Colin Meads: tra leggenda e realtà

(di Roberto Vanazzi)

Colin Meads è il tipo di giocatore che ci si aspetta di vedere emergere da una ruck con i resti di un sospensorio tra i denti.” (Tony O’Reilly, ex trequarti ala dell’Irlanda)

I tifosi della Nuova Zelanda potrebbero discutere per ore su chi è stato il più grande All Black di tutti i tempi. Una volta che ognuno ha messo sul tavolo le proprie ragioni, il titolo potrebbe essere assegnato a una lunga serie di campioni, che vanno da George Nepia negli anni ‘20 a Sean Fitzpatrick e Richie McCaw in epoca moderna. Probabilmente però, il nome che metterebbe d’accordo tutti è uno solo: Colin Meads.

Nell’arco di una carriera durata quattordici anni, dal 1957 al 1971, Meads è stato il simbolo del potere e del dominio del rugby neozelandese nel mondo, in un modo che nessun altro giocatore ha mai fatto, né prima né dopo. Il suo soprannome Pinetree (pino), accollatogli dal compagno di squadra Kevin Briscoe durante la tournée dell’under 23 in Giappone nel 1958, la dice lunga, perché in ogni match che ha disputato Colin è sempre stato una presenza imponente. Se guardiamo i moderni standard delle seconde linee, con i suoi 192 centimetri per 102 chili Colin non era certo un gigante, ma ciò è stato sfruttato a suo vantaggio, permettendogli di avere una maggiore dinamicità attorno al pack il che, unito ad una grinta senza pari, lo ha reso da subito un mito.

Colin Meads

Colin Meads

Colin Earl Meads è nato a Cambridge, nella regione di Waikato, il 3 giugno 1936 e ha studiato presso la Te Kuiti High School. La leggenda narra che si sia formato atleticamente correndo attraverso le colline della sua fattoria di Te Kuiti con un paio di montoni sotto le braccia, scaricando attrezzature pesanti e martellando per ore il recinto; un regime di allenamento lontano anni luce dalle moderne palestre hi-tech tanto in voga al giorno d’oggi.

Il ragazzo ha iniziato a praticare il rugby a metà degli anni ’50, e già nel 1955, quando aveva solo 19 anni, ha giocato la prima delle sue 139 partite per King Country. Nel suo debutto contro Counties ha mostrato subito di che pasta era fatto: non solo ha segnato una meta, ma, cosa strana per le seconde linee di quel tempo, ha infilato i pali anche con un drop.

Sempre nel 1955 Colin è partito in tour con la nazionale under 21, direzione Ceylon (oggi Sri Lanka). Quella squadra schierava anche un altro atleta che presto sarebbe diventato un All Black immortale: Wilson Whineray. Meads ha giocato tutte e otto le partite, ha segnato tre mete ed è stato riconosciuto dal Almanacco del rugby come uno dei giocatori più promettenti della stagione in corso.

L’anno seguente Meads ha disputato i trials per gli All Blacks e ha giocato per le North Islands. Saggiamente, poiché molto giovane, non è stato rischiato nella serie contro gli Springboks, ma la sua promozione in nazionale maggiore era ormai solo una formalità.

Infatti, nel 1957 Colin ha partecipato al tour in Australia. L’esordio con la maglia degli All Blacks è arrivato il 25 maggio 1957 a Sydney, dove i neri hanno vinto 25 a 11. Durante quella tournée il ragazzo ha giocato dieci partite, fra le quali entrambi i test match contro i Wallabies, anche se a quel tempo, con Nev MacEwan e il veterano Tiny Hill preferiti in seconda linea, Colin è stato spesso utilizzato come flanker e anche come numero 8. Nella seconda gara, disputata a Brisbane, in cui ha segnato la prima delle sue sette mete internazionali, ha addirittura giocato all’ala, a causa di un infortunio temporaneo del titolare Frank McMullen.

In quel periodo l’Australia non era la forza che sarebbe diventata in seguito e Colin li ha sconfitti ben 12 volte su 15 incontri. Gli avversari principali degli All Blacks erano invece gli Springboks e i British & Irish Lions. Così, dopo un’altra serie di successi contro l’Australia nel 1958, in cui ha marcato una meta, il seguente impegno del giovane Meads è stato affrontare i migliori giocatori di Gran Bretagna e Irlanda.

Nel 1959 i Lions erano una squadra di grande talento, che ha affascinato la folla neozelandese con uno stile di gioco avventuroso. Colin ha saltato il primo test nel quale i Leoni hanno marcato quattro mete e gli All Blacks sono stati salvati solo dalla precisione al piede di Don Clarke. Il ragazzo di Cambridge è stato convocato per la seconda partita e ha avuto un impatto immediato, contribuendo ad annullare i trequarti avversari e segnando una meta che ha portato i neri a trionfare 11 a 8. La serie è stata alla fine vinta dai neozelandesi per 3 a 1, i quali sono stati sconfitti solo nell’ultima gara per 9 a 6, a risultato ormai acquisito.

Nel 1960 Colin si è recato in Sudafrica per la prima volta e ha fatto parte del team che ha perso la serie 2 a 1. Nel secondo test, quello che ha portato la sua squadra a vincere 11 a 3, Pinetree ha marcato una meta.
Durante un altro match di quel tour, invece, egli è stato colpito duro dal centro Springbok John Gainsford, il quale ha reagito ad un’offesa che non si sa se reale o immaginaria. Meads si è difeso afferrando i polsi del più piccolo rivale in una morsa di ferro, dicendo semplicemente: “Non si preoccupi figliolo. Ora sapete cos’è il rugby internazionale”.

L’anno successivo gli All Blacks hanno affrontato tre volte la Francia in casa, trovando un en-plein di vittorie. Meads ha schiacciato l’ovale in meta nella terza di quelle sfide, terminata 32 a 3.

Nel 1962, invece, Colin ha pagato pegno a causa della sua forma poco brillante ed è stato lasciato in panchina in un test contro i Wallabies. È stata quella una delle pochissime gare in cui l’avanti non è entrato in campo dai tempi del debutto. Ironia della sorte, il suo sostituto è stato suo fratello minore Stanley. Proprio in coppia con Stan e MacEwan, ma anche con Ron Horsley e Allan Stewart, Colin era ormai una garanzia anche per il decennio appena iniziato.

All’inizio del 1964 Meads ha partecipato ad un fenomenale tour in Francia e Gran Bretagna. In quella occasione gli All Blacks hanno messo in campo una squadra stellare che, oltre a lui, includeva campioni del calibro di Kel Tremain e Ken Gray. Colin ha segnato una meta contro gli inglesi a Twickenham, dove i neri hanno vinto 14 a 0, e una ai Barbarians a Cardiff (36 a 3).

c.meadsNella medesima stagione l’avanti di Cambridge è tornato a giocare al numero 8 per un test contro l’Australia, a Wellington, ma la partita è finita 5 a 20 per gli avversari e l’esperimento non è mai più stato ripetuto.

L’anno dopo è arrivato in Nuova Zelanda il Sudafrica e Colin è riuscito a prendersi una dolce vendetta per la sconfitta di cinque anni prima. I Boks sono stati sconfitti 3 a 1 nella serie e sono stati umiliati 20 a 3 nel quarto test match, disputato a Dunedin.

Nel 1966 sono tornati i British Lions, ma quella squadra era inferiore rispetto alla precedente e la serie è finita con un secco 4 a 0 per i neri, con Meads che ha ottenuto una meta nella seconda prova, così come aveva già fatto nel 1959.

Il tour nel Regno Unito del 1967 ha visto probabilmente in azione una delle più belle squadre All Blacks di tutti i tempi, anche se il viaggio è stato segnato da un cartellino rosso per gioco pericoloso rifilato allo stesso Colin. È successo contro la Scozia a Murrayfield, ed era quella solo la seconda volta che un neozelandese subiva un’espulsione durante un test match, dopo Cyril Brownlie, contro l’Inghilterra a Twickenham nel 1925. La partita, che gli All Blacks stavano comodamente vincendo 14 a 3, non era violenta, ma piuttosto sentita. Gli scozzesi sono stati bravi per tutta la gara ad uccidere la palla e il seconda linea era già stato penalizzato dall’arbitro irlandese Kevin Kelleher per avere calpestato gli avversari in una ruck. Quando mancavano solo tre minuti ancora da disputare, Meads, che si è trovato sul retro di un ruck scozzese, ha visto la palla uscire e l’ha raggiunta un istante prima che ci arrivasse il mediano d’apertura degli Highlanders David Chisholm. Pinetree ha pensato di calciare subito, ma è riuscito solo ha tirare l’ovale contro il corpo di Chisholm. Lui non ha preso a calci l’avversario, ma l’arbitro ha visto diversamente. Così, dopo che il tallonatore scozzese Frank Laidlaw gli si è avvicinato gridando: “Hai visto che ha fatto quello sporco bastardo?” e con i 60.000 sugli spalti che urlavano: “Fuori, fuori, fuori” il signor Kelleher ha allontanato immediatamente Meads dal campo. Il fatto è diventato una notizia da prima pagina in tutto il mondo, con le sgranate riprese televisive ha riprodurre più volte l’incidente, rendendo sempre più evidente l’innocenza di Colin. Lo stesso Chisholm è andato in seguito nello spogliatoio degli All Blacks e ha detto a Meads che considerava la decisione eccessiva.

Tuttavia, il momento peggiore della sua carriera è stato l’anno successivo, nel primo test contro l’Australia a Sydney. Con la Nuova Zelanda in vantaggio 19 a 3, il veloce mediano di mischia Wallaby Ken Catchpole si è trovato ad un certo punto schiacciato in una ruck con la palla sotto la pancia, incapace di muoversi per il peso dei giocatori che aveva addosso. Meads, inconsapevole di quello che accadeva la sotto, ha afferrato la gamba tesa di Catchpole e ha tirato di lato, nel tentativo di spostare l’Aussie dalla palla. Il risultato è stato un terribile infortunio per il numero 9, che ha visto il proprio tendine del ginocchio strappato, una grave frattura delle ossa e dei muscoli dell’inguine e, con essi, la fine della carriera. Anche se Catchpole non ha mai avuto alcuna animosità verso Meads, il brutto gesto ha perseguitato il neozelandese per anni, ed è stato trattato da molti australiani con lo stesso odio solitamente riservato agli assassini. Prima di questo incidente Colin aveva la fama di essere un giocatore corretto, anche se era uno che avrebbe usato tutti i trucchi a sua disposizione per superare l’avversario. In tanti hanno provato in seguito a vendicare l’episodio, ma quasi tutti i tentativi sono falliti. Di questi il più vivace è stato Russell Fairfax, il ragazzo dai lunghi capelli biondi del rugby australiano. In una partita contro King Country nel 1972, l’esile apertura ha risposto a Meads, che gli aveva tirato i capelli, alzandosi da terra e colpendo il neozelandese con una raffica di pugni urlando “Questi sono per Kenny Catchpole”. Fairfax ricorda che i suoi colpi erano così inutili che gli sembrava di colpire un carro armato.

Al tour sudafricano del 1970 Meads, che era stato eletto vice-capitano degli All Blacks, è stato egli stesso vittima di un incidente, quando il braccio gli è stato volutamente rotto durante una partita non ufficiale. Ciò gli ha fatto perdere le prime due prove e anche se ha recuperato velocemente, nelle ultime due non aveva più la forza di un tempo. Così la Nuova Zelanda ha perso la sua prima serie dopo dieci anni. L’ultima sconfitta, infatti, risaliva al 1960, sempre per opera degli Springboks.

Nel 1971 Meads, che aveva ormai 35 anni e non era più il giocatore di un tempo, si è guadagnato lo stesso i gradi di capitano della Nuova Zelanda contro i Lions. Quella volta, però, i britannici hanno vinto due partite, ne hanno persa una e pareggiato l’ultima. Colin era comprensibilmente sconvolto di uscire battuto da quella che era la sua ultima sfida contro i Leoni, ma lui era anche nobile nella sconfitta e in un memorabile discorso ha salutato il grande successo dei Lions.

Proprio la quarta sfida di quel tour, datata 14 agosto 1971 e terminata 14 a 14, è stata l’ultima gara internazionale di Colin Meads. Verso la fine dell’anno, infatti, Colin ha accusato un dolore alla schiena dovuto ad un incidente d’auto. Anche se è riuscito a recuperare e si è reso disponibile per il tour del 1972-73 in Gran Bretagna e Francia, alla fine non è stato preso seriamente in considerazione.

Della 361 partite in cui ha giocato dal 1955 al 1973, ben 133, di cui 55 match ufficiali, sono state per gli All Blacks. Egli è stato il primo a raggiungere 50 caps, una cifra che oggi è diventata comune, ma in quel periodo si trattava di un risultato davvero notevole. Se Colin Meads avesse giocato nell’epoca del professionismo, con almeno 12 prove l’anno avrebbe facilmente superato le 100 presenze.

Nell’agosto del 1973 Pinetree è apparso due volte con il President XV contro i suoi ex compagni All Blacks, due gare che sono state certificate, anche se non ufficialmente, come il suo addio al rugby. Nella prima delle due sfide, all’Athletic Park di Wellington, Meads ha guidato i President XV alla vittoria per 35 a 28. In quell’occasione la Nuova Zelanda era capitanata da Ian Kirkpatrick.

Una volta ritiratosi, Meads ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano come selezionatore, allenatore e guru. Nel 1986 è stato squalificato dalla NZRFU per avere allenato i ribelli New Zealand Cavaliers nel loro tour non autorizzato in Sudafrica. Tuttavia, come per quasi tutti i Cavaliers, Colin è stato presto perdonato e nel 1992 è tornato all’ovile come team manager degli All Blacks, portandoli anche alla Coppa del Mondo in Sudafrica del 1995.

Quando l’anno seguente il NZRU è stato sostituito da un consiglio minore, Meads ha abbandonato l’amministrazione. Tuttavia, la sua leggenda è cresciuta sempre più, e quando il rugby ha ceduto al professionismo Meads è stato elevato, sia dai media sia dal pubblico, a campione di antichi valori. Le sue opinioni sul rugby moderno, infatti, non sono mai state buone. Egli, in un modo un po’ nostalgico forse, ha sempre dichiarato che nell’epoca del professionismo lo sport ovale ha perso di vista le sue vere tradizioni come il cameratismo e l’umiltà, e l’idea che qualcuno ha bisogno di essere pagato per indossare la felce d’argento sul petto è del tutto inconcepibile per lui.

Meads ha ricevuto quasi tutti gli onori che il rugby può concedere, dall’introduzione nella International Rugby Hall of Fame a quella nella New Zealand Sporting Hall of Fame. Nessuno a avuto da ridire quando nel 1999 la rivista New Zealand Rugby Monthly lo ha proclamato “giocatore neozelandese del secolo” e neppure quando nel 2001 ha ricevuto il New Zealand Companion Order of Merit, l’equivalente di un cavalierato.

Nel 2009 il governo neozelandese ha reintrodotto il vecchio sistema dei titoli e Colin Meads ha acquisito il titolo di “Sir”, anche se lui ha sempre dichiarato di non volere essere chiamato in quel modo in quanto, a differenza dei due compagni di squadra Wilson Whineray e Brian Lochore, non si sentiva certo un gentiluomo.

 

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