Jeremy Guscott: il principe dei centri

(di Roberto Vanazzi)

Vedere giocare la Francia è come guardare i clown del circo.” (Jeremy Guscott, durante il Sei Nazioni 2014)

Soprannominato da Clive Woodward il Principe dei Centri, Jeremy Guscott ha goduto del rispetto dei tifosi di rugby di tutto il mondo grazie alla sua velocità, alla determinazione e all’abilità che ha sempre mostrato ogni volta che è sceso campo. I principali attributi di questo rugger sono stati la superba intelligenza e il fatto che sul terreno di gioco era in grado di fare proprio di tutto: tackle, marcare mete, calciare drop e creare spazio e opportunità per i compagni. Tuttavia, il fattore determinate, quello che lo ha fatto lievitare una spanna sopra gli altri, è stata senza dubbio la sua eccellente accelerazione, che gli ha permesso di scardinare più di una difesa. Questa sua dote, purtroppo, non sempre è stata sfruttata da una squadra, la nazionale inglese dei primi anni ’90, orientata al gioco con gli avanti. Nelle occasioni in cui si è deciso di “giocare a rugby”, però, Jeremy è stato decisamente letale.

Jeremy Guscott

Jeremy Guscott

Jeremy Clayton Guscott è nato il 7 luglio 1965 a Bath. Dopo avere giocato diverse stagioni proprio per il club della sua città, il 13 maggio 1989, a 23 anni, è arrivata la prima convocazione per la nazionale inglese contro la Romania a Bucarest. Un esordio col botto per il numero 13, che ha messo in mostra tutto il suo talento e ha realizzato tre mete, contribuendo alla vittoria finale per 58 a 3.

Grazie anche alla splendida prestazione nel debutto, Jeremy è stato selezionato subito per il tour dei British & Irish Lions in Australia, ancora prima di disputare un Cinque Nazioni. Il primo test è stato perso dai rossi con un margine quasi imbarazzante, un 30 a 12 che ha indotto il coach Ian McGeechan ad una rivoluzione di tattica e di giocatori. Così, i centri Mike Hall e Brendan Mullin hanno ceduto il posto a Jeremy Guscott e Scott Hastings. Questi ed altri cambiamenti si sono rivelati cruciali e i Lions hanno vinto il secondo test 19 a 12, con Jeremy che ha marcato una meta. I Leoni hanno in seguito vinto anche la terza gara, con il punteggio di 19 a 17, una partita resa celebre dall’errore madornale di David Campese, che ha concesso la meta a Ieuan Evans.

Dopo questo splendido inizio di carriera, Jeremy ha disputato una partita contro Fiji, a Twickenham, dove ha messo la mano in tutte e cinque le mete segnate da Rory Underwood, con l’aggiunta di una sua personale. Quella gara lo ha visto per la prima volta giocare accanto al capitano Will Carling. I due hanno dimostrato subito di possedere un notevole affiatamento e di essere un’efficace coppia di centri, tant’è che insieme giocheranno una serie record di 45 partite.

All’esordio nel suo primo Cinque Nazioni, parliamo del 1990, Jeremy Guscott era uno dei personaggi più attesi. La sua prima meta nel Campionato è arrivata proprio nella gara iniziale, vinta 23 a 0 contro l’Irlanda, quando ha bucato la difesa dei verdi a seguito di un passaggio di Carling. Nella successiva partita contro la Francia, a Parigi, ne ha marcata un’altra dopo che l’ovale calciato da Denis Charvet è finito casualmente fra le mani del capitano inglese, il quale l’ha lanciato a Guscott che si è trovato a dover affrontare in un “uno contro uno” nientemeno che Serge Blanco. Senza mostrare alcun rispetto per il leggendario estremo di Biarritz, Jeremy ha calciato in avanti per se stesso e poi è corso velocissimo verso la linea di meta. La gara è finita 26 a 7 per i bianchi. Dopo avere battuto anche il Galles, 34 a 6, Guscott e compagni si sono ritrovati a giocarsi il Grande Slam ad Edimburgo, contro l’altrettanto imbattuta Scozia. L’Inghilterra era una macchina ben oliata, potente con gli avanti e creativa con i trequarti. Tuttavia, non aveva fatto i conti con la squadra del Cardo, che ha avuto dalla sua lo spirito di Braveheart e il ruggito dell’appassionata folla di Murrayfield. Guscott è stato abile ad andare a punti segnando nel primo tempo una delle sue mete più belle, ma ciò non è stato sufficiente e la Scozia ha vinto 13 a 7, il che ha significato aggiudicarsi il Cinque Nazioni con tanto di Grande Slam e Triple Crown.

Guscott ha quindi saltato il tour estivo in Argentina, ma è rientrato nei ranghi sempre contro i Pumas più tardi nel corso della stagione, a Twickenham, nella partita vinta 51 a 0, dove ha marcato una meta dopo avere combinato con Rory Underwood.

Jeremy invece, non ha mai superato la linea di meta durante il Cinque Nazioni del 1991 e ha visto molto meno la palla rispetto all’anno precedente. Per fortuna l’Inghilterra è riuscita a superare la delusione di Murrayfield e ha vinto il Grande Slam per la prima volta dal 1980. Quindi, in estate Guscott ha disputato una partita contro gli Aussies a Sydney, ma nonostante una buona prestazione, l’Inghilterra è stata sconfitta con l’ampio margine di 40 a 15.

I britannici hanno mantenuto il loro gioco basato sugli avanti anche durante la Coppa del Mondo del 1991, ed è questo probabilmente il motivo per cui Jeremy ha segnato solo due mete, entrambe contro l’Italia nella prima fase.
I Wallabies sono stati di nuovo gli avversari dei bianchi nella finale di quel mondiale, ma a differenza di quanto accaduto a Sydney, la partita fin dall’inizio è stata dominata dall’Inghilterra, anche se alla fine ne sono usciti sconfitti 12 a 6: La causa, secondo gli esperti, è da ricercarsi nel fatto che il coach Geoff Cooke ha cambiato al volo il modulo di gioco, passando da quello classico basato sulla forza del pack, che era andato benissimo fino alla finale, ad uno più espansivo e brioso dove si è data maggior enfasi ai trequarti.

La stagione 1992 ha visto invece i bianchi vincere il secondo Grande Slam consecutivo, ma, a differenza del 1991, questo torneo è stato vinto giocando più con la palla in mano. I trequarti inglesi hanno segnato un totale di tredici mete: Guscott ne ha marcata una contro l’Irlanda a Twickenham. Tuttavia, egli ha dimostrato la sua versatilità segnando un ottimo drop contro la Scozia a Murrayfield. Nessuno però, in quel momento, avrebbe mai pensato che le parole “Jeremy Guscott” e “drop goal” più tardi sarebbero diventate quasi un sinonimo.

L’anno1993 si è rivelato una vera delusione per l’Inghilterra, che ha fallito nel tentativo di vincere lo sfuggente “Triple Slam” per colpa delle sconfitte a Cardiff (10 a 9) e a Dublino (17 a 3).
Tuttavia, Jeremy è stato ancora una volta la stella dei British & Irish Lions, con i quali ha giocato in tutte e tre le gare di una serie persa 2 a 1 contro la Nuova Zelanda. Una delle sue migliori prestazioni l’ha sciorinata nella partita infrasettimanale vinta 28 a 10 contro Canterbury. La novità è stata l’eccellente collaborazione costituita con il gallese Scott Gibbs.

Purtroppo un infortunio all’inguine lo ha costretto a perdersi la “vittoria-vendetta” degli inglesi sugli All Blacks in autunno, e tutto il Cinque Nazioni 1994.
Dopo l’intervento chirurgico e mesi di fisioterapia intensiva, Jeremy è rientrato in nazionale nell’autunno del 1994, giocando due vittoriose partite in casa contro Romania e Canada.

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Nel 1995 Guscott ha dimostrato di essere tornato molto vicino alla sua forma migliore e ha contribuito non poco alla conquista del terzo Grande Slam inglese degli anni 90. La vittoria più impressionante in quel torneo è stato il 31 a 10 rifilato alla Francia a Twickenham, dove Jeremy aveva aperto le danze con una splendida meta.

Ma il 1995 è stato anche l’anno del mondiale in Sudafrica, nel quale il gioco di Guscott avrebbe dovuto essere la soluzione ideale per affrontare al meglio l’avventura. Purtroppo il coach inglese Jack Rowell ha omesso di porre il suo talento nelle condizioni ideali a servire il proprio team, così il Principe dei Centri non ha segnato alcun punto in tutto il torneo e l’Inghilterra è stata sconfitta in semifinale dagli All Blacks. Travolta da due mete subite all’inizio e da un drop da 40 metri segnato addirittura dal leader della mischia Zinzan Brooke, la squadra inglese nella prima mezz’ora aveva già una media negativa di quasi un punto al minuto. Nell’intervallo è sceso dalla tribuna Jack Rowell, una novità introdotta proprio quell’anno dalla Federazione Internazionale, per chiedere ai suoi ragazzi di lasciare il mondiale con un briciolo di dignità. E poco alla volta, nella ripresa, Carling e soci sono usciti dal loro stato catatonico e sono anche riusciti a segnare quattro mete. 45 a 29 il risultato finale, con sei mete marcate dai Tuttineri, 4 di Lomu, una del mediano Bachop e una della terza linea Kronfeld, contro le doppiette di Will Carling e di Rory Underwood.

Nel 1996 una più introspettiva squadra inglese ha conquistato un altro titolo del Cinque Nazioni, nonostante la sconfitta iniziale per 15 a 12 patita contro la Francia. Nella seconda giornata, nella sfida vinta sul Galles 21 a 15, Jeremy ha marcato una meta superando in velocità l’estremo avversario Justin Thomas.

Al fine di accogliere il nuovo capitano Phil de Glanville, la stagione 1996/97 ha visto la rottura del binomio Carling-Guscott. Will è stato spostato da inside a openside centre, mentre Guscott raramente ha visto l’azione dal campo e quando l’ha fatto ha dovuto adeguarsi a giocare ala. Le uniche due apparizioni sono state contro Irlanda e Galles, mentre si è risparmiato il disonore della sconfitta per 23 a 20 subita a Twickenham contro la Francia.

Nell’estate 1997 Jeremy ha viaggiato con i British Lions per il suo terzo tour consecutivo, questa volta in Sudafrica. Lì, ha ritrovato il suo vecchio compagno di battaglie Scott Gibbs e i due hanno giocato veramente bene. L’apice della tournée, e forse della sua carriera, Jeremy l’ha toccato nella seconda gara, quando il suo drop allo scadere ha regalato a se stesso l’immortalità rugbystica e ai leoni la vittoria per 18 a 15, che in quel modo si sono portati a condurre 2 a 0 nella serie. La sfortuna ha però tramato contro Guscott, che si è fratturato il braccio nella terza prova, un infortunio che l’ha costretto a perdere le quattro gare che l’Inghilterra ha svolto contro le squadre dell’emisfero sud in autunno.

Con l’avvio del Cinque Nazioni 1998 il braccio infortunato di Jeremy è guarito e lui è tornato nella squadra per affrontare la Francia. Purtroppo il sogno del rugby totale teorizzato dal nuovo coach Clive Woodward si è liquefatto nella pioggia parigina dove i transalpini hanno meritatamente vinto 24 a 17. La successiva partita contro il Galles è stata una storia ben diversa, con l’Inghilterra che ha trionfato con il sorprendente margine di 60 a 26, con ben otto mete marcate, in quella che è stata la cinquantesima presenza in nazionale di Guscott. Dopo avere sconfitto la Scozia a Murrayfield 34 a 20, il XV della Rosa ha conquistato la quarta Triple Crown consecutiva, battendo anche l’Irlanda 35 a 17, una gara che ha visto Jeremy giocare superbamente in collaborazione con Will Greenwood.

Guscott ha quindi chiuso la stagione aiutando il Bath a conquistare la prima vittoria in Heineken Cup, sconfiggendo nella finale di Bordeaux i francesi del Brive 19 a 18, con l’estremo Jon Callard che ha realizzato l’intero score per i suoi: una grande ricompensa per un grande Club.

Quell’anno Jeremy, come molti altri titolari, è stato escluso dal tour che l’Inghilterra ha svolto nell’emisfero australe, per apparire poi di nuovo in squadra durante la qualificazione per la Coppa del Mondo del 1999 contro l’Olanda. I bianchi hanno vinto 110 a 0, con Jeremy e Neil Back che sono andati a schiacciare l’ovale oltre la linea di meta quattro volte a testa.

Un compito ben più gravoso è arrivato a Twickenham poche settimane più tardi sotto le spoglie dell’Australia, una squadra che aveva umiliato l’Inghilterra 76 a 0 in estate. Questa volta i bianchi sono andati decisamente meglio: la squadra è andata vicina alla vittoria quando Jeremy ha segnato una meta nel secondo tempo a seguito di un’ottima azione di Matt Perry; ma Mike Catt ha fallito la trasformazione e l’Inghilterra ha perso 12 a 11.

Appena una settimana dopo i britannici sono riusciti a sconfiggere 13 a 7 i forti sudafricani allenati da Nick Mallett, freschi trionfatori del Tri Nations, spezzando così la loro serie record di 17 vittorie consecutive. Dopo una prima meta di Pieter Roussow, Jeremy ha segnato con un movimenti tipico del Rugby League, raccogliendo un pallone calciato alto da Mike Catt verso l’angolo della bandiera.

Nella stagione successiva l’Inghilterra non è stata in grado di convertire la fiducia ritrovata in un Grande Slam, ed è caduta all’ultima giornata contro il Galles: una gara che Jeremy non ha giocato a causa di un infortunio.

Il 1999 è stato il canto del cigno di questo campione, che ha disputato l’ultima sua gara in nazionale proprio durante la Coppa del Mondo in Galles. Nella prima fase, dopo la sfida vinta 67 a 7 contro l’Italia e quella persa con la Nuova Zelanda 16 a 30, il 15 ottobre Jeremy ha disputato l’ultima partita con la rosa sul petto, a Twickenham contro Tonga, lasciando come regalo d’addio due mete, di cui una stupenda d’intercetto, e contribuendo all’ampia vittoria dei bianchi per 101 a 10. Un infortunio alla coscia, infatti, lo ha costretto a lasciare il torneo e ha accelerato l’idea del ritiro.

guscottNel 2000 Jeremy ha terminato anche l’avventura con il Bath, lasciando così definitivamente il Rugby giocato.

In totale, con la nazionale, ha totalizzato 65 caps con uno score di 145 punti. A livello di club ha giocato 266 partite, tutte con il Bath, tranne una breve parentesi in Australia con i Warathas, segnando 710 punti.

A quel punto è iniziata la sua avventura per i media, facendo un po’ di esperienza nel settore come presentatore televisivo di programmi come Gladiator e Body Heat.

Oggi il Principe dei Centri è commentatore sportivo per la BBC, dove segue grandi eventi come il Sei Nazioni e la Coppa del Mondo di rugby.

 

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