John Smit: le arti oscure della mischia

(di Roberto Vanazzi)

La longevità di Smit e il successo che ha ottenuto come capitano è merito della sua umiltà, della sua intelligenza e della capacità unica di legare assieme giocatori neri, bianchi, coloured, di lingua inglese e afrikaans, e ispirarli verso un obiettivo comune.” (Jack White)

Dici rugby e pensi alla mischia. Dici mischia e pensi ad un groviglio di giganti impegnati in un cerimoniale che ai meno esperti può sembrare oscuro. In realtà la mischia, quella chiusa, decisa dall’arbitro per punire un’infrazione, è tutt’altro che caos primordiale. Essa è fatta di regole precise e simmetrie calcolate sino all’esaurimento, per far sì che gli otto uomini che ne prendono parte diventino una massa unica e compatta. In una mischia niente è lasciato al caso.

Lo sa bene John Smit, che ha speso una vita nella prima linea degli Springboks,  giocando tallonatore e anche pilone. Tante volte tallonatore, 98 partite, un po’ meno da pilone, 13. Il totale fa 111, un numero che, ad oggi, posiziona Smit al secondo posto in quanto a presenze per la nazionale sudafricana, alle spalle solo di Victor Matfield. Di questi 111 caps, John ne ha giocati 81 con la fascia di capitano, come nessuno prima di lui. E da capitano, questo ragazzone ha conquistato con la sua nazionale due titoli del Tri Nations, ha sconfitto i British Lions e ha sollevato la Coppa del Mondo del 2007 in Francia.

John Smit

John Smit

John William Smit è nato il 3 aprile 1978 a Pietersburg, nel Sudafrica nordorientale. Studente presso la Pretoria Boys High School, John ha giocato per il primo XV della scuola dal 1994 al 1996, lo stesso periodo in cui ha provato a bussare alla porta della franchigia dei Bulls, senza successo. Sono stati i Natal Sharks, invece, ad offrirgli un contratto, comprensivo di una borsa di studio presso la University of Natal. Dopo avere fatto parte della squadra universitaria, nel 1998, quando aveva vent’anni, John ha esordito a livello provinciale con gli  Squali.

Proprio allora Smit ha giocato per la nazionale sudafricana under 20, i cosiddetti Baby Boks. Poi, il 10 giugno del 2000, il ventiduenne ha esordito nella nazionale maggiore contro il Canada, al Basil Kenyon Stadium di East London. Nick Mallett, coach degli Springboks dei record, lo ha fatto entrare dalla panchina in sostituzione di Charl Marais. I suoi ragazzi hanno vinto 51 a 18.

Smit ha conservato il posto in squadra per tutto il Tri Nations di quell’anno, entrando sempre come riserva, un paio di volte al posto di un pilone. Finalmente, il 12 novembre 2000, contro l’Argentina a Buenos Aires, John è stato schierato nel XV di partenza, in una front row che comprendeva anche i piloni Robbie Kempson e Willie Meyer. La scommessa di gettare Smit nel calderone dello stadio del River Plate, imballato con 60000 fan, è stata ripagata da una performance superba.

John è stato parte integrante degli Springboks per tutto il 2001, anche se durante il Tri Nations si è dovuto accontentare di entrare dalla panchina per sostituire a gara iniziata Lukas Van Biljon.

Quella stagione ha visto Smit raggiungere la finale di Super 12 con gli Sharks. Dopo avere sconfitto in una semifinale tutta sudafricana i Cats (oggi conosciuti col nome di Lions), il 26 maggio, a Canberra, la franchigia di Durban ha perso 36 a 6 la finale con gli australiani Brumbies.

Il 17 novembre, sempre del 2001, durante il tour invernale in Europa, il tallonatore ha segnato la sua prima meta con la maglia della nazionale, in una gara contro l’Italia a Genova, terminata 54 a 26 in favore degli uomini venuti dal sud del mondo.

A quel punto, a causa di un brutto infortunio alla spalla, il ragazzo di Pietersburg è stato costretto ad abbandonare il quadro internazionale per i successivi 18 mesi. Il nuovo allenatore del Sudafrica, Rudolf Straeuli, lo ha richiamato giusto in tempo per partecipare alla Coppa del Mondo 2003.

Il Sudafrica si è classificato secondo nel girone C, alle spalle dell’Inghilterra, che aveva vinto il confronto diretto 25 a 6, merito di un Jonny Wilkinson superlativo al piede. Così, gli uomini di Strauli si sono trovati a disputare i quarti di finale a Melbourne contro la Nuova Zelanda. Il risultato di 29 a 9 per i neri non lascia dubbi su quale squadra abbia dominato l’incontro. I sudafricani hanno fatto le valige e sono tornati in patria. Smit ha disputato tutte e cinque le partite del mondiale e contro la Georgia, il 24 ottobre, con lo skipper Come Krige seduto in panchina, gli è stata affidata la fascia ed è diventato il 51° capitano degli Springboks.

Jake White è stato nominato allenatore della nazionale arcobaleno all’inizio del 2004 e la prima decisione che ha preso è stata confermare Smit capitano su base permanente. I due hanno creato una partnership vincente e si sono aggiudicati subito la prima corona del Tri Nations dal lontano 1998.

Durante quel torneo il Sudafrica ha visto esplodere il talento di tanti giovani campioni: una mischia potente e trequarti veloci. La prima sfida, in casa degli All Blacks, è stata caratterizzata dalla meta a tempo scaduto di Doug Howlett, quando gli uomini di Jake White si trovavano avanti 21 a 18. Anche la gara con i Wallabies è stata persa di misura, 26 a 30, a causa della meta di Clyde Rathbone, ex capitano della nazionale under 21 sudafricana, naturalizzato in seguito australiano. Due sconfitte in trasferta per i verdi, ma i punti di bonus conquistati, alla fine, sono stati determinanti. E poi, da quel momento, si sarebbe giocato nel Paese Arcobaleno.
La partita con gli All Blacks, a Johannesburg, è stata vissuta su un primo tempo equilibrato e una ripresa in cui i padroni di casa hanno travolto gli avversari con un gioco aggressivo. Il risultato è stato di 40 a 26, con cinque mete segnate, delle quali tre dell’astro nascente Marious Joubert.
Una settimana più tardi, a Durban, gli Springboks hanno sconfitto anche l’Australia, pur segnando una meta in meno degli avversari: due per i padroni di casa, di Victor Matfield e Joe van Niekerk, contro tre degli ospiti. A fare la differenza, la precisione al piede di Percy Montgomery, che ha trasformato entrambe le marcature e piazzato in mezzo ai pali tre penalties, per il 23 a 19 finale.

Smit ha continuato a giocare, raggiungendo il record sudafricano di 46 test consecutivi, tra il 2003 e il 2007, e segnando la sua seconda meta il 6 giugno 2004, nella gara di Pretoria con il Galles.

Sul fronte interno, il 2007 ha visto nuovamente gli Sharks approdare alla finale di Super Rugby, ormai diventato Super 14. Gli Squali si sono classificati primi, con un punto in più dei connazionali Bulls. La franchigia di John Smit ha quindi sconfitto gli Auckland Blues nei play-off e si è ritrovata in finale, all’ABSA Stadium di Durban, proprio con i Bulls. Dopo una gara equilibrata, negli ultimi minuti è successo di tutto. Al 77°, con le squadre ferme sul 14 a 13 per gli Sharks, il loro seconda linea, Albert van den Berg, ha realizzato una meta. Percy Montgomery ha mancato i due punti addizionali e sul tabellone è comparso 19 a 13. A tempo scaduto da due minuti, è arrivata la segnatura di Bryan Habana. La trasformazione essenziale di Derick Hougaard è andata a buon fine e la franchigia di Pretoria ha vinto 20 a 19. E dire che durante la regular season gli Squali avevano sconfitto i Tori 17 a 3.

Nella primavera del 2007 gli Springboks hanno ottenuto due vittorie schiaccianti con l’Inghilterra, tanto per vendicarsi della sconfitta patita il precedente novembre in una delle due sfide di Twickenham. Purtroppo, la corsa di John Smit al record di gare disputate consecutivamente è stata interrotta bruscamente da un infortunio nella partita di Cape Town con l’Australia, il 16 giugno 2007, giusto una settimana dopo avere marcato ancora una meta contro Samoa.

In autunno, si è disputata la Coppa del Mondo in Francia, manifestazione che ha visto gli Springboks macinare sette vittorie in altrettante sfide, sino al trionfo in finale contro l’Inghilterra, allo Stade de France di Parigi. Un cammino quasi perfetto quello dei sudafricani, in quel momento i migliori interpreti del rugby moderno.

La prima fase del torneo non ha evidenziato problemi per gli uomini di Jack White. Dopo il 59 a 7 rifilato a Samoa all’esordio, ecco l’incredibile 36 a 0 con cui hanno annichilito i campioni uscenti dell’Inghilterra. A seguire, la gara con Tonga, che è risultata essere quella più difficile per i sudafricani, terminata 30 a 25. Infine, l’asfaltata agli Stati Uniti per 64 a 15.
Ai quarti di finale gli Springboks hanno affrontato Fiji, squadra che un po’ a sorpresa aveva passato il turno a discapito del Galles. John Smit è andato in meta alla fine del primo tempo: Victor Matfield ha conquistato la palla in touche, a cinque metri dall’area di meta degli isolani, si è formato un carrettino e la spinta poderosa degli africani ha portato oltre il capitano. Assieme a Smit, hanno marcato Jaque Fourie, JP Pietersen, Juan Smith e, a tempo scaduto, Butch James, concludendo con un 37 a 20 che ha staccato loro il biglietto per Saint-Denis, sede designata per la semifinale.
Ad attendere i verdi c’era la squadra rivelazione del torneo, quell’Argentina ancora imbattuta che aveva aperto il mondiale sconfiggendo la Francia. Questa volta, però, i Pumas di Felipe Contepomi sono stati annientati 37 a 13. Dodici anni dopo Johannesburg, il Sudafrica era ancora in finale.

Tra gli Springboks e la Coppa del mondo c’era l’Inghilterra, squadra alla fine di un ciclo, ma sempre orgogliosa e solida come la roccia. Il 21 ottobre 2007, infatti, il XV della Rosa non era lo stesso asfaltato poco più di un mese prima nel girone A. Gli uomini di Brian Ashton sono scesi sul terreno di gioco con lo scopo di dare battaglia, come avevano fatto nei quarti con l’Australia e in semifinale con la Francia, e sono apparsi addirittura più intraprendenti degli avversari. Entrambe le squadre si sono disposte per disinnescare da subito le ali avversarie: Habana e Pietersen da una parte, Sakey e Cueto dall’altra. In quel modo, la partita ha offerto poco allo spettacolo e si è trasformata in una guerra di trincea, con un noioso ping pong di calci tattici a liberare. Alla fine, solo i cecchini dalla piazzola hanno messo punti sul tabellone. I primi tre li ha realizzati Percy Montgomery, cui hanno fatto seguito un piazzato di Jonny Wilkinson e un altro di Monty. Sul finire del primo tempo i sudafricani sono arrivati ad un nulla dal marcare la meta, dopo un break imperioso di François Steyn, ma un passaggio in avanti ha vanificato il tutto. I verdi si sono dovuti accontentare di altri tre punti del biondo Percival e le due squadre sono andate a riprendere fiato sul 9 a 3. All’inizio della ripresa, gli inglesi hanno prima accorciato con un calcio di Wilko, quindi, sono andati in meta. Mathew Tait ha trovato il varco giusto e ha corso per circa quaranta metri, fino a quando è stato placcato a due metri dalla linea di meta. Andy Gomarsall ha raccolto l’ovale e lo ha passato a Mark Cueto, il quale ha schiacciato sull’erba, nell’angolo sinistro. L’arbitro ha chiesto l’intervento del TMO, per capire se un istante prima di far baciare l’erba alla palla, il trequarti aveva toccato la linea laterale col piede sinistro, a causa del placcaggio in extremis di Danie Rossouw. Dopo un tempo infinito, il signor Rolland ha dichiarato No Try, per la disperazione dei tifosi inglesi, compreso il principe Harry in tribuna. Passata la paura, Montgomery ha centrato l’acca con il suo quarto calcio e, a venti minuti dal termine, il ventunenne François Steyn ha infilato da metà campo il penalty del 15 a 6. Il gap era troppo ampio per un’Inghilterra in crisi. Gli Springboks, merito loro, sono stati bravi a difendere senza commettere quei falli che avrebbero permesso a Wilkinson di fare punti. La loro mischia è risultata più solida di quella avversaria, le fasi statiche sono state dominate dall’inizio alla fine e, come arma in più, avevano in campo almeno quattro giocatori abilissimi nel gioco al piede. La gara è finita e tutto il Paese Arcobaleno, dopo lo storico giorno di François Pienaar e di Mandela con la maglia numero 6, ha festeggiato la sua seconda Coppa del Mondo.

Smit ha giocato la finale in una front row con Os Du Randt, il pilone che era in campo anche nel 1995, e CJ van der Linde. Quel giorno, come del resto in tutto l’arco del torneo, il ragazzo di Pietesburg ha messo in mostra le sue qualità di leadership, la grinta del trascinatore e la calma sotto pressione, ed è stato uno dei giocatori più costanti, autore di perfetti lanci in touche, agevolati, sia chiaro, dalle grandi doti dei saltatori Victor Matfield, eletto Man of the Match, e Bakkies Botha. Quando a cinque minuti dal fischio finale John è uscito dal campo per lasciare posto a Bismark du Plessis, ha ricevuto una vera e propria ovazione. Quando Sarkozy gli ha consegnato il Webb Ellis Trophy, è entrato nella leggenda.

Nel periodo che ha preceduto la Coppa del Mondo era corsa voce che Smit si sarebbe accasato alla squadra francese di Top 14 dell’ASM Clermont-Montferrand. Quando la sua mossa è stata confermata, dopo il mondiale, la SRU ha preso la decisione, senza precedenti, che lui avrebbe mantenuto ugualmente la fascia di capitano degli Springboks.

John ha fatto solo qualche apparizione per il suo nuovo club. Una di esse è stata la finale di Top 14, persa contro lo Stade Toulossaine 18 a 23. Dopo un solo anno in Francia, Smit è tornato in patria, nei suoi Natal Sharks.

Nella prima partita del Tri Nations del 2008, Smit è stato vittima di un brutto fallo da parte del neozelandese Brad Thorn, che lo ha sollevato e buttato a terra, procurandogli un infortunio all’inguine. L’incidente ha messo la parola fine al suo torneo e la fascia da capitano è finita sul braccio di Victor Matfield.

Alla fine dell’anno, John si è ripreso dai suoi guai e ha guidato il Sudafrica, agli ordini del nuovo coach Peter de Villiers, in un tour del Regno Unito sfociato nel Grande Slam, con le vittorie su Galles, Scozia e, la più memorabile, con l’Inghilterra: un 42 a 6 che ha condannato il XV della Rosa alla loro peggiore sconfitta di sempre a Twickenham. Quattro mete realizzate, tutte trasformate, e tre piazzati, contro solo due penalties di Danny Cipriani. Dopo il tour, Smit è stato il capitano dei Barbarians che hanno perso 12 a 18 con l’Australia allo stadio di Wembley.

Nel 2009 il tallonatore ha condotto gli Springboks alla vittoria per 2 a 1 nella serie sui British & Irish Lions di Ian McGeechan. John aveva già visto i Lions in azione nel 1997, quando erano arrivati al Kings Park per affrontare gli Sharks, durante il tour in Sudafrica. Allora il ragazzo, che giocava nella seconda squadra, era stato convocato ma non si era alzato dalla panchina. Questa volta, invece, ha disputato tutti e tre i test match, anche se nel ruolo di pilone sinistro, con la maglia numero 2 consegnata a Bismarck du Plessis. Nella prima prova, a Durban, dopo solo quattro minuti dall’inizio, Smit ha raccolto una palla corta riciclata da Fourie Du Preez, ha individuato un varco e vi si è infilato, schiacciando in meta. La sfida è terminata con la stretta vittoria dei padroni di casa per 26 a 21. Anche il secondo test è stato vinto con soli tre punti di scarto, 28 a 25, grazie al piazzato di Morne Steyn a tempo scaduto, quando ormai tutti erano convinti del pareggio. Il terzo match, valido solo per l’onore, è stato dominato dagli uomini capitanati da Paul O’Connell, che hanno condotto in porto un buon 28 a 9, con una doppietta di Shane Williams.

Smit è rimasto pilone per tutta la stagione 2009, l’anno in cui gli Springboks hanno conquistato un altro titolo del Tri Nations, vincendo cinque gare su sei. L’unica sconfitta è arrivata a Brisbane, per mano dei Wallabies, ma spicca la stupenda vittoria al Waikato Stadium di Hamilton con la Nuova Zelanda, all’ultima giornata, un 32 a 29 che ha coronato un torneo trionfale. Due mete per parte, di Sitiveni Sivivatu e Richie McCaw per i padroni di casa, di Fourie du Preez e Jean de Viliers per gli Springboks. Quindi, piazzati da ogni angolo del campo da parte di Dan Carter e Morne Steyn, che ha realizzato anche uno splendido drop. È stata questa la terza vittoria consecutiva sugli All Blacks di quella edizione del Tri Nations. Durante il torneo, John è diventato il capitano con più presenze nella storia del rugby, superando il precedente record di 59 caps detenuto da George Gregan e Will Carling.

Le sconfitte per mano della Francia e dell’Irlanda in autunno hanno appannato un anno altrimenti magico per gli Springboks. Tra le due sconfitte, c’è stata l’asfaltata rifilata all’Italia: 32 a 10, allo stadio Friuli di Udine, con quattro mete realizzate e nessuna subita. Nella sfida con la Francia, a Tolosa, Smit ha realizzato la sua settima marcatura con la maglia della nazionale. Il tallonatore dei Blues, William Servat, ha sbagliato una touche a cinque metri dalla propria area di meta. La palla è stata lanciata troppo lunga, ha saltato tutti i suoi compagni ed è caduta tra le braccia di John, il quale ha chinato la schiena, ha dato una tremenda sportellata a Julien Dupuy e, assieme a lui, è volato sull’erba, al di là della linea proibita.

Il 2010 si è aperto bene per gli uomini guidati da John Smit, ormai tornato a fare il tallonatore, che hanno sconfitto il Galles al Millenium Stadium e poi Francia e Italia in casa. Con gli azzurri, a East London, Smit ha raccolto la sua vittoria numero 50 come capitano. Lo stesso anno, è diventato il quindicesimo giocatore nella storia del rugby a raggiungere quota 100 caps: il secondo springbok a tagliare il traguardo, dopo Percy Montgomery.

In precedenza , a febbraio, il capitano degli Sharks era diventato anche il primo sudafricano a raggiungere i 100 caps nel Super Rugby scendendo in campo sempre con la stessa franchigia (Ollie Le Roux e Albert van den Berg ci erano arrivati prima, ma giocando per squadre diverse).

L’anno successivo John è stato confermato ancora capitano per condurre il Sudafrica alla Coppa del Mondo in Nuova Zelanda, nonostante i timori sulla sua forma fisica evidenziata a livello provinciale. Prima, però, c’è stato il Tri Nations, dove Smit ha marcato ancora due mete, una all’Australia e l’altra agli All Blacks, la numero otto e la numero nove della sua carriera. Due marcature simile, con uno sfondamento degno di un ariete e l’ovale schiacciato al centro dei pali.

A quel punto John ha confermato che, dopo la Coppa del Mondo, si sarebbe unito ai campioni in carica dell’Aviva Premiership dei Saracens. Il tallonatore ha anche annunciato che quel mondiale avrebbe visto la sua ultima apparizione con la maglia degli Springboks. Nonostante le critiche, John ha disputato un torneo di alto livello. I ‘Boks hanno vinto il girone in cui erano inseriti, passando il turno assieme al Galles, l’unica squadra che li aveva messi in difficoltà. L’incontro diretto, infatti, è finito 17 a 16 per gli uomini di Peter de Villiers, grazie alla meta di François Hougaard a un quarto d’ora dalla fine. Le altre partite sono state facili vittorie con Fiji, Namibia e Samoa.
Approdati ai quarti, i sudafricani hanno affrontato l’Australia a Wellington, squadra che era arrivata seconda alle spalle dell’Irlanda nel girone che comprendeva anche l’Italia. Quel 28 ottobre 2011 hanno vinto i Wallabies, capaci di realizzare l’unica meta di una brutta partita, con il loro capitano James Horwill. Il resto lo hanno fatto i calci di Morne Steyn, compreso un drop, e di James O’Connor, per un 11 a 9 finale che ha infranto i sogni sudafricani di diventare la prima nazionale ha vincere due mondiali consecutivi.

Dopo questa gara, John Smit ha salutato definitivamente il rugby internazionale, con un record di 111 presenze, di cui 81 in qualità di skipper, e nove mete realizzate. Il suo record di caps con la fascia al braccio è stato superato in seguito da Brian O’Driscoll e Richie McCaw.

Il 24 ottobre 2011, mentre ancora giocava a livello di club, Smit è stato inserito nella IRB Hall of Fame, assieme a tutti gli altri capitani e allenatori vincitori della Coppa del Mondo, dall’inizio del torneo nel 1987 al 2007.

Nel 2013, Smit ha prima accettato l’invito da parte del Tolone per giocare un altro anno in Francia, per poi rinunciare nel momento in cui gli è stato offerto l’incarico di amministratore delegato nei suoi Sharks, al posto di Brian Van Zyl. Questi è rimasto al suo fianco come mentore sino al 28 febbraio 2014, il giorno del pensionamento.

 

TORNA ALLA PAGINA INIZIALE

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.


*