Diego Dominguez: l’Italia s’è desta

(di Roberto Vanazzi)

A rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore” (Diego Dominguez)

Diego Dominguez è stato uno dei più forti e talentuosi mediani di apertura del rugby moderno, oltre che uno dei maggiori artefici della crescita della Nazionale italiana. Grazie anche alle sue prodezze, infatti, gli azzurri sono stati ammessi nel 2000 al Cinque Nazioni, che così è diventato il Sei Nazioni.

Diego Dominguez

Di madre italiana, Diego Dominguez è nato a Cordoba il 25 aprile 1966. Ancora adolescente ha iniziato a praticare il rugby con La Tablada, un club di Cordoba con la maglia a strisce orizzontali rosse e blu, simile a quella del Rovigo; prima con gli allievi e poi titolare in prima squadra.

Nel 1988 Diego ha partecipato alla Coppa del Mondo Universitaria con la divisa dell’Argentina. L’anno successivo, all’età di 23 anni, il ragazzo è stato convocato dal selezionatore dei Pumas, Rodolfo O’Reilly, per disputare 2 partite ufficiali del campionato sudamericano, dove ha affrontato il  Cile (36 a 9) e il Paraguay (75 a 7) realizzando  27 punti.
Il problema, però, era che il titolare della maglia numero 10 era un certo Hugo Porta, così Diego ha trovato proprio la porta della nazionale chiusa. Ha deciso allora di trasferirsi in Europa. Ingaggiato da una squadra di Cognac, in Francia, sempre nel 1989 Dominguez si è messo in evidenza nel ruolo di trequarti centro.

Nel 1990 ha accettato l’ingaggio dell’Amatori Rugby Milano, all’epoca facente parte della polisportiva voluta da Silvio Berlusconi. Presa la residenza nel capoluogo lombardo, avendo la madre proprio milanese ha ottenuto in breve tempo la cittadinanza italiana. Nella compagine meneghina, con la quale avrebbe vinto quattro campionati italiani e segnato qualcosa come 2966 punti, è tornato al ruolo più confacente di mediano d’apertura.

Convocato da Bernard Fourcade nella Nazionale azzurra, ha esordito il 2 marzo 1991 contro una selezione francese allo stadio Flaminio di Roma, nell’ambito della Coppa FIRA. L’apertura a quel tempo era Massimo Bonomi e Diego è stato schierato primo centro. Il 21 aprile, nell’arco della stessa competizione, ha affrontato e sconfitto 31 a 18 la Romania a Bucarest, mentre a giugno era in campo, sempre con la maglia numero 12, due volte contro la Namibia a Windhoek, dove ha segnato i suoi primi punti grazie a un calcio di punizione.

A quel punto Fourcade lo ha incluso nella rosa in partenza per la Coppa del Mondo in Inghilterra, dove è andato a punti in tutte e tre le gare disputate. Nella partita d’esordio, contro gli Stati Uniti (30 a 10), Diego ha realizzato 4 trasformazioni e 2 penalties. Contro i padroni di casa (6 a 36) ha trasformato la meta di Cuttitta. Infine, ha messo a segno 2 trasformazioni e 3 calci di punizione contro la Nuova Zelanda (21 a 31).
L’Italia è arrivata terza nel girone, alle spalle degli All Blacks campioni del mondo in carica e dei padroni di casa dell’Inghilterra.

Anche il nuovo coach dell’Italia George Coste, subentrato a Fourcade nel 1993, si è affidato ai piedi magici di Diego Dominguez.
Il 14 maggio 1994, però, l’Italia è franata contro la Romania. In quella partita, per la prima volta, è stata schierata la mediana Dominguez-Troncon, che insieme disputerà 53 gare.

A Treviso, il 6 maggio 1995, gli azzurri di Coste hanno sconfitto per la prima volta una Union britannica: 22 a 12 contro l’Irlanda. Diego ha trasformato la meta di Vaccari e ha centrato i pali con un drop e 4 piazzati. Sulla panchina dei verdi sedeva Gerry Murphy, il coach che aveva condotto i suoi a vincere due volte con gli inglesi, di cui una a Twickenham, e che avrebbe portato l’Irlanda ai quarti di finale del mondiale sudafricano (che sarebbe partito un paio di settimane più tardi). Quella volta, però, ha vinto l’Italia.

A proposito del mondiale, l’’apertura italo-argentina ha ripagato la fiducia del suo allenatore andando a segno in tutte le gare da lui disputate. Una punizione, una trasformazione e un drop contro Western Samoa (18 a 42). Due trasformazioni e Due penalties con il XV della Rosa (20 a 27). Una meta, due trasformazioni e quattro punizioni nella sua rivincita personale contro l’Argentina, con i quali gli azzurri hanno realizzato l’unica vittoria del torneo (31 a 25). La meta di Diego a tre minuti dalla fine è stata decisiva. L’apertura, posizionato sul filo del fuorigioco, ha intercettato un pasaggio sbagliato del mediano di  ischia dei Pumas Rodrigo Crexell a Jose Cilley e si è involato in meta. I sadamericani sino sono lamentati del fatto di essere stati inganati da una chiamata dell’azzurro in spagnolo.

Arriviamo così al 1997, l’anno magico per il rugby italiano: l’anno dei titani.

Capodanno era appena passato che…pronti via, il 4 gennaio l’Italia ha espugnato il Lansdowne Road di Dublino, battendo l’Irlanda 37 a 29. Dominguez ci ha messo molto del suo segnando 22 punti, suddivisi tra una meta, quattro trasformazioni e tre penalties.

Era una sera piovosa e fredda, tipica dell’inverno irlandese, un clima che si diceva essere più adatto agli uomini di Keith Wood che agli azzurri. L’Italia è arrivata a Lansdowne Road senza Ivan Francescato (che ci lascerà esattamente due anni più tardi) e il grande capitano Massimo Giovanelli, infortunato alle costole. Il ruolo è stato così affidato al pilone Massimo Cuttitta.
La partita si è aperta con un penalty dell’apertura Paul Bourke, che ha portato avanti i verdi. Dominguez ha invece fallito un calcio da oltre 50 metri, ma poi si è rifatto lanciando il debuttante Cristian Stoica nello spazio. Passaggio lungo al largo e Paolo Vaccari ha bucato la difesa, andando a marcare in mezzo ai pali. Poco dopo il solito Bourke ha ridotto lo svantaggio irlandese con un altro calcio di punizione.
L’Italia ha comunque dimostrato di essere concentrata. Giambattista Croci ha conquistato una touche nei loro 22, dando avvio all’azione che ha spinto il capitano Cuttitta ha schiacciare l’ovale oltre la linea. Diego ha trasformato, e poco dopo ha piazzato tra i pali anche il pallone del 17 a 9. Il XV del Trifoglio ha reagito con il tipico orgoglio celtico, e grazie a tre piazzati di Bourke ha chiuso il primo tempo in vantaggio sul 18 a 17.
Chi pensava che nella ripresa l’Italia avrebbe ceduto di schianto è rimasto deluso, o sorpreso, a seconda della latitudine cui si guardava la partita. Gli azzurri, infatti, hanno continuato a macinare gioco e conquistare terreno, vincendo tutte le battaglie in ruck con gli avanti irlandesi. Sono tornati in vantaggio con un altro penalty di Diego, al quale ha fatto subito eco Paul Bourke.
Dopo qualche minuto, però, sembrava essere arrivato il momento della fine per gli italiani. Calcio di Bourke in profondità. Sull’ovale si sono avventati Paolino Vaccari e Javier Pertile, ma i due non si sono capiti e hanno lasciato spazio all’ala Dominique Crotty, che l’ha portato avanti a calci fino nell’area di meta azzurra, lasciando poi l’onore di schiacciarlo al centro Jonathan Bell. L’incubo della solita sconfitta onorevole è cominciato a serpeggiare tra i tifosi italiani.
Invece, con grande sorpresa, Ale Troncon si è caricato sulle spalle il pack azzurro e ha spinto i ragazzi di Coste nei 22 irlandesi. Vaccari, ancora lui, è andato oltre la linea bianca per un’altra meta. Dominguez l’ha trasformata e quando mancavano solo 10 minuti alla fine l’Italia era in vantaggio di un punto: 30 a 29.
Gli irlandesi si sono buttati avanti a testa bassa, ma la frenesia non ha permesso loro di andare a punti. Anzi, sotto pressione hanno perso l’ovale a 10 metri dalla loro area di meta, a tempo ormai scaduto. Stefano Bordon l’ha recuperato e gettato indietro. Se si fosse calciato in touche la partita sarebbe finita, ma gli azzurri quella sera avevano voglia di fare di più. Sapevano che potevano fare di più. La palla, recuperata da Nicola Mazzuccato, è stata regalata a Carlo Orlandi, il quale con un funambolico passaggio dietro la schiena, non proprio da tallonatore, ha servito Diego Dominguez. L’apertura non ha dovuto fare altro che andare a schiacciare nei pressi della bandierina. La trasformazione della marcatura ha fissato il risultato sul 37 a 29 e l’Italia ha conquistato Dublino.

Il 22 marzo seguente la gara della svolta. Gli azzurri hanno vinto a Grenoble la finale di Coppa FIRA contro la Francia, fresca trionfatrice del Cinque Nazioni con tanto di Grande Slam. Diego, tanto per cambiare, ha svolto una parte fondamentale. Già al 5 minuto ha lanciato in meta Ivan Francescato. Quindi, dopo che la veemente reazione dei galletti ha portato loro al pareggio grazie ad una meta tecnica decretata dall’arbitro, con un piazzato ha attuato di nuovo il sorpasso. La Francia ha avuto il suo momento migliore attorno la metà del primo tempo, quando con due piazzati di David Aucagne è passata in vantaggio. Ci ha pensato, però, ancora Diego a portare gli azzurri in parità. La svolta è arrivata alla fine del primo tempo, quando la mischia azzurra è riuscita di forza a sfondare la linea difensiva francese: a schiacciare l’ovale in meta è stato il flanker Julian Gardner. Gli avanti azzurri sono stati protagonisti anche qualche minuto dopo, quando hanno fermato il pack francese che premeva sulla linea di meta italica. I ragazzi di Coste sono così andati al riposo in vantaggio per 20 a 13.
Nella ripresa gli azzurri sono entrati in campo ancora più determinati. Troncon e Dominguez hanno continuato a gestire il gioco con grande intelligenza tattica e i nostri, dopo aver subito in avvio la meta del numero 12 Pierre Bondouy, hanno preso in mano le redini del gioco. La terza meta italiana ha visto due fasi con il pallone giocato da un lato all’altro del campo e con Croci che ha finalizzato l’azione impostata da Vaccari e Troncon. Sul 27 a 20 per l’Italia ci si aspettava la reazione francese e, invece, gli azzurri non hanno smesso di placcare ferocemente e di ripartire con micidiali contrattacchi. La nostra nazionale ha così preso il largo e l’apice è arrivato al 30’, quando Vaccarii, dopo un altro break devastante di Gardner, s’è lanciato velocissimo in meta, portando l’Italia sul 40 a 20, con i tifosi francesi che fischiavano senza pietà i loro beniamini. Il finale ha visto uscire l’orgoglio dei blues, che con due mete negli ultimi tre minuti (Sadourny e ancora Bondouy) hanno reso meno pesante il punteggio. Troppo tardi. Per gli italiani è esplosa la festa attesa da tempo.
Diego Dominguez ha infilato tra i pali otto palloni (quattro trasformazioni e quattro calci piazzati) sbagliando solo una volta. Naturalmente in quella gara perfetta non c’è stato solo il mediano d’apertura. La mischia, innanzitutto, ha svolto un lavoro incredibile. Ma è stato proprio Diego, coadiuvato da un tenace Troncon, che ha gestito il gioco con grande intelligenza. Da allora il cammino del rugby italico si è ritrovato a percorrere una strada tutta in discesa.

A Bologna, il 20 dicembre, sempre di quel magico ’97, gli azzurri dei miracoli hanno battuto per la terza volta l’Irlanda. Questa volta è stato un secco 37 a 22, con 27 punti di Dominguez, divisi tra una meta, due trasformazioni e sei punizioni. Le altre due mete azzurre sono state marcate da Pilat e da Stoica.

A fine stagione Diego ha lasciato Milano e si è trasferito presso la corte di Bernard Laporte allo Stade Français.

Il 16 gennaio 1998 è un’altra data storica: l’Italia è stata ammessa al Cinque Nazioni. Il comitato del torneo riunito a Parigi, infatti, ha deciso che dal 2000 la nostra nazionale ne avrebbe fatto parte. A capo della Federazione Italiana era stato da poco eletto Giancarlo Dondi.

Giusto per dimostrare la fondatezza della scelta, una settimana più tardi, il 24 gennaio a Treviso, ecco che è arrivata anche la prima vittoria sulla Scozia. 25 a 21 il risultato, rimontando da 12 a 21 a quindici minuti dalla fine. L’italo-argentino ha siglato 20 punti, merito di 6 penalties e alla trasformazione della meta di Paolo Vaccari a due minuti dal fischio finale.

Due settimane dopo a Llanelli si è arrivati a un passo da un’altra impresa. L’Italia di Coste ha perso di soli tre punti con il Galles (20 a 23).

Sempre nel ’98 lo Stade Français, grazie al determinante contributo di Domiguez, ha vinto il campionato francese dopo ottant’anni. È stato questo il primo di quattro titoli. Con la visione di gioco e la precisione del piede di Diego, la compagine parigina ha vinto il campionato anche nel 2000, nel 2003 e nel 2004, oltre ad una coppa di Francia.

Il 7 novembre, a Piacenza, gli azzurri hanno sconfitto l’Argentina 23 a 19, con mete di Moscardi e Checchinato e i soliti punti al piede di Diego. Quindi, il 22 novembre a Huddersfield, per la qualificazione ai mondiali del 1999, per poco non battono gli inglesi.
La gara non aveva valore, in quanto le due compagini erano già qualificate. In un girone da tre squadre passavano le prime due e la terza contendente, l’Olanda, era stata asfaltata da entrambe. A 10 minuti dal termine i nostri erano sotto di un solo punto (15 a 16) e 3 minuti dopo sarebbero stati in vantaggio se l’arbitro francese Mené non avesse posto il veto su una meta nettissima di Troncon (il TMO era ancora lontano dall’essere introdotto). Meta negata, meta fatta. I bianchi sono arrivati nella metà campo azzurra e Rory Greenwood ha varcato la linea di meta per il fasullo 23 a 15 finale. Sconfitta onorevole con beffa finale.

A ottobre, Diego è partito alla volta dell’Inghilterra per disputare la sua terza Coppa del Mondo.

Alla vigilia della Coppa del Mondo, però, la nazionale è stata scossa da un terremoto interno. A causa anche del 101 a 0 patito a Durban il 19 giugno contro gli Springboks di Nick Mallett, un tour al quale Diego non ha partecipato, la Federazione ha preso la discutibile decisione di esonerare George Coste, senza tenere conto di quanto il francese aveva fatto per traghettare gli azzurri nel Sei Nazioni e senza pensare che da lì a poco sarebbe andato in scena il mondiale. Il suo posto è stato momentaneamente affidato a Massimo Mascioletti, già vice di Coste e allenatore dei trequarti. Durante il mondiale l’atmosfera in seno alla nazionale era piuttosto tesa. Il manager Franco Cimino parlava con Mascioletti solo tramite il Liaison Officer Antonio Zibana. I giocatori, che erano anche in lotta con la FIR per gli ingaggi dovuti all’avvento del professionismo, inevitabilmente hanno risentito del clima. Il torneo, per gli azzurri, è stato un vero e proprio disastro. Le sfide impossibili con Inghilterra e Nuova Zelanda si sono risolte in due asfaltate. Clamoroso il 103 a 3 di Huddesfield per mano degli All Blacks. Qualche cosa di più ci si sarebbe aspettato dalla sfida con Tonga, ma anche in questo caso gli uomini di capitan Massimo Giovanelli sono usciti da Welford Road sconfitti 25 a 28.
Come già nelle edizioni passate, anche quella volta il numero 10 è andato a segno in tutte e tre le sfide. All’esordio contro l’Inghilterra ha segnato una meta d’intercetto e l’ha trasformata. Nella seconda sfida con i tongani ha centrato i pali con sei penalties e con la trasformazione della meta di Alessandro Moscardi. Nell’ultima con gli All Blacks ha segnato il calcio di punizione che ha tolto lo 0 dallo score azzurro.

Il povero Massimo Mascioletti è rimasto in carica sino all’inizio dell’anno seguente, subendo un’onta che non si meritava. A quel punto, in vista del Sei Nazioni, sulla panchina degli azzurri si è seduto l’ex pilone neozelandese Brad Johnston, che nell’ultimo mondiale aveva portato ai quarti di finale la nazionale di Fiji, coadiuvato dal samoano Matt Vaea.

Per fortuna, nel 2000 è cominciato il Sei Nazioni.

Il vecchio stadio Flaminio di Roma quel 5 febbraio era trasformato: le alte porte del rugby al posto delle normali porte del calcio. L’emozione era palpabile; l’Italia per la prima volta partecipava al più antico torneo di rugby del mondo, il Cinque Nazioni, che a causa nostra era ormai diventato Sei Nazioni. I 15 titani in maglia azzurra sono entrati in campo determinati, e poi si sono schierati là, al centro del campo, a cantare insieme al pubblico l’Inno di Mameli. Gli avversari erano i ragazzi arrivati dalla Scozia, nazionale che aveva vinto l’ultima edizione del torneo a Cinque Squadre.
In ottobre, a Huddersfield, avevamo lasciato una nazionale demolita dagli All Blacks. Dopo venti minuti di supremazia scozzese, però, gli uomini di Johnstone si sono scoperti capaci di ribaltare qualsiasi situazione. La meta di Gordon Bulloch, nata da un probabile passaggio in avanti, non era la fine, ma il punto di partenza. 38 minuti contro 32 di dominio territoriale, 17 touche contro 12, a dimostrazione che la massa di gioco sviluppata dai nostri ragazzi è stata superiore. E poi la meta di Ciccio de Carli, romano che giocava in casa, pilone entrato dalla panchina, perché il trionfo non è venuto solo dai piedi di Dominguez, autore di sei penalties, tre drop e della trasformazione della marcatura.
Nel giro di due mesi Johnstone aveva ridato alla squadra motivazioni e gioco, facendone un gruppo compatto.

Sempre nel 2000 lo Stade Français è arrivato alla finale di Heineken Cup, ma non sono bastati 30 punti di Diego su calci piazzati e la vittoria è finita tra le mani dei Leicester Tigers.

Diego con la maglia dello Stade Français

Diego con la maglia dello Stade Français

A quel punto Diego avrebbe voluto dismettere la casacca della nazionale, a causa degli impegni con il suo club, ma gli è stato chiesto di restare a furor di popolo. Dopo una trattativa tenutasi a Parma, tra il giocatore, il presidente Giancarlo Dondi e il team manager Antonio Zibana, il numero 10 ha deciso di prolungare la sua avventura in azzurro e ha disputato alti tre tornei delle Sei Nazioni.

Il 15 febbraio 2003 Diego era in campo a Roma quando l’Italia ha sconfitto per la prima volta anche il Galles. I dragoni sono capitolati sotto i colpi di una squadra azzurra, ora nelle mani di John Kirwan, che dopo due tornei disastrosi ha finalmente messo in mostra la voglia di giocare e di osare. Che l’Italia volesse stupire lo si è visto subito. Dopo soli 4 minuti c’ è stata una valanga azzurra che ha devastato gli argini gallesi. Alessandro Troncon si è inventato un sottomano per Denis Dallan il quale, grazie al sostegno di Carlo Festuccia, al suo primo cap, è avanzato a testa bassa tra le maglie rosse. Ovale dato a Ciccio de Carli, spalle rasoterra e meta. Ancora lui, il pilone di Roma, come contro la Scozia tre anni prima. Due mete in rapida sequenza di Steve Williams e Tom Shanklin hanno messo a nudo la cattiva organizzazione della difesa azzurra, ma ci ha pensato comunque Festuccia ha rimettere le cose a posto. Cavalcata in meta e pareggio: 14 a 1 4. Il piede di Dominguez (un calcio e due drop), una difesa che nel secondo tempo si è sistemata ed è diventa impenetrabile, la marcatura di Matthew Phillips, neozelandese vestito d’azzurro, hanno confezionato il trionfo. Alla fine è arrivata la terza meta gallese con Dwayne Peels, ma al fischio finale il tabellone segnalava 30 a 22, per la seconda vittoria nel torneo dopo quella con la Scozia. Una vittoria arrivata a seguito di quattordici sconfitte consecutive, che nel 2001 e nel 2002 avevano portato agli azzurri il poco ambito Cucchiaio di Legno.

A fine gara, a fare il giro d’onore dello stadio è comparsa anche la bandiera della pace, tra le mani di Stoica e Bortolami. Intanto gli azzurri avevano fatto pace con loro stessi e con il Sei Nazioni.

L’ultima presenza di Dominguez con la nazionale italiana è stata nella partita seguente, il 22 febbraio 2003, quando ha fronteggiato l’Irlanda a Roma, perdendo 13 a 37. A quel punto si stava già facendo spazio il suo sostituto, Ramiro Pez, anche lui nato a Cordoba.

Le cifre della sua carriera in azzurro sono straordinarie: 74 presenze (due da capitano), 983 punti segnati, 208 penalties, 127 trasformazione, 20 drop e 9 mete. Ha disputato i Mondiali 1991, 1995 e 1999 e il Sei Nazioni dal 2000 al 2003.

Diego Dominguez vanta due presenze con i Barbarians e altrettante con i Barbarians francesi. Ha fatto parte anche della nazionale italiana di rugby seven ai mondiali del 1993.

A livello di club, invece, ha disputato la sua ultima partita della carriera con lo Stade Français il 26 giugno 2004, contro il Perpignan, nell’ultima giornata del campionato francese. La compagine parigina ha vinto 38 a 20 e Diego Dominguez ha segnato 20 punti, divisi in cinque calci di punizione, una trasformazione e un drop da 40 metri.

Terminata la carriera sul campo, il noto campione è diventato imprenditore e procuratore per rugbisti, nonché commentatore di Sky Sport.

Alla fine del 2014, Diego è stato ingaggiato dal Tolone come assistente di Bernard Laporte.

All’inizio della stagione 2016-17 l’ex apertura azzurra ha assunto a titolo definitivo la guida della squadra, ma la sua avventura in veste di head coach non è durata molto. Il 24 ottobre, infatti, il presidente Mourad Boudjellal ha annunciato di averlo esonerato, Il posto dell’argentino è stato occupato da Mike Ford, già suo allenatore dei trequarti.

 

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