John Jeffrey: il grande squalo bianco

(di Roberto Vanazzi)

Il mio lavoro, oltre al rugby, è nella fattoria di famiglia, dove ho un solo rimpianto: se salgo su una collina vedo l’Inghilterra.” (John Jeffrey)

I soprannomi con cui era conosciuto il flanker scozzese John Jeffrey sono “Il Grande Squalo Bianco” e “JJ”. Quest’ultimo era uso esclusivo dei suoi compagni di squadra. Il primo, invece, gli è stato affibbiato a causa della zazzera biondo-paglia e della sua pelle bianchissima.

Sul campo, John uno squalo lo era davvero: un grande predatore di palloni. Sempre primo nei punti d’incontro, primo nei placcaggi e primo ad ispirare un azione, Jeffrey aveva anche la capacità di segnare mete importanti. Ne ha marcate ben undici, che all’epoca rappresentava il record scozzese. Alla fine del 1980, il Grande Squalo Bianco ha formato con Finlay Calder e Derek White una terza linea che molti considerano la migliore nella storia del rugby. Egli stesso è considerato uno dei più grandi flanker di tutti i tempi.

John Jeffrey

John Jeffrey

John Jeffrey è nato il 25 Marzo 1959 a Kelso, negli Scottish Borders, da una famiglia di contadini. Il ragazzo è stato educato alla Saint Mary’s School, a Melrose, e poi alla Merchiston Castle School, nel sobborgo edimburghese di Colinton.

Giocatore del Kelso RFC, l’8 dicembre 1984 John ha ricevuto dal leggendario coach John Telfer la sua prima maglia numero 7 con il cardo sul petto. La Scozia, che nove mesi prima aveva conquistato il secondo Grande Slam della sua storia, doveva giocare a Murrayfield, contro l’Australia di Andrew Slack. La partita è terminata 37 a 12 per gli ospiti, grazie a due splendide mete di David Campese e una testa di Mark Ella e Nick Farr-Jones, che così facendo hanno ottenuto la quarta vittoria in altrettante sfide con le Union britanniche. Assieme a John, in terza linea, erano schierati Jim Calder e il numero 8 John Beattie.

Nel 1986 Finlay Calder, gemello di Jim, ha iniziato la prolifica partnership in fondo alla mischia con Jeffrey, prendendo praticamente il posto che era stato del suo gemello Jim. Il primo febbraio di quell’anno, all’Arms Park di Cardiff, nella sfida persa con il Galles, John ha realizzato la sua prima meta internazionale. Questa è stata l’unica sconfitta subita dal XV del Cardo durante il torneo. Arrivati primi, gli Highlanders hanno però dovuto condividere il titolo con la Francia.

Il 1987 è stato l’anno della prima edizione della Coppa del Mondo di rugby, disputata in Nuova Zelanda. John ha fatto parte del team scozzese giunto nel Paese della Lunga Nuvola Bianca a bordo dello stesso aereo con la squadra gallese e quella irlandese, dopo un viaggio in economy durato 25 ore.
Il flanker di Kelso ha giocato tre partite: il pareggio con la Francia e le vittorie con Zimbabwe e Romania, realizzando ben quattro mete, tre delle quali ai rumeni.
Gli uomini di Derrick Grant, arrivati secondi nel proprio girone alle spalle della Francia, sono stati costretti ad affrontare i fortissimi All Blacks nei quarti di finale. La partita, praticamente senza storia, è terminata con un secco 30 a 3 per i padroni di casa, con gli uomini delle Highlands che hanno realizzato punti solo con un piazzato di Gavin Hastings.

Non era solo l’orgoglio scozzese ad essere ammaccato la sera del 5 marzo 1988, dopo che la squadra aveva perso 6 a 9 con l’Inghilterra a Murrayfield, concedendo agli avversari la quasi inestimabile Calcutta Cup. Durante il terzo tempo, infatti,  il trofeo ha subito un trattamento piuttosto ruvido da parte di John Jeffrey e del pari ruolo inglese Dean Richards, il quale, tra l’altro, ere anche un poliziotto. I due hanno giocato lungo Princes Street, a Edimburgo, usando la coppa come pallone. L’indignazione non avrebbe potuto essere più forte se ci fosse stata la Regina Madre al posto del trofeo, con qualcuno che ha chiesto addirittura l’espulsione a vita per i due “fuorilegge”. Alla fine, Jeffrey ha ricevuto una sospensione di sei mesi dalla Scottish Rugby Union, mentre Richards se l’è cavata solo con lo stop per una partita. Il trofeo è stato gravemente danneggiato e ci sono volute centinaia di sterline per la riparazione: “È rimasto terribilmente danneggiato“, ha affermato Richards. “Ho sentito JJ che diceva: – Guarda, non è in uno stato molto buono.‘” Jeffrey ha ammesso che la causa di tutto è stata la classica miscela di alcool e adrenalina. “Penso di aver smaltito la sbornia solo dopo essere  tornato in albergo. Ricordo di aver guardato la coppa e avere pensato – mmm, potremmo avere qualche fastidio qui.”. E dire che John, la partita, non l’aveva neppure giocata, sostituito da Derek Thurnbull.
Il pilone scozzese Norrie Rowan ha ricordato: “Non c’era niente di maligno, erano solo dei passaggi come con una palla da rugby, ma purtroppo continuava a cadere. L’ultima volta che l’ho vista, il portiere della discoteca, Buster Browns, aveva un manico di scopa attraverso le alette della coppa e stava cercando di ridarle di nuovo la forma “.

Nel 1987-88, Jeffrey ha conquistato il titolo del campionato scozzese con il Kelso RFC. La stagione seguente, il club dei Borders ha concesso uno storico bis. Fino ad oggi, sono questi gli unici due titoli conquistati dai bianco-neri.

Intanto, la nazionale del Cardo attraversava una fase di ricostruzione. La mediana, formata da Gary Armstrong e Craig Chalmers era tutta nuova. Era comunque una squadra fiduciosa quella scesa a Twickenham il 4 febbraio 1989, durante il Cinque Nazioni. Sembrava addirittura potesse riuscire nell’impresa di portare a casa la vittoria, ma, alla fine si è dovuta accontentare di un 12 a 12, con l’unica meta della sfida realizzata da John Jeffrey. È  stato questo l’ultimo risultato utile degli Highlanders nel tempio del rugby londinese. Da allora, infatti, hanno sempre perso

Ben nove scozzesi sono stati convocati dai British & Irish Lions per intraprendere il tour del 1989 in Australia. Tra loro c’era anche Jeffrey, reduce dall’avventura all’Hong Kong Seven con i Barbarians. Per ironia della sorte, lo Squalo Bianco è stato escluso dai test match a causa della presenza dei suoi compagni Finlay Calder, che era anche il capitano, e Derek White, e dell’inglese Mike Teague, il quale avrebbe pagato per questo affronto nel famoso incontro di Murrayfield un anno dopo.

Jeffrey è stato un esecutore eccezionale nella stagione del Grande Slam del 1990. Quello, per la Scozia, è risultato essere l’anno perfetto. La serie del Cinque Nazioni ha visto gli uomini di Ian McGeechan e quelli di Geoff Cooke vincere entrambi i loro primi tre incontri, arrivando così a giocarsi tutto, Campionato, Grande Slam, Triple Crown e Calcutta Cup, all’ultima giornata, il 17 marzo, a Murrayfield. Gli inglesi, nelle partite precedenti, avevano dimostrato di giocare un rugby migliore e di sapere portare degli attacchi più incisivi. La Scozia, invece, aveva faticato un po’. Già la prima giornata, a Dublino, aveva rischiato grosso, quando l’Irlanda si era ritrovata alla fine del primo tempo in vantaggio sul 7 a 0. Poi, due mete di Derek White hanno consegnato la vittoria al XV del Cardo. Contro la Francia, in casa, era stata l’espulsione per stamping di Alain Carminati a favorire una facile vittoria per 21 a 0. A Cardiff, la terza giornata, solo un penalty di Craig Chalmers nel finale aveva concesso ai suoi di vincere 13 a 10. Per questo motivo, secondo i media, l’Inghilterra era favorita per la vittoria finale. Non si era tenuto conto, però, dell’orgoglio del popolo scozzese.

Già dal modo in cui sono entrati in campo, si era capito che gli uomini a nord del Vallo di Adriano erano più determinati di quello che si pensava. Un ingresso lento, quasi funereo, diventato leggendario. Il capitano David Sole è stato il primo a uscire dagli spogliatoi: l’ovale sotto il braccio, la fascia bianca sulla fronte e lo sguardo fiero. E poi il nuovo inno, Flower Of Scotland, adottato quell’anno al posto del prevaricante God Save The Queen. Al suono delle cornamuse, migliaia di voci si sono unite in un unico coro che conteneva l’odio derivante da anni di vessazioni. Non ultima, la Community Charge, la tassa sulla persona imposta dalla Lady di ferro Margaret Thatcher proprio in Scozia.
Quindi, la partita, dove da subito la Scozia ha imposto il proprio gioco. Nella prima azione si è visto un carrettino blu notte che travolgeva i giocatori con la Rosa, avanzando per oltre quindici metri senza possibilità di arresto. Da qui è nato il penalty, da ragguardevole distanza, con cui l’apertura Craig Chalmers ha portato avanti gli scozzesi nel punteggio. Poco dopo un altro calcio di punizione sempre del mediano d’apertura, questa volta di fronte ai pali, ha mosso lo score sul 6 a 0.
A quel punto gli inglesi hanno ridotto il vantaggio con una meta di Jeremy Guscott. Il trequarti centro ha ricevuto l’ovale in velocità dal suo capitano, Will Carling, ha finto un passaggio all’esterno, ha raddrizzato la corsa e s’è infilato nel buco lasciato libero dalla difesa scozzese, resistendo al placcaggio in extremis di Gary Armstrong. Gli scozzesi, però, sono rimasti in vantaggio, in quanto la marcatura non è stata trasformata. Anzi, un terzo calcio di Chalmers, ancora da lontano, con Gavin Hastings a tenere il pallone con la mano a causa del vento, ha permesso ai padroni di casa di chiudere il primo tempo 9 a 4.
La ripresa si è aperta con gli Highlanders che hanno vinto una mischia a metà campo. La palla è stata raccolta da John Jeffrey, che l’ha passata a Armstrong, il quale, a sua volta l’ha ceduta a Hastings. L’estremo ha corso qualche metro ed è riuscito a calciare in avanti, giusto un attimo prima di essere spinto fuori dal campo. Con i suoi rimbalzi bislunghi la palla è finita in area di meta, inseguita dal numero 14 scozzese Tony Stanger e dal numero 11 inglese Rory Underwood. Il più veloce è stato il primo, che l’ha afferrata e schiacciata a terra, marcando così la meta più importante dell’intera stagione.
A quel punto è iniziata una guerra di trincea, con gli inglesi in avanti a cercare punti e i padroni di casa a difendere il terreno con i denti. Ci hanno provato Will Carling, Rory Underwood e Richard Hill a sfondare, ma si sono immancabilmente schiantati contro la diga eretta dai vari John Jeffrey, Finlay Calder e Scott Hastings. Da questo avanzamento i bianchi hanno guadagnato solo tre punti, con il piede di Simon Hodgkinson, che ha fissato il punteggio sul 13 a 7, rimasto tale fino a quando il neozelandese Bishop ha fischiato la fine.
Il pubblico ha invaso il campo come un fiume in piena, circondando i propri eroi per portarli in trionfo. Un intero Paese era attorno a loro. La Scozia, quel giorno, non ha vinto solo il Cinque Nazioni, il Grande Slam, la Triple Crown e la Calcutta Cup, ma è riuscita nell’impresa di sconfiggere gli odiati cugini del sud.

Nel 1990, Jeffrey ha partecipato anche all’Hong Kong Sevens. Nel momento in cui la Scozia è stata eliminata, il flanker ha continuato a giocare con la maglia del Galles, in quanto i Dragoni erano afflitti da troppi infortuni.

La Scozia non si è ripetuta nel Cinque Nazione del 1991. Già dalla prima giornata, a Parigi, David Sole e compagni hanno capito che non sarebbe stato un torneo facile. I Blues hanno vinto 14 a 9, con Didier Camberabero autore di due drop e due penalties. Gli scozzesi si sono rifatti vincendo agilmente a Cardiff, con un Galles in piena crisi. La gara successiva, però, ha distrutto definitivamente i loro sogni di gloria. A Twickenham, la squadra di Geoff Cooke, lanciatissima verso un grande slam che mancava da undici anni, si è vendicata della sconfitta dell’anno precedente, rifilando alla Scozia un sonoro 21 a 12. L’ultima giornata ha visto la Scozia affrontare a Murrayfield l’Irlanda in una gara valida solo per l’onore. Hanno vinto i padroni di casa al termine di un incontro spettacolare: tre mete scozzesi contro quattro degli ospiti, con i cecchini Hastings e Chalmers a fare la differenza, per il 28 a 25 che ha chiuso il torneo.

Sette mesi più tardi, Jeffrey ha preso parte alla sua seconda Coppa del Mondo.
La Scozia, inclusa nel girone B, ha esordito infliggendo al Giappone un’asfaltata per 47 a 9, con ben sette mete segnate. Stesso discorso contro lo Zimbabwe, dove le marcature sono state otto, tra cui una hat trick da parte di Iwan Tukalo. La sfida più difficile è stata contro l’Irlanda, e per poco questa non ha fatto un bello scherzetto. In svantaggio 9 a 15 all’inizio del secondo tempo, i ragazzi di Ian McGeechan sono riusciti a vincere 24 a 15, grazie alle mete di Graeme Shiel e di Gary Armstrong.
Ai quarti, la Scozia ha trovato la squadra rivelazione del torneo, Western Samoa, che era riuscita ad escludere il Galles dal passaggio del turno sconfiggendolo all’Arms Park. John Jeffrey, quel 19 ottobre, ha marcato due mete, che assieme a quella di Tony Stanger e ai punti al piede realizzati da Gavin Hastings fanno 28 a 6, un risultato che ha permesso al XV del Cardo di approdare alla semifinale.

A quel punto, tra gli Highlanders e la finale di Twickenham c’era un solo ostacolo da superare: i vecchi nemici dell’Inghilterra. Quale migliore occasione per gli scozzesi di giocare la semifinale tra le mura amiche di Murrayfield, dove l’anno precedente era andata in scena l’epica sfida che li aveva visti trionfare nel Cinque Nazioni. La partita, a dire il vero piuttosto bruttina, è vissuta sulle capacità balistiche dei cecchini, con una guerra di trincea dei pacchetti di mischia. I primi a mettere punti sul tabellone sono stati gli scozzesi, grazie ad un piazzato di Gavin Hastings dopo 9 minuti dal fischio d’inizio. Una ventina di minuti più tardi, ancora l’estremo del Cardo ha portato i suoi avanti 6 a 0. Sono stati questi i loro ultimi punti. Al 34°minuto, Jonathan Webb ha ridotto le distanze con un penalty e il primo tempo si è chiuso sul 6 a 3. La ripresa ha visto il XV della Rosa farsi sotto alla ricerca dei punti necessari. Ancora il chirurgo di Bristol, il dottor Webb, ha centrato i pali con un piazzato. Quindi, a spezzare l’equilibrio, ci ha pensato Rob Andrew con un drop favoloso. Big Gav, poco dopo, ha avuto la più facile delle occasioni per pareggiare: un penalty di fronte ai pali. Purtroppo, l’estremo era ancora scosso da un mostruoso placcaggio subito da Mike Skinner e ha calciato fuori. La partita è terminata 9 a 6 per i bianchi. La Scozia non sarebbe mai più arrivata così vicina a disputare una finale mondiale.

La finalina per il terzo posto si è giocata il 30 ottobre a Cardiff, contro gli All Blacks di Gary Whetton. La sfida ha visto i neri venuti dal sud del mondo vincere 13 a 6, con una meta di Walter Little, e questo ha chiuso definitivamente l’avventura di John Jeffrey con la Scozia.

John ha guadagnato quaranta caps con la nazionale del Cardo, facendo di lui, al momento del ritiro, il flanker con più presenze della Scozia. In eredità, Jeffrey ha lasciato anche undici mete, all’epoca record scozzese, condiviso con il collega di terza linea Derek White.

Una volta in pensione, John è stato coinvolto nella formazione delle squadre giovanili scozzesi e, inseguito, come commentatore di rugby nel programma Sportsound, per la BBC Radio Scotland.

Nel 2010 Jeffrey è diventato il rappresentante della Scottish Rugby Union presso l’Internazionall Rugby Board. Jeffrey si è unito a Bill Nolan, sostituendo il dimissionario capo del rugby scozzese Gordon McKie. Il primo compito di Jeffrey è stato quello di annunciare a tutto il mondo le nuove regole dell’ingaggio in mischia chiusa, che erano state sperimentate durante la Pacific Union Cup qualche mese prima.

 

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