Martin Bayfield: il gigante buono

(di Roberto Vanazzi)

Sono stato un poliziotto per dieci anni, un giocatore di rugby e poi nel cinema: tutti e tre sono lavori di squadra.” (Martin Bayfield)

I giocatori di seconda linea sono i più alti della squadra, inversamente proporzionali al mediano di mischia. Essi devono spingere in mischia ordinata con la testa infilata tra le chiappe del pilone e del tallonatore, bilanciando e chiudendo il pacchetto come farebbe un lucchetto, da cui il termine inglese lock. Il loro regno è la touche. Si librano in aria come se volessero accarezzare il cielo, per poi tornare a terra con il pallone tra le mani. A quel punto devono prendere una rapida decisione: passarla a quel furbetto del numero 9, che sicuramente inventerà qualche cosa, oppure tenerla ben stretta per dare avvio al carrettino umano chiamato maul. Le seconde linee sono anche maestre nel creare gli spazi e altrettanto brave a proteggere l’ovale nelle ruck. Questi giganti hanno probabilmente l’impatto più fisico sulla partita e per questo motivo sono dotati di un pizzico di pazzia e di coraggio in più rispetto agli altri.

Quando la breve ma intensa carriera di Paul Ackford si è conclusa dopo la Coppa del Mondo del 1991, un altro poliziotto, Martin Bayfield, era già pronto dietro le quinte per sostituirlo nella seconda linea della nazionale inglese. Bayfield è stato uno dei giocatori più alti nella storia del rugby (208 centimetri) e ha saputo usare questo dono naturale a suo vantaggio, contribuendo a rendere il pack inglese fra i più potenti degli anni ‘90 e poi, una volta appese le scarpe al chiodo, per lavorare nel mondo del cinema.

Martin Bayfield

Martin Bayfield

Martin Christopher Bayfield è nato a Bedford, il 21 dicembre 1966.  Appena terminata la scuola, nel 1985, il ragazzo si è arruolato nella polizia metropolitana e ha lavorato quattro anni a Londra, prima di essere trasferito nel Bedfordshire. Dopo l’arruolamento nel corpo di polizia della sua città, Martin ha iniziato a giocare a rugby con i dilettanti del Bedford Blues: seconda linea, naturalmente, vista la sua statura da pivot.

L’esordio di Bayfield con la maglia bianca della nazionale è avvenuto contro le isole Fiji, il 20 luglio 1991, durante il tour che l’Inghilterra ha svolto nel pacifico e in Australia in preparazione alla Coppa del Mondo. La partita è stata vinta 28 a 12, con il ragazzo che ha giocato con Nigel Redman al posto di Wade Dooley.
Nella sfida successiva contro i Wallabies a Sydney, persa 15 a 40, il seconda linea di Bedford si è ritrovato in coppia con Paul Ackford, ma ha ricevuto una dura lezione dal nuovo fenomeno australiano John Eales. Per lui, comunque, si è trattato di un buon modo per fare esperienza e per imparare dai migliori.

La prima stagione internazionale da titolare di Bayfield ha visto subito la conquista di un Grande Slam, quello del 1992, dove l’Inghilterra di Geoff Cooke si è imposta con ampie vittorie su Scozia (25 a 7), Irlanda (38 a 9), con la Francia a Parigi (31 a 9) e il Galles (24 a 0).

Nel 1993 è iniziato il fortunato connubbio del gigante buono con un altro Martin, il futuro capitano Johnson, con il quale si ritroverà ad occupare la seconda linea per diciotto partite.
Le performance di Bayfield in quel periodo gli sono valse la chiamata per il tour del 1993 dei British & Irish Lions in Nuova Zelanda. Nei primi due test match Martin ha dominato su tutte le touche. Nel terzo, però, gli All Blacks sono riuscisciti a trovare una tattica per contrastare il suo potere e la serie è stata persa 2 a 1. È stato durante questo tour, nella partita persa contro Otago, che il giocatore è rimasto ferito al collo e alla colonna vertebrale: un incidente che ha seriamente minacciato la sua carriera e che lo ha costretto a mancare la gara con cui in autunno il XV della Rosa si è vendicata della Nuova Zelanda, battendola 15 a 9.

Nel 1994 Bayfield era comunque in campo nella sfida che ha visto l’Inghilterra sconfiggere gli Springboks a Pretoria per 32 a 15, e anche in quella seguente dove i bianchi sono usciti sconfitti 9 a 17 dal terreno di Cape Town.

La stagione 1995 è stata probabilmente la migliore per il ragzzo di Bedford, non per niente proprio quell’anno è stato eletto “Best player of the year” dall’RFU. Il seconda linea ha giocato in tutte e quattro le partite che hanno portato alla conquista del suo secondo Grande Slam. È stato l’ultimo torneo dell’epoca amatoriale del rugby e, come già accaduto nel 1990, inglesi e scozzesi sono arrivati a giocarsi torneo, Slam, Triple Crowne e Calcutta Cup all’ultima giornata. Dopo un testa a testa da imbattute, le due compagini si sono affrontate sul terreno di Twickenham il 18 marzo, ma questa volta ha prevalere è stato il XV della Rosa: 24 a 12 il risultato, con un Rob Andrew scatenato, autore di sette penalties e di un drop.

Un paio di mesi più tardi Martin Bayfield è stato uno dei capisaldi del team che ha disputato la Coppa del Mondo in Sudafrica.

bayGrazie al risultato ottenuto nel Cinque Nazioni, gli uomini di Sua Maestà erano una delle squadre favorite per la vittoria finale di quel mondiale. Il girone B della fase eliminatoria, infatti, è stato vinto senza problemi, con la squadra che ha sconfitto nell’ordine l’Argentina, l’Italia (di soli 7 punti) e Western Samoa.
Nei quarti l’Inghilterra ha trovato ad attenderla l’Australia e ne è uscita probabilmente la partita più bella del torneo. Ad un minuto dal termine, con il punteggio ancorato sul 22 a 22 e le due compagni che si stavano ormai preparando a continuare la lotta nell’extra time, l’Inghilterra ha guadagnato una touche nei 22 avversari. Martin Bayfield è saltato, ha conquistato la palla e tenendola stretta al petto ha fatto da timone per una maul avanzante che ha percorso parecchia strada. Appena l’ovale è uscito dal mucchio, Dewi Morris lo ha lanciato a Rob Andrew, il quale non ci ha pensato due volte a far partire un calcio di rimbalzo. Sembrava che il tempo si fosse fermato: quella palla è restata in aria troppo a lungo, con il Piccolo Principe che ha piegato la testa di lato come uno skipper che cerca il vento. Poi, finalmente, è entrata diritta in mezzo ai pali. 25 a 22 per i bianchi, che oltre al passaggio del turno si sono guadagnati la prima vittoria sui Wallabies al di fuori dell’emisfero settentrionale.
A quel punto, però, gli inglesi si sono forse sentiti appagati, oppure, come ha detto Bayfield, hanno pensato più a festeggiare nei bar che ha preparare la gara successiva. Magari, gli All Blacks erano semplicemente i più forti. La semifinale è stata un disastro: il nuovo fenomeno mondiale Jonah Lomu ha umiliato gli uomini di Jack Rowell rifilando loro quattro mete, con i bianchi decisamente incapaci di arginarlo.
Anche la finale di consolazione contro la Francia è stata persa, così Martin e compagni sono tornati in patria con un quarto posto che dalle premesse iniziali è andato loro stretto.

L’anno seguente il gigante buono si è congedato dalla polizia al fine di concentrarsi solo sul rugby, entrato ormai nell’era del professionismo. Purtroppo per lui, Jack Rowell lo ha praticamente scaricato. Così Martin ha fatto solo due apparizioni nel Cinque Nazioni, rispettivamente contro la Francia (12 a 15) e il Galles a Twickenham (21 a 15), prima di dare l’addio alla nazionale con 31 caps sulle spalle.

Quello stesso anno è arrivato a livello di club il passaggio ai Northampton Saints, dove Martin ha giocato per due stagioni fino a che, nel 1998, a causa di un grave infortunio al collo subito nella gara contro Gloucester, è stato costretto ad appendere definitivamente le scarpe al chiodo.

Dopo il ritiro dai campi, Bayfield ha lavorato come giornalista, conferenziere e anche come controfigura di Robbie Coltrane nei panni del gigante Rubeus Hagrid, nella saga di Harry Potter. Ultimamente è commentatore radiofonico per la BBC e opinionista del Daily Telegraph, nonché presidente onorario della Wooden Spoon Society, un’associazione di ex-ruggers, che organizza incontri di beneficenza per i bambini bisognosi.

 

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