendo alla ricostituzione della squadra dopo che nel 1998 era stata ceduta al Calvisano. Quindi, ha ricoperto lo stesso ruolo con i Crociati Parma, sino a quando, nel 2012, la società si è sciolta per problemi finanziari.

Nel periodo passato dopo l’addio alla nazionale, Massimo ha ottenuto una grossa soddisfazione extrasportiva. Nel 2003, infatti, è arrivata la laurea in architettura, con indirizzo “tutela e recupero del patrimonio artistico e architettonico”, conseguita presso il Politecnico di Milano, assieme all’amico e compagno di squadra Paolo Vaccari. La tesi si basava sulla composizione per la realizzazione di uno show-room per una casa vinicola siciliana. Nel 2010, Giovanelli ha conseguito il Master in “Business and Sport administration” presso l’Università Bocconi di Milano.

 

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