Gareth Edwards: Il migliore

(di Roberto Vanazzi)

“Vincere con modestia e perdere con leggerezza: questo è il marchio di un grande sportivo.” (Gareth Edwards)

Giocatore completo, il mediano di mischia gallese Gareth Edwards era dotato di grande forza fisica, un’intelligenza tattica non comune, tecnica sopraffina, scatto, velocità, un calcio in corsa potente e preciso, nonché di un passaggio unico al mondo. Il suo calcio tattico lungo la linea di touche, da dietro il pack, ha portato una ventata di aria fresca nel gioco del mediano di mischia. Con la sua prontezza ed il suo passaggio preciso era in grado di proteggere il proprio compare con il numero 10 (Barry John prima e poi Phil Bennett) regalandogli quell’attimo in più a lui necessario per farlo ragionare e per evitargli l’impatto con le terze linee avversarie.

Nonostante fosse un dilettante, Edwards si è sempre allenato con la meticolosità di un professionista. Avendo all’inizio un passaggio ritenuto debole, ha speso ore della sua vita ad allenarsi a passare il pallone da fermo. È in questo periodo che, copiando il grande All Black Chris Laidlaw, Gareth ha perfezionato il suo Spin Pass, un tipo di lancio con l’ovale che si avvita su se stesso acquistando velocità ad ogni spirale. Un’altra innovazione portata da, questo numero 9 è stato il Reverse Pass, un passaggio effettuato dalla parte opposta rispetto alla posizione assunta per il lancio. Un trucco che ingannava gli avversari e che lanciava la sua ala o l’estremo dalla parte chiusa.

Gareth Edwards

Figlio di minatori, Gareth Owen Edwards è nato a Pontardawe, in Galles, sabato 12 luglio del 1947. Da ragazzo ha vinto una borsa di studio per frequentare la Millfield Public School, dove è stato accolto da Bill Samuels, l’uomo che l’ha iniziato al gioco del rugby.

Arruolato fra le file del Cardiff RFC, Gareth ha ottenuto la ribalta internazionale dopo la partecipazione del suo club al tour in Sudafrica nel 1967. L’esordio in nazionale è quindi arrivato presto, a 19 anni,  il 1 aprile di quello stesso anno, in una partita persa 20 a 14 contro la Francia a Parigi valida per il Cinque Nazioni. Da quel giorno, fino all’ultima gara nel 1978, Gareth Edwards ha totalizzato 53 presenze per il Galles, di cui 13 da capitano. Tutti i suoi caps sono stati fatti in successione, un record ancora imbattuto; egli, infatti, non ha mai avuto un calo di forma o un infortunio tale da consentire ad altri di prendere il suo posto sul terreno di gioco.

Grazie al suo talento, Gareth è diventato capitano dei dragoni a soli 20 anni, il più giovane che il Galles abbia mai avuto. Era il febbraio 1968, in una partita vinta 5 a 0 contro la Scozia.

Sempre nel 1968, Gareth ha partecipato al tour dei British & Irish Lions in Sudafrica. Sul piano dei risultati non è stato un viaggio particolarmente fortunato. La squadra del coach Ronnie Dawson e del capitano irlandese Tom Kiernan ha perso tre match ufficiali e pareggiato il quarto 6 a 6.
Edwards ha giocato in due di questi match, tra cui quello pareggiato, ma quello che più conta è che lui è maturato come giocatore, migliorando di molto il suo gioco al piede.

Non è stata una sorpresa, quindi, che il dominio del Galles negli anni settanta è arrivato proprio quando Edwards ha sancito la sua supremazia con la maglia numero 9. Con lui alla mediana c’era ‘il Re’, Barry John. Insieme i due formavano una coppia stratosferica, che ha regnato per 23 test. Edwards, con il suo servizio preciso e veloce consentiva al fenomenale numero 10 di avere tutto il tempo per tessere le sue magie.

Nel 1969 il Galles ha conquistato il Cinque Nazioni, iniziando così quella che è considerata la sua Epoca D’Oro.
Trionfo in Scozia la prima giornata (17 a 3) con una meta di Gareth. Vittoria in casa con l’Irlanda (24 a11). Pareggio a Parigi, ancora con una segnatura di Edwards (8 a 8). Vittoria finale a Cardiff con l’Inghilterra (30 a 9). Questi i risultati di un Grande Slam mancato per un soffio.

Anche l’anno seguente i Dragoni hanno vinto il torneo, questa volta, però, a pari merito con la Francia, anche se nello scontro diretto gli uomini di Carwyn James hanno sconfitto i Blues 11 a 6.

Nel 1971, finalmente, è stato conquistato il Grande Slam. Edwards ha segnato quattro mete mete nell’arco del campionato, 2 all’Irlanda a Cardiff, una a Parigi e una nella tragica vittoria per un solo punto dei gallesi a Murrayfield, nell’ormai famoso 6 febbraio 1971. Verso la fine della partita, con il risultato fermo sul 18 a 12 in favore della nazionale del Cardo, l’ala Gerald Davies, dopo una touche conquistata dal Galles, ha corso in direzione dell’angolo destro e ha schiacciato l’ovale in meta. La trasformazione avrebbe garantito la vittoria ai rossi, ma la posizione era troppo angolata e Barry John non se l’è sentita di calciare. Ad incaricarsene, allora, è stato un avanti, il flanker John Taylor, che col suo piede mancino avrebbe avuto maggiori chance. Gareth Edwards, in seguito, ha raccontato di avere voltato la schiena per scaramanzia e di essersi girato a guardare solo dopo avere udito il boato del pubblico. Il calcio di Taylor è volato in mezzo ai pali e quei tre punti hanno consentito al Galles di vincere per 19 a 18.

A maggio dello stesso anno Gareth ha fatto la seconda apparizione in un tour dei British & Irish Lions, diventando un membro fondamentale della squadra che ha battuto i forti All Blacks sul loro terreno per la prima volta. La sua visione di gioco, la potenza, il ritmo da lui impresso, hanno contribuito non poco a rendere epiche le sfide di quel tour fra Rossi e Neri.

Due vittorie, una sconfitta e un pareggio, questo l’esito dei test match. Memorabile l’ultimo incontro, disputato a Auckland, con la serie ancora in bilico sul 2 a 1 in favore dei Leoni e con gli All Blacks che avevano la possibilità di pareggiare i conti. Gara in parità sino all’ultimo, poi ci ha pensato J.P.R. Williams, con l’unico drop della sua carriera, a portare avanti i suoi sul 14 a 11. I padroni di casa sono riusciti a pareggiare di nuovo con la meta di Lister, ma non ad andare oltre. La trasformazione di Laurie Mains, infatti, è andata fuori. La gara è terminata sul 14 a 14 e la vittoria della serie, in tal modo, è andata ai Lions.

Eroi di quel tour sono stati soprattutto i fuoriclasse gallesi, dal capitano John Dawes allo stesso Gareth Edwards, da J.P.R. Williams a Barry John, da Gerald Davies a Mervyn Davies, senza dimenticare il mitico coach Carwyn James.

Nel 1972 il Cinque Nazioni non ha avuto alcun vincitore, in quanto gallesi e scozzesi si sono rifutati di recarsi a giocare in Irlanda, a causa di minacce pervenute, pare, da parte dell’IRA. Sino a quel momento i Dragoni avevano vinto tutte le loro partite.

Anche l’anno seguente il torneo non ha avuto una squadra al primo posto. Quella volta, infatti, tutte le contendenti sono arrivate a pari merito, con due vittorie a testa. Con le regole attuali, tenendo conto della differenza punti, avrebbe vinto il Galles.

Per Edwards il 1973 è da ricordare, soprattutto, per la sfida contro gli All Blacks di Ian Kirkpatrick a Twickenham, con la maglia dei Barbarians. Una gara bellissima, che i Baa-Baas hanno vinto per 23 a 11 e dove, a detta di molti, il mediano di mischia ha segnato la meta più bella di tutti i tempi: novanta metri di corsa, sei passaggi, ventitré secondi di azione. Lo stesso Gareth la descive così:
“Se fossimo a un programma di quiz, e fermassero l’immagine quando Bennett raccoglie il pallone nei nostri 22, e mi chiedessero: “Adesso che succede?”, forse risponderei: “Phil Bennett viene spiaccicato. Questa è una delle ragioni in cui in quel momento urlo a Phil di liberarsi del pallone calciandolo in touche, Io ho già il fiatone, e un attimo di sosta per la touche mi restituirebbe la vita. Ma quando Phil fa esattamente il contrario di quello che io e la maggior parte dei compagni ci aspettiamo, l’azione si incendia. Ricordo i capelli al vento di JPR placcato al collo, ricordo il sostegno di Pullin, ricordo anche di imprecare tranquillamente, fra me e me: “Ma che diavolo vogliono fare adesso?” Mi riferisco ai miei compagni, indemoniati. Ma dalla folla si leva un tuono, come un fiume che straripa, come una valanga che si stacca dalla montagna. Come se giocatori, spettatori e stadio si sollevino da terra. A quel punto mi metto a correre anch’io dietro il pallone. Mi ci vuole un po’ per recuperare i metri perduti. Penso che uno dei nostri sia stato placcato e che io debba trovarmi là, a recuperare il pallone e ad aprirlo al largo. Quando Dawes passa a David, sono costretto a uno sprint. E quella è la chiave. Perché nell’istante in cui ricevo il pallone, sono al massimo della velocità. E’ una specie di intercetto: so che il pallone deve andare a John Bevan. Per questo grido a Quinnell, in gaelico, di darmelo. Mi sento addosso ancora i brividi e l’adrenalina. Ma in quel momento non penso a niente di niente. Mi chiedo solo se i miei tendini possano reggere lo sforzo. Fino al tuffo finale. Mi tuffo perché Bill Samuel, che mi ha insegnato rugby a scuola, diceva sempre che è più difficile fermare chi si tuffa invece di chi corre. E so che c’è qualcuno che mi sta arrivando contro, lo sento, ma non oso guardarlo. Ho paura di svegliarmi da un sogno.”

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Edwards ha appena segnato la meta del secolo.

Tutto ciò era dovuto alla forza di Gareth, ma anche al desiderio di vincere. Ed è stato proprio questa determinazione che lo ha visto di nuovo affrontare un terzo tour con i British & Irish Lions, ancora in Sudafrica, nel 1974.

Anche allora il mediano di mischia è stato parte integrante del successo della sua squadra, che è tornata in patria imbattuta. Si tratta del famoso tour del Code 99, la chiamata con cui il capitano Willie John McBride ha dato avvio alla rappresaglia con cui i britannici intendevano difendersi dall’estrema violenza e dalle intimidazioni di cui si erano macchiati gli Springboks.

Il tour, oltre alla serie di violenti scontri, è entrato nella leggenda anche perchè i rossi del coach Syd Millar sono rimasti imbattuti attraverso un programma di 22 gare, vincendo 3 match ufficiali e pareggiando il quarto a Johannesburg 13 a 13, con la meta sacrosanta di Fergus Slattery  all’ultimo minuto che non è stata assegnata, perchè l’arbitro ha ritenuto che la palla non avesse toccato il terreno.

Edwards è sceso in campo in tutti i test, giocando in mediana con l’amico Phil Bennett, e durante il primo, vinto 12 a 3 a Città del Capo, ha centrato i pali con un bellissimo drop.

Quello stesso anno Gareth è stato nominato dalla BBC ‘Personaggio sportivo gallese dell’anno’.

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Gareth con i British Lions, nel 1974.

Nel 1975 è arrivato un altro trionfo nel Cinque Nazioni, con il Grande Slam andato in fumo a causa della sconfitta per soli due punti contro la Scozia a Edimburgo. Di quel torneo, più che la vittoria del Galles, alla quale ormai ci si era fatta l’abitudine, ha fatto più scalpore il Cucchiaio di Legno conquistato dall’Inghilterra.

L’anno seguente i rossi hanno vinto ancora tutto, Cinque Nazioni, Grande Slam e Triple Crown, asfaltando tutte le avversarie con ampi margini di punteggio.

Nel 1977 Gareth è stato convocato per guidare di nuovo i Lions nella loro tournèe in Nuova Zelanda, ma lui ha rinunciato per motivi personali.

L’ultima apparizione del mediano di mischia di Pontardawe risale al 18 marzo del 1978, a Cardiff, in una partita vinta dal Galles sui francesi per 16 a 7, che è valsa ai dragoni un altro Grande Slam, il terzo di Edwards. In quella gara, a pochi istanti dalla fine, i rossi vincevano 13 a 7, ma stavano subendo il ritorno dei Blues che, con una meta trasformata, avrebbero ribaltato le sorti dell’incontro.  È stato allora che Gareth è uscito da una mischia e da una posizione impossibile ha lasciato partire un drop micidiale che ha consentito alla sua squadra di andare oltre il break e di portare a casa la vittoria.

Durante la sua carriera Gareth Edwards ha vinto tre Grand Slam, cinque Triple Crown, cinque tornei in solitaria più altri due in condivisione, segnando 20 mete in 53 incontri. Inoltre ha indossato per dieci volte la maglia dei British Lions, con i quali ha partecipato a tre tournée.

Sempre nel 1978 Gareth ha detto basta anche per quanto riguarda il rugby a livello di club, lasciando il Cardiff RFC dopo 195 presenze e 268 punti realizzati. La sua maglia numero 9 è stata ereditata da Terry Holmes, tanto in nazionale quanto nella squadra della capitale gallese.

Nel 1997 Garteh è stato fra i primi quindici ex giocatori ad essere introdotto nella International Rugby Hall of Fame, insieme, tra gli altri, agli ex partner Barry John e JPR Williams.

In un sondaggio fatto da giocatori di rugby internazionali, proposto nel 2003 dalla rivista Rugby World, Edwards è stato acclamato come il più grande giocatore di tutti i tempi. Sorprendentemente Gareth ha ammesso che, secondo lui, il mediano di mischia neozelandese Sid Going gli è stato superiore nei sette incontri in cui si sono confrontati.

Oggi questo straordinario numero 9 è commentatore di rugby per la BBC e per S4C: quest’ultimo è un canale di lingua gallese, la sua lingua madre. In più è anche un manager dei Cardiff Blues. Una sua statua si trova nel centro commerciale di St David, a Cardiff.

 

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