LE REGOLE DEL RUGBY

(di Roberto Vanazzi)

Il rugby è uno sport spettacolare, ma ha regole che hai profani, e spesso anche a chi lo segue da anni, possono sembrare ostiche. Coloro che si trovano a guardare una partita di rugby per la prima volta sono convinti di trovarsi di fronte ad un caos primordiale, dove a farla da padrone sono epici scontri tra giganti sporchi di erba e fango. Non è vero. Il rugby è uno sport fatto di logica e intelligenza, nel quale si usano schemi ancora più complicati delle regole. Il giornalista Sandro Cepparulo ha fotografato bene la situazione quando ha scritto che “il rugby è assoluto ordine nell’apparente disordine”.

regole rugby

LA SQUADRA

Una squadra di rugby è composta da quindici giocatori, disposti in campo come pedine su una scacchiera: otto avanti e sette trequarti, tra i quali ci sono due mediani, ognuno con un compito ben preciso. “Otto giocatori forti e attivi, due leggeri e furbi, quattro rapidi e un ultimo modello di flemma e di sangue freddo. Una squadra di rugby è la proporzione ideale fra gli uomini.” (Jean Giraudoux, giornalista e scrittore francese). Per conoscere i ruoli dei giocatori di rugby CLICCARE QUI.

La partita si svolge in due tempi, ognuno di 40 minuti effettivi, nel senso che, quando il gioco si ferma l’arbitro blocca il cronometro. Allo scadere degli 80 minuti la sfida non finisce sino a quando la palla non è uscita dal terreno di gioco. Sono quindi i giocatori, solitamente quelli della squadra che sta vincendo, a decidere il momento in cui porre termine all’incontro.

IL PUNTEGGIO

Nel rugby si possono realizzare punti in differenti modi. Il primo, naturalmente, è quello di segnare la meta, try per gli inglesi, che avviene nel momento in cui si schiaccia la palla sull’erba oltre la linea di meta avversaria. “Segnare una meta” ha scritto scherzosamente lo scrittore inglese P. G. Wodehouse “richiede una serie di azioni che in qualunque altro contesto procurerebbe ai protagonisti una condanna a quindici anni di galera.” In realtà la meta è il traguardo, la degna conclusione di uno sforzo che ha implicato fatica, sangue e sudore. Chi la realizza si guadagna cinque punti e ottiene la possibilità di aggiungerne altri due grazie al calcio di trasformazione, battuto tracciando un’immaginaria linea perpendicolare al punto in cui si è schiacciato l’ovale. L’importante è che la palla passi sopra la linea orizzontale della porta e in mezzo ai pali verticali, i quali, come tutti sanno, non hanno fine, ma si protendono all’infinito, sino al paradiso.

Altri modi per aumentare il risultato di tre punti sono quelli di spedire la palla tra i pali con una punizione o con un drop. Quest’ultimo è un calcio altamente tecnico, che avviene durante un’azione di gioco. Il giocatore, prima di calciarlo, deve fare rimbalzare l’ovale a terra. La punizione, invece, può essere calciata in porta solo se è di prima. Nel caso di infrazioni meno gravi, infatti, si ottiene solo un calcio libero, che può essere sfruttato con una giocata veloce (il giocatore da un calcetto all’ovale che tiene in mano e riprende subito la gara) oppure sostituendolo con una mischia.

Infine, se la squadra in difesa commette un fallo con il quale nega agli avversari una chiara possibilità di andare oltre la linea di meta, l’arbitro può decretare comunque la segnatura. Questa è la meta tecnica, una punizione per chi è stato cattivo.

LA META

SI PASSA SOLO INDIETRO

La prima cosa che si nota nel rugby è la palla. Essa non è sferica come nella maggior parte degli altri sport, ma ovale e, in quanto tale, “è imprevedibile come una donna” (Diego Dominguez) e “non puoi mai sapere quale sarà il suo prossimo rimbalzo, proprio come succede nella vita” (Flavio Pagano).

La Bislunga, come la chiamano in modo amichevole quelli che la maneggiano, può essere passata solo all’indietro, e questa è la regola più conosciuta e anche la più strana del rugby. Non è facile, infatti, concepire di andare avanti mentre la palla vola dalla parte opposta. Un controsenso. Il modo di passarla davanti, però, esiste ed è quello di usare i piedi. Con un bel calcio si può spedire la palla in avanti, ma il compagno che la raccoglie deve essere partito dietro il calciatore, oppure, deve prenderla al volo il calciatore stesso. Per quest’ultimo caso gli inglesi hanno coniato il termine up & under, se il calcio è alto, e grubber, se invece è rasoterra. Come si dice in un contesto calcistico, “palla lunga e pedalare”.

LA MISCHIA

Tornando al gioco alla mano, se si passa la palla al compagno che sta davanti, o se il portatore di palla la lascia cadere a terra, si commette un in avanti, un fallo che il più delle volte è punito con una mischia.

Questo ci porta a quell’architettura di arte contemporanea che è la mischia ordinata. Otto giocatori per parte, il pacchetto di mischia formato dagli avanti, si fronteggiano con la potenza di tutti i loro chili per conquistare l’ovale, buttato in mezzo a loro dal mediano di mischia. I due piloni si legano ai piloni opposti. In mezzo, abbracciato ai compagni, il tallonatore, che ha il compito di agganciare la palla con il tallone e spingerla indietro. Alle loro spalle le due seconde linee, che spingono, sbuffano e provano a tenere unito il pacchetto. Dietro ancora la terza linea, composta dai due flanker e dal Numero 8, pronti a staccarsi appena la palla torna all’aria aperta. Le regole della mischia sono cambiate spesso negli ultimi tempi. Oggi, l’arbitro impartisce tre ordini: “bassi ”  gli uomini piegano schiena e gambe, “legati”  i piloni opposti si  legano tra loro, “ingaggio”. Il mediano introduce l’ovale e due trattori iniziano a spingersi a vicenda. In una mischia nulla è lasciato al caso, anche per evitare di farsi seriamente male; ogni movimento è provato e riprovato più volte in allenamento. Un buon pacchetto di mischia è un contagio; prima o poi tutti prendono questo virus.” (Lucien Mias, ex seconda linea francese).

LA MISCHIA

LA MISCHIA

IL PLACCAGGIO

Un altro degli aspetti più noti del rugby, quello che è un po’ il suo marchio di fabbrica, è il placcaggio. Questo gesto atletico serve per fermare il portatore di palla che sta avanzando ferocemente verso l’area di meta. Anche se il campione di football americano Jack Tatum ha detto: “La mia idea di un buon placcaggio è quando la vittima si risveglia lungo i bordi del campo e sente rintronare nella sua testa i fischi di un treno”, bisogna dire che non bisogna mai intervenire per fare male. Per questo motivo è assolutamente vietato placcare sopra le spalle. Si abbraccia l’avversario, al petto, ai fianchi, alle gambe, e lo si accompagna a terra senza ribaltarlo. A questo punto, il giocatore placcato deve lasciare la palla a disposizione per proseguire il gioco, cosi come il placcatore deve smettere di abbracciare il placcato, anche se gli vuole bene. “Salvare una meta con un buon placcaggio, equivale a segnare una meta. ” (Marco Bollesan)

IL PLACCAGGIO

IL PLACCAGGIO

LA RUCK E LA MAUL

La palla, lasciata libera da chi è finito a terra dopo un placcaggio, è contesa dai giocatori delle due squadre con un groviglio di schiene e braccia che si chiama ruck, una mischia spontanea formata da almeno due atleti per parte, ai quali se ne possono aggiungere altri. C’è chi protegge l’ovale e chi invece cerca di contenderlo. Attenzione, però, la palla non può essere toccata con le mani, ma soltanto con i piedi, e i giocatori che arrivano a sostegno degli altri già presenti nella ruck non lo possono fare entrando lateralmente. Questi sono falli puniti con un calcio di punizione.

C’è un’altra situazione che si può verificare dopo un placcaggio, ovvero che il giocatore placcato riesca a rimanere in piedi. A questo punto, se i suoi compagni lo abbracciano da dietro per sostenerlo e gli avversari lo spingono di fronte per farlo cadere, si verifica qualche cosa di simile ad una ruck in verticale, il cui nome è maul. Se chi possiede la palla riesce a mettere maggior potenza nella spinta, allora si ottiene quello che dalle nostri parti si chiama carrettino, una maul avanzante. Nel caso contrario, quando chi difende riesce a bloccare la spinta, il possessore di palla deve metterla in gioco entro cinque secondi, prontamente segnalati dall’arbitro con un perentorio “Use It!”.

Durante le ruck e le maul bisogna fare attenzione a non commettere il fallo di fuorigioco. La linea di difesa deve schierarsi dietro il piede dell’ultimo giocatore legato.

LA RUCK

LA RUCK

LA TOUCHE

Quando la palla esce dal campo, come accade nel calcio, c’è la rimessa laterale, che in questo caso si chiama lineout, anche se in Italia è meglio conosciuta con il termine francese touche. Il tallonatore si posiziona con la palla sulla linea che delimita il campo, la linea di touche, mentre compagni e avversari si schierano in ricezione  di fronte a lui, disposti su due file formate da un numero di giocatori deciso dalla squadra che deve rimettere in gioco (da un minimo di due a un massimo di otto). Tra i due schieramenti si lascia un corridoio di un metro, ed è proprio al centro di questo corridoio che il tallonatore, dopo avere chiamato lo schema, lancia la palla (se non tira esattamente al centro l’arbitro farà battere la touche agli avversari). A questo punto i piloni afferrano una delle loro seconde o terze linee e la sollevano il più in alto in alto possibile, sostenendola sino a quando non ha afferrato l’ovale. Poi, l’accompagnano a terra per dare avvio all’azione. Questa alzata si chiama ascensore e un tempo era vietata. La touche, quindi, è il momento in cui l’uomo incontra il cielo, un gesto decisamente spettacolare, un insieme di movimenti sincronizzati che non sono mai lasciati al caso. “La touche, situazione all’apparenza fulminea e impulsiva, esige in realtà una sincronia, un ritmo, una coordinazione e una tempistica perfetta. Tutti gli atleti coinvolti devono sapere dove andrà a finire il pallone.” (Mauro Bergamasco). Gli avversari possono contendere la palla solo quando l’atleta che l’ha conquistata è tornato con i piedi a  toccare la terra.

Ma come si arriva alla touche? Come detto, si ottiene una touche quando la palla esce dal terreno di gioco. Ci sono, però, alcuni aspetti da chiarire, perché la posizione in cui si deve rimettere in gioco dipende da dove è partito l’ovale prima di uscire. Il calcio in touche fa parte delle normali fasi di gioco ed è un modo per liberarsi dell’ovale quando si è pressati dagli avversari in difesa e non si sa come uscirne vivi. Se il calcio avviene dentro la propria area dei 22 metri, allora la rimessa sarà effettuata dalla squadra avversaria nel punto in cui la palla è uscita. Nel caso, invece, che il giocatore al momento del calcio si trovi oltre la linea dei propri 22 metri, la touche sarà lanciata dall’altra squadra nel punto in cui è stato effettuato il calcio, se la palla è uscita direttamente, oppure, se la palla ha toccato prima il terreno di gioco e poi se n’è rotolata fuori, sarà battuta da dove questa è uscita.

Nel momento in cui una squadra subisce un fallo, anziché usufruire di un calcio di punizione tra i pali, può benissimo decidere di calciare in touche per avvicinarsi alla linea di meta nemica. Solo in questo caso, infatti, la rimessa sarà effettuata dal tallonatore della squadra che ha buttato fuori la palla. La touche non può essere concessa se la distanza dalla linea di meta è inferiore a cinque metri.

Esiste, infine, anche la possibilità di battere una touche veloce. L’atleta può raccogliere la palla che è uscita dal campo e passarla subito ad un compagno libero, senza aspettare lo schieramento degli avversari. L’importante è che la palla, prima di essere raccolta, non abbia toccato persone o ostacoli estranei al gioco.

LA TOUCHE

LA TOUCHE

IL MARK

Quando la palla viene calciata dentro i 22 metri avversari, il giocatore in difesa può afferrarla al volo e chiamare ad alta voce il mark. Il mark corrisponde a quello che nei giochi dei bambini lombardi è l’arimo, una sospensione momentanea dal gioco. Al grido di “mark tutti si fermano e tornano a schierarsi chi in difesa e chi in attacco, aspettando che il calciatore che ha effettuato la chiamata calci l’ovale dal punto in cui lo ha raccolto al volo. È un modo molto utile se si vuole bloccare l’attacco della squadra opposta. Se qualche tifoso di nome Mark, magari con un paio di birre di troppo in corpo, sente chiamare il proprio nome a voce alta in mezzo al campo, deve fare attenzione a non presentarsi dal giocatore per chiedergli di cosa ha bisogno.

SIN BIN

Il rugby è uno dei pochi sport, insieme all’hockey su giaccio, alla pallamano ed una manciata di altri, ad avere la panca puniti. Sin Bin è il suo nome, che non è la frase magica del mago Silvan, anche se l’arbitro una magia la compie facendo sparire dal campo per dieci minuti il giocatore che ha commesso un fallo, brandendo il cartellino giallo al posto della classica bacchetta. Le infrazioni ritenute più gravi, invece, possono essere sanzionate con il cartellino rosso, ovvero l’espulsione definitiva dalla gara.

CALCIO DI PUNIZIONE

CALCIO DI PUNIZIONE

IL VANTAGGIO

Nel momento in cui una squadra subisce fallo, può decidere se sfruttarlo calciando tra i pali o in touche, ma può anche scegliere di continuare l’azione, perché si prospetta per loro una situazione vantaggiosa. Se durante questa azione, però, si perde l’ovale ( magari si è tentato un drop che è terminato fuori dai pali) allora si può tornare sul fallo precedente. Naturalmente, il vantaggio non dura in eterno. Ad un certo punto l’arbitro decide che è stato acquisito e non si può più tornare indietro.

TERZO TEMPO

Infine, non ci si può esimere dal parlare del terzo tempo, perché “il rugby è aggressività, è guerra. Ma dopo viene la pace più bella del mondo.” (Marco Bollesan). Finita la partita, gli atleti delle squadre che sino a poco prima se le sono date di santa ragione, si mischiano cordialmente tra di loro per scambiarsi pacche sulle spalle, divertirsi e, soprattutto, mangiare assieme. Nelle gare internazionale il ritrovo è in qualche ristorante di lusso. A livelli più amatoriali, invece, si tratta il più delle volte di gigantesche grigliate con fiumi di birra. In entrambi i casi, la tradizione del terzo tempo corrisponde alla parte visibile, più unica che rara, di quello spirito di lealtà e amicizia che caratterizza da sempre il rugby. “La partita è di due tempi, ma il più importante è il terzo, fatto di birre, sudore e strette di mano tra chi dieci minuti prima se le dava di gusto.” (Francesco Bucchieri).

TERZO TEMPO

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