Marco Bollesan: nel nome del rugby

(di Roberto Vanazzi)

Ho iniziato a giocare a rugby perché sapevo muovere le mani. E questo ha cambiato il mio destino.” (Marco Bollesan)

Faccia da cattivo dei film western e grinta da spartano alle Termopili, Marco Bollesan è considerato uno degli uomini più influenti nel mondo della palla ovale italiana, perché con il rugby Marco ci ha passato la vita, tant’è che l’assioma “Bollesan uguale Rugby” non è soltanto un modo di dire. Da giocatore, anzi, da guerriero, terza linea e terza centro, ha vestito la maglia del Cus Genova, dove ha iniziato la sua carriera, e poi quella della Partenope Napoli e del Brescia, vincendo un tricolore con entrambe, per finire con l’Amatori Milano, mentre quella della nazionale l’ha indossata per dieci anni, sei con la fascia da capitano al braccio. La stessa squadra azzurra Bollesan l’ha guidata in seguito anche dalla panchina, nel periodo in cui andava in scena la prima edizione della Coppa del Mondo, e poi nel ruolo di Team Manager quando si sono mossi i primi passi nel gotha del rugby europeo: il Sei Nazioni.

Marco Bollesan

Marco Bollesan è nato il 7 luglio 1941 a Chioggia, ma è cresciuto a Genova, anzi, lui è genovese a tutti gli effetti. È stato solo un caso, infatti, che sia venuto al mondo in Veneto: c’era la guerra e papà Rodolfo e mamma Iris erano rimasti bloccati lì da un bombardamento. Quando aveva 8 anni i suoi genitori si sono separati e lo hanno lasciato alle cure della nonna Miride, che viveva nel quartiere di Albaro, un posto da gente coi soldi nonostante fosse povera: “L’ambiente era della Genova bene e i miei amici erano ricchi, avevano tutto e io non avevo niente, e giocavano a rugby, che è lo sport dei nobili; non è un caso se in Inghilterra la culla del gioco era nei college.” (Marco Bollesan – Una meta dopo l’altra).

Marco ha trascorso l’infanzia lavorando come garzone di un fruttivendolo e facendo a botte per le strade con bande di altri ragazzini, finché un giorno, proprio uno di loro lo ha portato con se sull’erba (si fa per dire) del Giacomo Carlini per provare lo strano gioco con la palla ovale, anche se la nonna era di parere contrario: “Primo allenamento e non ci ho capito un cazzo, ma ho dato un sacco di botte, anche perché per me picchiare qualcuno non era mica niente di che, era cosa normale.” (Marco Bollesan – Una meta dopo l’altra).

Marco aveva diciassette anni, piuttosto tardi per iniziare, ma giorno dopo giorno le regole del rugby, quelle scritte e quelle non scritte, gli sono entrate nel sangue; aveva trovato il modo per sfogare la rabbia che portava dentro in un luogo dove gli era permesso.

A diciannove anni Bollesan è approdato alla prima squadra del Cus Genova, guidata dal leggendario presidente Emanuele Scarpiello. Allora il club militava nella massima serie del campionato italiano, dove a dominare erano le Fiamme Oro di stanza a Padova e, in seguito, il Rovigo di Giordano Campice. Tra le fila dei bianco-rossi c’era anche il compianto Agostino Puppo, mediano di mischia e più avanti compagno di Marco nella nazionale.

Nella stagione 1960-61 il Genova è retrocesso dall’Eccellenza alla serie A, per poi risalire due anni più tardi.

Il 14 aprile 1963 Marco Bollesan ha indossato la sua prima maglia numero 8 della nazionale italiana: “So di giocarmi una partita, ma per me ogni partita è una vita, dunque mi gioco la vita.” (Marco Bollesan).
Erano gli azzurri del CT Aldo Invernici, del capitano Sergio Lanfranchi, di Umberto “Lollo” Levorato, Franco Zani, Giorgio Troncon e della mediana targata Partenope formata da Erasmo Augeri e Elio Fusco. Quel giorno si giocava a Grenoble contro la Francia, squadra che annoverava tra le proprie fila i fratelli André e Guy Boniface, una formidabile coppia di centri soprannominata Les Boni, Pierre Albaladejo e l’aggressivo capitano Michel Crauste, detto Le Mongol, a causa dei baffi.
Dopo qualche minuto di gioco ecco una touche. La palla finisce a terra, nella zona francese, e Marco ci si tuffa sopra. All’epoca il regolamento non lo prevedeva e il genovese è stato avvicinato proprio da Crauste che lo ha redarguito con l’indice alzato, come un padre severo con il figlio discolo. Con l’esuberanza dei suoi vent’anni Marco ci ha messo meno di un secondo a mandarlo a quel paese con una spinta. Poco dopo la scena si è ripetuta. Touche, palla a terra, Bollesan sopra e su di lui i francesi, tra cui il loro capitano in cerca di vendetta che lo colpisce con un pugno e gli ha aperto l’arcata sopraccigliare. Marco si è rialzato sanguinante, si è fatto cucire con nove punti di sutura, ha cambiato la maglia numero 6, lacera e sporca di sangue, con quella numero 17 di Franco Paludetto che stava seduto in panchina e ha continuato a giocare, finché nella mischia seguente non ha restituito il colpo. A fine gara Le Mongol è entrato negli spogliatoi degli azzurri, ha fatto i complimenti a Marco e gli ha regalato la propria maglietta, dicendo di tenersi pure la sua, in quanto la prima maglia è un ricordo che va conservato gelosamente.
Quel giorno gli azzurri sono andati vicinissimi a sconfiggere la Francia. A 5 minuti dal fischio finale stavano vincendo 12 a 6, grazie alle mete di Umberto Levorato e di Erasmo Augeri e dei punti al piede di Franco Perrini, ma proprio in quel momento hanno subito la marcatura di Jean-Vincent Dupuy. Poco male, la meta all’epoca valeva 3 punti, ai quali vanno aggiunti i 2 della trasformazione, e gli uomini di Invernici, anche se di una sola lunghezza, erano ancora avanti. Purtroppo, ad un minuto dal termine, gli avanti francesi hanno conquistato un pallone in rimessa. Il mediano di mischia Jean-Claude Lasserre ha servito Albaladejo, il quale ha prima fissato Augeri, si è spostato di lato e ha passato a Guy Boniface. Il più giovane dei Les Boni ha consegnato l’ovale al proprio capitano Crauste e lui lo ha regalato al trequarti ala dello Stade Montois Christian Darrouy, che con la sua potenza è partito in avanti, ha superato Perrini con un abile cambio di passo e ha schiacciato sull’erba in mezzo ai pali la meta del sorpasso. La sfida è finita 14 a 12 per i padroni di casa.

A settembre, sempre del 1963, Marco ha affrontato un tour in Inghilterra e Galles schierato tra le fila di una squadra comprendente i migliori giocatori italiani chiamata Old Rugby Roma. Era a tutti gli effetti una nazionale azzurra, anche se la maglia era identica a quella dei Barbarians. Il super team ha giocato contro Harlequins e Stafford in Inghilterra e contro Swansea e Newport nel principato, subendo tre sconfitte (con i Quins soltanto 12 a 14) e un pareggio 8 a 8 con il Newport, regalando sempre grandi momenti di rugby.

Il secondo cap di Bollesan con la nazionale è arrivato il 29 marzo 1964, ancora contro la Francia, al Tardini di Parma. Memori del pericolo scampato l’anno precedente, questa volta i Blues sono stati più accorti e hanno vinto 12 a 3, anche se la marcatura di André Boniface, l’unica della sfida, è arrivata ad un minuto dal termine.

18 Aprile 1965: terza partita di Marco in azzurro, terza sfida alla Francia. Il campo stavolta era quello di Pau, in Aquitania, dove i ragazzi capitananti da Antonio di Zitti hanno visto violare la loro linea di meta cinque volte, compresa una doppietta di Christian Darrouy. Gli italiani sono stati asfaltati 21 a 0.

Nel frattempo il guerriero genovese era diventato dipendente dello sponsor del CUS Genova, le acciaierie siderurgiche Italsider, e lavorava presso la sede di Genova-Cornigliano. Nel 1965, nel momento in cui è stato assoldato dalla Partenope Napoli, fresca vincitrice dello scudetto, il terza centro è stato trasferito nel sito di Bagnoli.

Nella stagione 1965-66, la sua prima a in Campania, Bollesan ha aiutato la squadra del presidente Stefano Riccio a conquistare il secondo tricolore consecutivo. La Partenope, che annoverava campioni del calibro di Elio Fusco, capitano e allenatore in campo, e Marcello Martone, miglior marcatore del campionato, ha lottato per tutto il girone di andata con il Petrarca Padova, attuando il sorpasso alla nona giornata, quando ha sconfitto 11 a 6 i rivali in casa nello scontro diretto.
Durante il ritorno è stata la CUS Roma ad inseguire i campani, arrivando a portarsi ad un solo punto di lunghezza. Alla penultima giornata è andato in scena lo scontro scudetto al Flaminio di Roma, dove sono arrivati 3000 napoletani a tifare per i loro beniamini. Alla fine i bianco-azzurri hanno vinto 9 a 0, bissando il successo dell’anno precedente; Bollesan ha così ottenuto il suo primo titolo di campione d’Italia e Elio Fusco ha perso due denti a causa di un pugno, ma questo non gli ha tolto il sorriso.

Per quanto riguarda la nazionale, il 18 aprile 1966 Bollesan si è scontrato per la quarta volta con Les Blues, in occasione della Coppa delle Nazioni di Rugby, ovvero la famigerata Coppa FIRA. Sull’erba amica dello Stadio Militare dell’Arenaccia a Napoli, la nuova conduzione tecnica formata dal duo Sergio Barilari e Mario Martone ha visto gli azzurri subire il medesimo risultato dell’anno precedente: 0 a 21, con quattro mete subite e la beffa di un drop dello scatenato Claude Lacaze.

Bollesan ha disputato la sfida di Napoli con i Transalpini nel ruolo di flanker, con la maglia numero 8 sulle spalle del capitano Antonio Di Zitti. Lo stesso è accaduto nella partita pareggiata 3 a 3 con la Germania Ovest a Berlino l’ottobre successivo e di nuovo con la Francia il 26 marzo 1967 a Tolone, nell’ambito della Coppa FIRA. Contro i Blues, tra i quali quel giorno esordiva Pierre Villepreux, gli azzurri, che hanno visto il ritorno di Aldo Invernici sulla panchina, hanno realizzato tre marcature, ma ne hanno subite undici, con una hat trick del trequarti ala Michel Arnaudet e 25 punti messi a segno con il piede da Guy Camberaberò. Il risultato finale è stato un umiliante 60 a 13 e l’Italia è retrocessa nella seconda divisione della competizione, entrando in un periodo di crisi.

La sua prima meta con la maglia azzurra Bollesan l’ha realizzata il 29 dicembre 1968, in una sfida con la Serbia-Montenegro che si è tenuta a San Donà di Piave e che gli uomini di Invernici hanno vinto 22 a 3. I nostri hanno sconfitto anche Bulgaria, Spagna e Belgio, il 10 maggio del 1969 a Bruxelles, dove Marco ha oltrepassato nuovamente la linea proibita, guadagnando in quel modo la promozione nella prima divisione della Coppa delle Nazioni.

Il 9 novembre dello stesso anno, durante una sfida con la Francia disputata a Catania, vinta dai Blues 22 a 8, Bollesan ha indossato per la prima volta la fascia da capitano della nazionale italiana.

Intanto la Partenope, che ultimamente era firmata Ignis, non è più riuscita ad agguantare il titolo di campione d’Italia. Anzi, nel 1969 la società si è sciolta per motivi economici, con la sezione rugby della polisportiva che è stata assorbita dal Cus Napoli. Molti atleti se ne sono andati e tra essi anche Marco Bollesan, rientrato nella squadra con cui aveva iniziato la carriera: il CUS Genova.

Nella stagione 1970-71 i bianco-rossi sono tornati a disputare il massimo campionato italiano dopo sei anni di purgatorio. Era il periodo del Petrarca di Memo Geremia, che ha conquistato cinque scudetti consecutivi dal 1969 al 1974, e per tre stagioni il Genova è stato il suo unico antagonista, classificandosi sempre al secondo posto. L’impresa è stata sfiorata 1971-72, quando i punti di distacco dai veneti sono stati soltanto tre. Mai il CUS Genova è stato così vicino a diventare campione d’Italia.

Nel maggio del 1970 la nostra rappresentativa ha intrapreso il primo tour oltremare della sua storia; un mini-tour in Madagascar dove si è scontrata due volte con la squadra di casa. Bollesan ha realizzato una meta nel primo test, quindi ne ha marcata un’altra il 25 ottobre alla Romania sull’erba del Battaglini di Rovigo, dove le Quercie si sono imposte per 14 a 3.

Nel 1973 Marco ha condotto la squadra al famigerato tour in Sudafrica, il primo vero tour degli azzurri al di fuori dell’Europa, se si esclude il mini-tour in Madagascar. Pensare di recarsi a giocare in Sudafrica in quel periodo era pura utopia, vuoi perché l’Italia in ambito internazionale contava meno di niente e vuoi perché iniziava a farsi strada l’idea di un boicottaggio sportivo nei confronti di un paese in cui vigeva il regime di apartheid. In effetti il CONI ha chiesto ai ragazzi allenati da Gianni Villa di rinunciare al tour, ma l’occasione era troppo allettante e così a giugno gli azzurri sono partiti.
Era una squadra piuttosto giovane quella italiana, dove i più anziani, che vuol dire sulla trentina, erano il capitano Bollesan e il rovigotto Doro Quaglio. Gli altri erano Salvatore Bonetti, detto Nembo Kid, Rocco Caliguri, Arturo Bergamasco, padre di Mauro e Mirco, Nello Francescato, Lelio Lazzarini, Paolo Paoletti e Ambrogio Bona, tanto per citarne alcuni.

Il primo match è andato in scena il 16 giugno ad Harare, che allora si chiamava ancora Salisbury, capitale dello Zimbabwe, che allora sulle mappe era indicata ancora come Rhodesia. I locali hanno vinto 42 a 4 e i quattro punti italiani sono stati il frutto della quinta meta internazionale di Marco (dal 1971 la meta era passata a valere quattro punti).
Poco dopo Villa e i suoi ragazzi si sono trasferiti in Sudafrica dove hanno disputato otto gare contro squadre locali, alle quali è stato assegnato il cap. Le sfide sono state tutte perse, anche se alcune con minimo scarto, ma con una selezione di giocatori di etnia bantù chiamata Leopards è stato conseguito l’unico successo del tour, merito di un’altra meta di Bollesan, di una marcatura di Salvatore Bonetti e dei punti al piede del petrarchino Lelio Lazzarini.
L’11 luglio a Johannesburg, durante l’ultima partita del tour contro Transvaal, l’atleta della Rugby Roma Rocco Caligiuri ha centrato l’acca con tre drop. Era la prima volta che succedeva in una sfida internazionale in Sudafrica, tant’è che l’evento è ricordato da una targa all’esterno dell’Ellis Park.

Il 21 novembre, sempre del 1973, a l’Aquila è approdata l’Australia, reduce da un tour europeo non proprio esaltante. Il risultato finale è stato di 59 a 21 per gli ospiti, ma l’esperienza per gli azzurri è stata decisamente positiva.

Ricordando del 1973 non ci si può esimere dal parlare delle Zebre. Proprio quell’anno, infatti, Marco, assieme al giornalista Pierluigi Fadda e a Renato Tullio Ferrari, ha fondato il famoso club ad inviti italiano. Un club non territoriale, come erano ad esempio i veneti Dogi, ma che dalla sede di Milano si apriva a tutto il Bel Paese ovale. La squadra ha disputato gare sino alla metà degli anni ’90, quando è stata costretta a chiudere i battenti per motivi economici, causati soprattutto dall’avvento del professionismo. L’attuale franchigia federale che porta lo stesso nome non ha nulla a che fare con le vecchie Zebre, anzi, Bollesan è sempre stato contrario a concedere il marchio.

Le Zebre

Le Zebre

Il 1974 internazionale del Numero 8 genovese si è aperto il 15 febbraio con una meta schiacciata oltre la linea del Portogallo a Lisbona.

Un mese più tardi la nazionale azzurra di Gianni Villa si è spinta oltremanica per un tour in Inghilterra. Nonostante siano state affrontate tre contee inglesi, la Federazione, per incentivare la partecipazione dei giocatori, dilettanti alle prese con problemi di lavoro e di studio, ha concesso l’ufficialità a tutte e tre le sfide, così come era successo in Sudafrica.
Le squadre affrontate sono state Middlesex, Sussex e Oxfordshire, tutte gare terminate con la sconfitta dei nostri.

Nel 1975 Marco ha giocato le sue ultime tre partite in azzurro: con la Francia a Roma il 15 febbraio, con la Spagna a Madrid il 6 aprile e quella dell’addio, il 10 maggio a Reggio Calabria, dove è stata affrontata la Cecoslovacchia.

Poco prima della sua ultima sfida internazionale Bollesan si era laureato nuovamente campione d’Italia con ila Concordia Rugby Brescia, squadra nella quale era approdato a inizio stagione.
Erano i bianco-blu targati Würher del presidente Lorenzo Bonomi, del gallese David Cornwall e di Beppe Vigasio, di Salvatore Bonetti e Cubo “Ansiolin” Abbiati, di Paolo Paoletti e Cochi Modonesi, una squadra che ha rincorso L’Aquila per tutto il campionato sino alla penultima giornata, quando è avvenuto il sorpasso grazie alla vittoria per 8 a 7 nello scontro diretto al Menta. Il 20 aprile 1975 è andato in scena l’atto finale. L’Aquila ha superato il Petrarca, ma i Lombardi sono riusciti a vincere al Flaminio con l’Algida Roma 19 a 12 e hanno chiuso in cima alla classifica con un punto in più rispetto agli abruzzesi, cucendosi sul petto quello che fino ad ora è il loro unico tricolore.

Il Brescia campione d'Italia 1974-75

Il Brescia campione d’Italia 1974-75

L’anno successivo i bresciani sono andati vicinissimi al bis. All’ultima giornata erano primi in classifica a pari punti con il Rovigo del francese Julien Saby, a quota 34, e ospitavano i polesani in un vero e proprio scontro scudetto. Purtroppo per loro, i Bersaglieri sono riusciti ad imporsi 12 a 6 e hanno conquistato il loro ottavo titolo. E dire che quel giorno il presidente Bonomi era riuscito a schierare in campo nientemeno che il fuoriclasse inglese Andy Ripley. Il flanker, però, è arrivato al Menta spaesato, senza sapere esattamente quanto era importante quella sfida, così si è rivelato un fiasco.

A quel punto Bollesan ha lasciato la Concordia e si è accasato al CUS Milano, squadra in cui militavano anche il futuro CT della nazionale inglese Brian Ashton e il pilone Antonio Spagnoli, già con lui a Brescia ai tempi del tricolore. Al Giuriati l’ex capitano azzurro vi è rimasto tre stagioni, dal 1976 al 1979, vivendo la retrocessione in serie B e il successivo ritorno nella massima serie, dove la squadra si è classificata al tredicesimo posto ed è discesa nuovamente in purgatorio.

Nel 1979 Marco è passato all’altra squadra meneghina, l’Amatori Milano, che militava in serie C. Il guerriero si è ritirato dal gioco nel 1981, a 40 anni tondi tondi, anzi ovali ovali. Lo stesso anno, smesse le scarpette da giocatore, si è seduto sulla panchina della squadra in veste di allenatore e ha guadagnato subito la promozione in serie B. Di quella squadra faceva parte anche il campione degli All Blacks Stu Wilson. Alla fine del torneo 1984-85 il coach ha completato la risalita facendo approdare i milanesi nell’Olimpo del rugby italico. Bollesan, però, non ha avuto il tempo di condurre i suoi ragazzi anche in serie A, perché nel 1985 è stato assoldato dalla Federazione per diventare l’allenatore della nazionale italiana. L’incarico ha avuto inizio il 25 novembre; lo scopo era quello di guidare gli azzurri nell’avventura della prima Coppa del Mondo di rugby, alla quale era stato dato il benestare pochi mesi prima, a seguito delle pressioni portate dall’imprenditore australiano Rupert Murdoch.

Il torneo iridato ha avuto inizio il 22 maggio 1987 all’Eden Park di Auckland e ad inaugurare l’evento è stata proprio l’Italia di Marco Bollesan (coadiuvato da Gianni Franceschini) che ha affrontato i padroni di casa vestiti di nero. L’incontro proibitivo ha visto gli All Blacks vincere 70 a 6, con Oscar Collodo che, grazie ad un drop e ad un piazzato, è diventato il primo italiano (anche se lui era svizzero di Berna) a realizzare punti in un mondiale.
Sei giorni più tardi gli azzurri hanno affrontato l’Argentina, squadra chiamata a sostituire il Sudafrica ancora fuori a causa del boicottaggio. La sfida è finita 25 a 16 per i Pumas, con una meta di Fabio Gòmez all’80° minuto trasformata da Hugo Porta. I ragazzi capitanati da Marzio Innocenti hanno aperto e chiuso il loro primo mondiale nel giro di nove giorni. Il 31 maggio, infatti, c’è stata l’ultima sfida del girone contro le Fiji, con il nostro XV che ha vinto 18 a 15. Italia, Argentina e Fiji hanno chiuso il turno a pari merito con una vittoria a testa, ma a passare ai quarti sono stati gli isolani per avere realizzato una meta in più rispetto agli azzurri.

Bollesan ha lasciato la guida della nazionale nel 1989 e si è ritrovato alla corte di Massimo Fraddanni, presidente del Rugby Livorno griffato Ecomar. L’ex azzurro ha portato il club toscano sino al sesto posto della serie A nella stagione 1989-90 e all’ottavo in quella successiva, creando in città un vasto seguito di pubblico, tant’è che spesso si è dovuto giocare all’Armando Picchi, lo stadio del Livorno calcio. Purtroppo, nel 1992 i bianco-verdi, che annoveravano tra le proprie fila anche il fuoriclasse azzurro Stefano Bettarello, oltre ad Andrea De Rossi, il compianto Luca Terreni e Fabio Gaetaniello, hanno terminato il campionato in fondo alla classifica e sono retrocessi nella serie inferiore assieme al Tarvisium. “A Livorno ho passato due anni e mezzo bellissimi, avevo a disposizioni una rosa di giocatori con grande carattere, gente che non si tirava mai indietro; stava al pezzo come si dice da quelle parti.” (Marco Bollesan)

Dopo tanto girovagare per l’Italia, nel 1992 l’ex terza linea della nazionale è tornata a Genova dove ha preso le redini del CUS e diretto un agenzia di assicurazioni. Il matrimonio tra Marco Bollesan il suo vecchio club è durato cinque stagioni, con la squadra che ha sempre militato in serie B. Poi, nel 1997, quando l’Amatori Milano è stata abbandonata da Silvio Berlusconi ed è entrata in piena crisi fallimentare, si è offerto di guidare la società gratuitamente. L’incarico, però, è stato di breve durata, in quanto la squadra seniores meneghina è stata ceduta al Rugby Calvisano. Allora Bollesan si è lasciato convincere dal presidente Franco Badessi ad allenare l’Amatori Alghero.

Nel campionato 2001-02 Bollesan ha condotto il club sardo dalla serie B alla A2, per poi attuare lo storico salto in A1 la stagione successiva, con Massimo Cuttitta in campo.

Il guerriero ha lasciato la panchina dell’Alghero nel 2003, pur rimanendo nel club in qualità di consulente tecnico, perché nel frattempo, con l’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni e il mondiale in Australia nel mirino, aveva ricevuto dalla Federazione l’incarico di team manager della nazionale. Più avanti Marco ha ricoperto il ruolo di addetto alle relazioni esterne, incarico che è durato sino al 2008.

Nel 2006 Marco Bollesan è stato eletto presidente di una società che gestisce tutti gli impianti sportivi del capoluogo ligure di proprietà del comune: lo SportinGenova.

Nel maggio del 2015 in CONI ha riconosciuto le qualità di Marco Bollesan onorandolo di una mattonella nella Walk Of Fame al Foro Italico di Roma, nel Viale delle Olimpiadi. Marco è stato l’unico rugbista tra i cento atleti scelti per il lavoro da loro svolto nel nome dello sport italiano.

 

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