Ian Jones: l’uomo dell’altro mondo

(di Roberto Vanazzi)

Ci sono molti posti stupendi al mondo, ma nessuno che io chiamo casa.” (Ian Jones)

Ian Jones è stato uno dei nomi nuovi del panorama All Black nel periodo che è seguito la Coppa del Mondo del 1987. Il ragazzo ha sempre dato l’impressione di essere il classico “lungagnone”, leggero e allampanato, capace solo di sfruttare la propria statura nelle rimesse laterali. In realtà, Ian è stato tra gli atleti più duri che in quel periodo calcavano i campi di Ovalia. Lui era la base su cui poggiava il pack in maglia nera, il saltatore che incollava le mani alla palla in touche, il timoniere delle maul avanzanti. Lui, insomma, è diventato in breve tempo una delle migliori seconde linee del mondo e assieme al suo quasi omonimo Michael, con il quale non ha nessuna relazione di parentela, il nome Jones è diventato presto sinonimo di rugby d’eccellenza.

Ian Jones

Ian Jones

Nato il 17 aprile 1967 a Whangarei, Ian Donald Jones ha esordito nel rugby per la provincia di North Auckland nel 1988. Atleta molto alto (198 cm), fin dalla prima stagione nel Ranfurly Shield ha dimostrato di essere un’ottima seconda linea e ha garantito una sorprendente quantità di conquiste in touche. La sua classe è stata notata dall’allora coach della nazionale Alex Wyllie, il quale lo ha incluso nella rosa in partenza per la tournée di fine stagione in Galles e Irlanda. Sebbene le due seconde linee titolari nei test match erano Gary Whetton e Murray Pierce, Jones ha disputato un ottimo tour, giocando contro Cardiff, Pontypool, Neath, Leinster e Connacht. Così, quando Pierce si è ritirato, non c’è stato alcun dubbio su chi fosse il suo sostituto naturale.

Nel lontano 1920 il bisnonno di Ian aveva giocato per gli All Blacks; il suo nome era “Bunny” Finlaison. Settant’anni più tardi è stato lui ha fare il debutto ufficiale. Il 16 giugno 1990, al Carisbrook di Dunedin, Kamo Kid (questo il soprannome di Ian, dal sobborgo di Whangarei dov’è cresciuto) ha giocato contro una nazionale scozzese arrivata in Nuova Zelanda forte del Grande Slam rimediato nel Cinque Nazioni. I neri di Buck Shelfod hanno vinto la gara 31 a 16 e per l’occasione il 23enne di Whangarei ha segnato la sua prima meta. Grazie alla vittoria per 21 a 18 nel secondo test, la mini serie è stata conquistata con un secco 2 a 0, ma gli scozzesi di David Sole sono stati più tenaci che mai e la vittoria non è stata affatto facile come sembra. Nella pioggia e nel vento di Auckland, gli Highlanders sono andati vicinissimi a battere per la prima volta gli All Blacks. Sotto di 6 punti alla fine del primo tempo, solo un’infallibile Grant Fox è riuscito a far girare lo score a favore dei padroni di casa.

Nel 1991, dopo una vittoriosa tournée in Argentina e la sfida contro l’Australia per la Bledisloe Cup, dove ha segnato la sua seconda meta per la nazionale, Ian è stato convocato per la Coppa del Mondo in Inghilterra. Gli avanti All Blacks sono stati molto competitivi durante quel torneo ed hanno vinto numerosi possessi, ma i tre quarti erano soltanto l’ombra dei loro predecessori del 1987, così la Nuova Zelanda è stata piegata nella semifinale di Dublino dall’Australia di David Campese.

L’anno seguente il seconda linea di Whangarei ha preso parte ad alcune gare casalinghe, sfidando il World XV e l’Irlanda. Contro questi ultimi, nella seconda gara della mini serie vinta alla grande dagli All Blacks (59 a 6), Ian ha marcato un’altra meta. In quel periodo il suo partner in seconda linea era Robin Brooke, fratello di Zinzan. Il binomio sarebbe durato a lungo, diventando tra i più famosi del rugby internazionale.

Durante il tour che gli All Blacks hanno svolto in Sudafrica nel 1992, Ian ha avuto l’onore di indossare per l’unica volta nella sua vita la fascia di capitano della nazionale quando, il 5 agosto, ha affrontato e sconfitto Orange Free State. Dieci giorni più tardi i neozelandesi hanno battuto a Johannesburg gli Springboks per 27 a 24., grazie alle mete di Zinzan Brooke, John Kirwan e John Timu.

Le successive sfide per Ian sono state contro i British & Irish Lions di Ian McGeechan, fra giugno e luglio del 1993. Gli avanti inglesi erano considerati i più forti del pianeta e Ian, nel primo test match, ha dovuto lavorare veramente sodo per avere la meglio del suo diretto avversario, il terribile Martin Bayfield. La partita è stata vinta con un margine ristretto, 20 a 18, ma nella seguente (persa dai neri 7 a 20) Ian si è dovuto accomodare in panchina per cedere il posto a Mark Cooksley. Kamu è stato ributtato nella mischia nel decisivo terzo match. Alla fine, l’istinto di conservazione degli All Blacks si è dimostrato superiore al desiderio di immortalità del Leoni britannici e la partita è stata vinta 30 a 13, e con essa la serie.

Nel dicembre del 1993 Jones ha giocato a Cardiff contro i Barbarians, una partita vinta dai neri per 25 a 12. In quel periodo è arrivato per lui anche il cambio di maglia a livello di club. Dopo 66 caps, infatti, il seconda linea ha lasciato North Auckland, caduto in seconda divisione, per trasferirsi al North Harbour.

Nel frattempo, con l’avvento del professionismo nuove esigenze erano state richieste ai giocatori di ogni ruolo. Anche alle seconde linee, naturalmente, è stato chiesto di diventare degli atleti a tutto tondo. Alcuni, come John Eales e lo stesso Ian Jones, sono riusciti a adattarsi meglio di altri. Kamo è stato aiutato in questo anche dal fatto di essere sempre stato un fanatico del fitness. Così, per lui il passaggio è avvenuto praticamente senza alcuna difficoltà. Lui e Eales hanno rivoluzionato il loro ruolo, con la forza combinata alla grande mobilità e all’abilità con la palla.

Il 1994 è stato per gli All Blacks un anno piuttosto negativo, con le due sconfitte casalinghe subite per mano della Francia e quella a Sydney con i Wallabies, controbilanciate da una vittoria ed un pareggio nella serie contro il Sudafrica. Nonostante tutto, con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo del 1995 gli All Blacks hanno dimostrato di essere più avanti rispetto ad altri team in termini di velocità, resistenza e agonismo atletico, qualità che sarebbero ormai state essenziali nell’epoca del professionismo. Anche tatticamente essi erano nettamente superiori a qualsiasi altra squadra del mondo.

Durante il mondiale, con quasi tutti i giocatori al massimo della forma, la Nuova Zelanda ha devastato chiunque si fosse posta sul loro cammino verso la finale, dove la vittoria sembrava essere solo una formalità. I loro rivali per l’ultimo atto erano gli Springboks, considerati sì una buona squadra, soprattutto per il fatto che giocavano in casa, ma dotati di un rugby che, se paragonato a quello dei Tuttineri, sembrava preistorico.
Invece, è arrivato il disastro. Molti giocatori della squadra sono stati colpiti da un’intossicazione alimentare prima della partita, presumibilmente come parte di un cinico complotto al fine di garantire una vittoria sul loro suolo ai sudafricani, appena riammessi alle gare internazionali dopo lo stop dovuto all’apartheid. Lo stesso Ian Jones è stato uno dei più colpiti dalla gastroenterite. In seguito, il seconda linea ha affermato che al momento si sentiva come se dovesse morire. Nonostante questo gli All Blacks sono riusciti a restare competitivi per tutto il match e il risultato è stato deciso solo dal drop di Joel Stransky nel tempo supplementare.

La Nuova Zelanda ha comunque reagito bene alla batosta del mondiale. Nel 1996 c’è stata una nuova sfida cui fare riferimento, ovvero l’inaugurale Tri Nations, dove gli All Blacks hanno dimostrato che la loro forma dell’anno precedente non era stato un fuoco di paglia. Con i veterani Ian Jones, Zinzan Brooke, Michael Jones e Sean Fitzpatrick a formare l’ossatura della squadra, e nuove stelle del calibro di Carlos Spencer, Christian Cullen e, soprattutto, Jonah Lomu a dare loro ancora più opzioni in fase offensiva, i Neri hanno demolito le due rivali garantendosi il trofeo senza sconfitte.

Quello stesso anno poi, Ian ha partecipato ad uno dei più grandi successi nella storia della Nuova Zelanda, ovvero la serie vinta sul suolo sudafricano, proprio là dove l’anno precedente aveva perso la finale della Coppa del Mondo. Gli All Blacks hanno vinto i primi tre test match, lasciando ai padroni di casa soltanto il quarto, quando la serie era ampiamente nelle loro mani.

Il 1996 ha visto anche la nascita del Super 12 e Kamo Kid ha giocato per i Chiefs, la franchigia di Waikato. Con essa il giocatore ha disputato 38 gare, spesso come capitano e, in un match contro Warathas, ha marcato 3 mete. Nel 1998, però, Jones ha subito una lunga squalifica per stamping ai danni di Jason O’Halloran, trequarti centro degli Hurricanes.

Il placcaggio di Ian Jones a Gary Teichmann

Il placcaggio di Ian Jones a Gary Teichmann

Il titolo del Tri Nations è stato vinto anche nel 1997 dai giocatori con la felce. Quindi, è arrivato il successo della tournée in Gran Bretagna, grazie a 3 vittorie con ampi margini contro Irlanda, Inghilterra (con meta di Ian) e Galles, ed un pareggio 26 a 26 ancora contro il XV della Rosa a Londra. A quel punto è sembrato a tutti che nel mondo ci sarebbe stato un lungo periodo di predominio nero.

Invece, nel 1998, dopo avere sconfitto gli inglesi in due gare casalinghe, i neozelandesi hanno perso cinque partite di fila. Si è trattato di una delle loro peggiori sequenze di tutti i tempi. Anche Ian, naturalmente, è finito in mezzo alla carneficina che ne é seguita. Per gli ultimi due test di quell’infelice inverno egli è stato relegato in panchina, riserva di Willis Royce. Nella sua autobiografia, Unlocked  il seconda linea ha puntato il dito contro il coach John Hart, sostenendo che il processo di preparazione del team era diventato troppo orchestrato, a discapito delle prestazioni globali. Di quell’annata orribile c’è da ricordare, almeno per quanto riguarda Ian Jones, che nella partita dell’11 luglio a Melbourne (persa 16 a 24 contro l’Australia) lui ha marcato la sua nona e ultima meta per la nazionale.

Nel 1999 Jones ha dovuto lottare per mantenere il suo posto e ad un certo punto è stato retrocesso a giocare con la Nuova Zelanda A. Dopo alcuni problemi in lineout però, ben evidenziati in una gara persa contro i Wallabies a Sydney, John Hart ha pensato di richiamarlo, puntando sulla sua affidabilità in vista dell’imminente Coppa del Mondo in Galles.

Per Jones quello è stato il terzo mondiale, anche se ha giocato solo due gare: contro L’Italia, terminata con il punteggio shock di 101 a 3, e il 24 ottobre contro la Scozia (30 a 18), in un quarto di finale che ha visto la sua ultima apparizione con la maglia della Nuova Zelanda. Come ormai sappiamo, gli All Blacks sono stati sconfitti da un’ispirata squadra francese in semifinale e hanno solo potuto guardare i rivali australiani sollevare nuovamente il trofeo. È stata un’altra delusione per Kamo Kid, il quale avrebbe sicuramente meritato di concludere la sua già straordinaria carriera con almeno una vittoria nel campionato del mondo.

A fine carriera, Ian Jones era il secondo giocatore con più caps del suo Paese, ben 79, dietro solo a Sean Fitzpatrick.

Terminato il mondiale e l’avventura con la nazionale, Ian ha fatto le valige ed è partito alla volta dell’Inghilterra, dove ad attenderlo c’era un sostanzioso contratto con il Gloucester, club con il quale ha giocato per due stagioni. Nella prima di esse, la squadra è arrivata al terzo posto, mentre nella seconda, che ha visto la nascita della formula con i play off, dopo essere arrivata settimana nella regular season, è stata sconfitta ai quarti di finale dai London Wasps.

Nel 2001 Jones è passato proprio alle Vespe e lì, a fine stagione, con la squadra che ha perso contro Sale Sharks nei quarti di finale, ha appeso definitivamente le scarpette al chiodo.

Ian è tornato in Nuova Zelanda nel 2002 per lavorare come commentatore per Sky Television, dove si è rivelato uno speaker divertente, che disquisisce di coaching, leadership e tattiche con ricchezza di aneddoti e dosi di forte umorismo.

 

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