Ambrogio Bona: a muso duro

(di Roberto Vanazzi)

“’I soldi ci sono sempre stati, li ho sempre presi, ma allora pensavamo prima a giocare e poi al resto. Adesso sono diventati tutti calciatori.” (Ambrogio Bona)

Il rugby è lo sport dove si creano più personaggi. Caratterizzati da un coraggio epico sul terreno di gioco e dalla modestia nella vita di tutti i giorni, non è difficile per questi atleti entrare nel cuore degli amanti della bislunga come degli “eroi gentili”. Anche in Italia, naturalmente, non ci siamo mai fatti mancare rugbisti da leggenda. Uno di questi è Ambrogio Bona.

Considerato tra i migliori piloni italiani di sempre, Bona ha indossato 50 volte la maglia della nazionale, 18 delle quali da capitano, legando il proprio nome ad alcune delle più belle imprese dell’ovale nostrano. L’atleta della Rugby Roma ha preso parte al primo grande tour degli Azzurri nel sud del mondo, quello del 1973 in Sudafrica, ed era in campo nel 1979 a Rovigo nella prima storica sfida giocata dall’Italia contro gli All Blacks. E soltanto due anni prima il pilone destro era stato inserito nella squadra dei migliori giocatori del mondo che ha partecipato ad un tour nella terra degli Springboks.

Ambrogio Bona

 

Ambrogio Bona, figlio di Angelo e Savina, è nato il 26 settembre 1951 a Monza, ma quando lui aveva soltanto due anni la famiglia si è trasferita in Sudafrica, dove viveva zio Giovanni, fratello di Angelo, per avviare assieme un’azienda di trasporti. I Bona si sono così stabiliti a Kroonstad, città a prevalenza Boera nell’Orange Free State.

Ambrogio è cresciuto come un bambino sudafricano; ne ha imparato la lingua e a scuola giocava a rugby, cricket, nuotava e lanciava il giavellotto. È stato un prete tedesco, durante i suoi anni di liceo a Johannesburg, che gli ha insegnato a fare il pilone. Poco più tardi il ragazzo è entrato nella squadra giovanile del Transvaal.

Arrivato a vent’anni Ambrogio è stato costretto ad adempiere al servizio militare. Avendo la doppia nazionalità, poteva scegliere tra lo schierarsi con le truppe sudafricane che combattevano contro gli indipendentisti della Namibia, oppure farsi 15 mesi in Italia. Lui ha scelto la seconda opzione.
Nel Bel Paese, però, Bona ha scoperto che il suo certificato di nascita era andato distrutto in un incendio che ha bruciato l’archivio dell’ospedale di Monza. In attesa delle pratiche, il ragazzo si è tenuto in forma con il judo e con il rugby, schierato trequarti centro tra le fila dell’Amatori Milano, che all’epoca militava in serie B.

A quel punto, siamo nel 1971, è arrivata finalmente la chiamata alla naja. Prima a Taranto e poi, una volta messosi in luce come buon lanciatore di giavellotto, alla Cecchignola, sede del centro Sportivo dell’Esercito. Gli allenamenti erano svolti all’Acquacetosa, dove, con quella stazza, Ambrogio non è passato inosservato. A notarlo sono stati i dirigenti del CUS Roma, squadra di serie C, e quando lui con il suo italiano stentato ha dichiarato di sapere giocare a rugby, loro non ci potevano credere. È stato in quel modo che Ambrogio ha iniziato ad allenarsi agli ordini di Giancarlo Barsanti, il quale, però, lo ha sistemato in campo nel ruolo di trequarti ala. Alla fine sarà l’ex azzurro Guglielmo Colussi a capire che questo gigante doveva giocare pilone.
Bona, però, era ancora in forza all’Esercito e per regolamento un militare non poteva giocare in una squadra di civili. Grazie all’intervento del presidente federale Sergio Luzzi-Conti, il nativo di Monza è entrato a far parte del Il XV dell’Esercito che partecipava al campionato di Serie B.

Proprio allora il pilone è stato convocato nella nazionale under-23 per una sfida con l’Università di Grenoble. Poi, il 21 maggio 1972, mentre si trovava ancora sotto le armi, ha giocato la sua prima partita con la nazionale azzurra allenata da Umberto “Lollo” Levorato. Si è trattato di una sfida di Coppa Europa con la Spagna, allo stadio Gino Pistoni di Ivrea. La prima linea, oltre che da Bona a destra, era formata dal tallonatore di Frascati Paolo Paoletti (futuro attore teatrale) e dal pilone sinistro Ettore Abbiati. Capitano era Marco Bollesan allora in forza al CUS Genova. Anche l’ala della Lazio Franco Paganelli ha esordito in quella partita, ma poi non è ha dsipuate altre. Alla fine è stato un pareggio per 6 a 6, con due piazzati del trequarti della Partenope Vittorio Ambron.
Il 26 novembre dello stesso anno è arrivato per Ambrogio il secondo cap con la vittoria sulla Serbia-Montenegro ad Aosta, in quella che è stata la prima partita di Gianni Villa sulla panchina dell’Italia.

Intanto, la squadra dell’Esercito era nettamente in vetta alla classifica, ma il comandante non aveva alcuna intenzione di compiere il salto di categoria, così ha congedato gli atleti con due settimane di anticipo.

Terminata la leva, Ambrogio si è recato a Milano da sua madre, tornata in Italia dopo avere divorziato da Angelo. Bona ha firmato per il Parma, ma la nebbia e il freddo della città emiliana, oltre il richiamo della fidanzata Stefania da Roma, lo hanno fatto pentire immediatamente. Rescisso il contratto, il ragazzo è tornato di corsa nella capitale. La maglia che lo aspettava era quella della S.S. Rugby, il cui presidente, Walfrido Picardi, ha offerto al ragazzone anche un posto di lavoro presso la società di assicurazioni della quale era amministratore delegato.

Nel 1973 Bona è partito alla volta del suo Sudafrica per partecipare a quello che è stato il primo vero tour della nazionale italiana al di fuori dell’Europa, se si esclude il mini-tour in Madagascar del 1970. Pensare di recarsi a giocare in Sudafrica in quel periodo era pura utopia, vuoi perché l’Italia in ambito internazionale contava meno di niente e vuoi perché iniziava a farsi strada l’idea di un boicottaggio sportivo nei confronti di un paese in cui vigeva il regime di apartheid. In effetti, il CONI ha chiesto ai ragazzi allenati da Gianni Villa di rinunciare al viaggio, ma l’occasione era troppo allettante e così a giugno gli Azzurri hanno spiccato il volo.
Era una squadra piuttosto giovane quella italiana, dove i più anziani, che vuol dire sulla trentina, erano il capitano Marco Bollesan e il rovigotto Doro Quaglio. Gli altri erano, tanto per citarne alcuni, Salvatore Bonetti, detto Nembo Kid, Rocco Caliguri, Arturo Bergamasco, padre di Mauro e Mirco, Nello Francescato, Lelio Lazzarini, il gigantesco seconda linea Adriano Fedrigo e, naturalmente Ambrogio Bona, che giocava in prima linea con Paolo Paoletti e Anacleto Altigieri, il quale debuttava proprio in quel tour. A Villa era stato affiancato il tecnico sudafricano, nonché ex pilone, Amos Du Plooy.

Il primo match è andato in scena il 16 giugno ad Harare, che allora si chiamava ancora Salisbury, capitale della Rhodesia, oggi indicata sulle mappe come Zimbabwe. I locali hanno vinto 42 a 4 e i punti italiani sono stati il frutto della quinta meta internazionale di Bollesan (dal 1971 la meta era passata a valere quattro punti).
Poco dopo i ragazzi si sono trasferiti in Sudafrica, dove hanno disputato otto gare contro squadre locali, alle quali la nostra federazione ha assegnato il cap. Le sfide sono state tutte perse, anche se alcune con minimo scarto, tranne quella con una selezione di giocatori di etnia bantù chiamata Leopards, merito di un’altra meta del capitano, di una marcatura di Salvatore Bonetti e dei punti al piede del petrarchino Lelio Lazzarini.
L’11 luglio a Johannesburg, durante l’ultima partita del tour contro Transvaal, l’atleta della Rugby Roma Rocco Caligiuri ha centrato l’acca con tre drop. Era la prima volta che succedeva in una sfida internazionale in Sudafrica, tant’è che l’evento è ricordato ancora oggi da una targa all’esterno dell’Ellis Park.
Contro Western Trasvaal, invece, Bona ha ricevuto un calcio in testa ed è rimasto steso a terra. Entrati i sanitari, lui ha risposto loro in afrikaans, lingua che conosceva bene grazie alla sua infanzia. Il giorno dopo sui giornali è uscito il titolo: “Giocatore italiano prende una botta in testa e parla l’afrikaans.” Gli stesi giornali alla fine del tour hanno scritto: “Gli avanti italiani non hanno mai perso.”

Tornato in Italia, grazie all’amicizia che si era creata durante il tour con Altigieri (che verrà a mancare all’inizio del 2016 a soli 66 anni) Ambrogio si è trasferito su consiglio di questi presso la Rugby Roma griffata Algida, trovando anche lavoro come rappresentante presso la casa discografica RCA. La coppia di piloni Bona-Altigieri è considerata ancora oggi una delle migliori ad avere dato battaglia sui campi da rugby.

Il 21 novembre, sempre del 1973, a L’Aquila è approdata la nazionale australiana, reduce da un tour europeo non proprio esaltante. Il risultato finale è stato di 59 a 21 a favore degli ospiti, ma l’esperienza per gli azzurri è stata decisamente positiva.

Ambrogio non ha preso parte al tour che la nazionale ha svolto in Inghilterra nel marzo del 1974, ma era in campo il 15 maggio seguente a Brescia, dove l’Italia ha sconfitto con il punteggio di 25 a 10 di nuovo i Leopards, al loro primo tour all’estero. Quella dei Leopards è stata anche la prima squadra del Sudafrica a “visitare” l’Italia. Prima di essere sconfitto a Brescia, il XV di colore aveva vinto con le Zebre a Milano e pareggiato contro l’Under-23 italiana.

Il 15 marzo dell’anno seguente, nell’ambito della Coppa FIRA, il baffuto pilone ha affrontato a Roma la Francia per la prima volta, anche se i francesi in quel periodo non consideravano il nostro rugby alla loro altezza e inviavano sul campo le seconde scelte. Gli Azzurri, ora affidati alle cure del gallese Roy Bish, hanno perso con il punteggio di 9 a 16.

A settembre la nazionale italiana è tornata a viaggiare nel Regno Unito. Dopo avere incontrato e perso con gli scozzesi del Gala e dell’Heriot, gli uomini capitanati dal triestino Umberto Cossara hanno affrontato a Gosforth l’under-23 inglese. È stato questo il primo match ufficiale contro una nazionale britannica, anche se di livello giovanile. Gli Azzurri sono usciti sconfitti 16 a 29, subendo quattro mete e i punti al piede della futura stella del XV della Rosa Dusty Hare.

Il 21 ottobre 1976 l’Italia ha sconfitto all’Appiani di Padova la nazionale giapponese per 25 a 3. Due settimane dopo a Milano sono arrivati ancora i Wallabies, reduci da due sconfitte in terra francese. Quel giorno, all’Arena Civica, gli azzurri hanno mancato davvero per un soffio una clamorosa vittoria. Sotto il diluvio, infatti, è finita 16 a 15 per i giallo-oro, con gli uomini del capitano Salvatore Bonetti che hanno messo punti sul tabellino grazie al mediano di mischia Ercole Manni, autore di una meta, e ai calci dell’aquilano Ennio Ponzi.

Nel 1977 si è venuta a creare una frattura tra la Federazione Italiana e Roy Bish. Bona si è schierato al fianco del proprio allenatore e ha chiesto ai compagni di firmare una lettera nella quale si chiedeva di non esonerarlo. Subito dopo, però, la nazionale ha perso a Casablanca con il Marocco per 9 a 10; Bish è stato licenziato ed il pilone, per principio, ha detto addio alla maglia azzurra.

In agosto il ragazzo, così come il trequarti del Treviso Rino Francescato, è stato invitato a partecipare ad un tour in Sudafrica con il World XV, squadra che rappresentava il meglio del rugby mondiale. Il tour, organizzato da Brian Lochore e Frank Olivier, capitano degli All Blacks di quel periodo, ha visto l’ostracismo di tutti i vertici dello sport mondiale a causa del regime di apartheid vigente nel paese africano. Anche in Italia il presidente della federazione Aldo Invernici e quello del CONI Mario Pescante hanno posto il loro veto alla partecipazione dei due atleti, ma l’occasione era troppo ghiotta e, tanto Ambrogio quanto Rino, hanno deciso di rischiare la squalifica e partire ugualmente. Il World XV, allenato dall’irlandese Syd Millar, vedeva schierati campioni del calibro di Willie John McBride, che era il capitano, Gareth Edwards, JPR Williams, Sandy Carmichael e Jean-Pierre Rivers.

Al loro rientro in patria i “ribelli” hanno subito non più che un buffetto sulle guance sotto forma di squalifica di quaranta giorni. Il pilone, però, che si era anche infortunato dopo la bella prova con Western Province, si è visto consegnare una lettera di licenziamento da parte della RCA.

A convincere Bona a rientrare tra i ranghi è stato il nuovo presidente federale Aldo Invernici, il quale, dopo i brevi passaggi sulla panchina italica di Isidoro Quaglio e del gallese Gwyn Evans, ha portato in azzurro il guru francese Pierre Villepreux. Pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia, Pierrot ha dovuto affrontare l’Argentina di Hugo Porta a Rovigo. Ancora spaesato, il nuovo coach non aveva idea di chi mettere in campo, così ci ha pensato Invernici, che ha eletto Bona capitano e gli ha chiesto di stilare una lista di giocatori da convocare. Il 24 ottobre gli Azzurri sono usciti trionfanti dal Battaglini con il punteggio di 19 a 6 e la loro mischia, formata dai piloni Bona e Anacleto Altigieri, dal tallonatore Claudio Robazza, dalle seconde linee Adriano Fedrigo e Fulvio di Carlo, dai flanker Fiorenzo Blessano e Paolo Mariani e dal terza centro Elio de Anna, ha fatto vedere i sorci verdi alla famosa Bajadita.
Neanche un mese dopo, però, gli italiani sono stati capaci di perdere a Roma con L’URSS.

Passato un altro mese, esattamente il 17 dicembre 1978, nella sfida di Treviso contro la Spagna, il pilone della Rugby Roma ha marcato la sua unica meta in maglia azzurra.

Il 18 febbraio del 1979 Ambrogio era schierato sull’erba del Plebiscito di Padova per disputare l’incontro di Coppa FIRA contro la nazionale francese, con i galletti che ci hanno battuto 16 a 9. A settembre il capitano ha guidato l’Italia ai giochi del Mediterraneo che si sono svolti nella ex Jugoslavia. Gli uomini di Villepreux hanno vinto il loro girone davanti a Spagna e Marocco per poi essere sconfitti nella finale di Macarsca dalla solita Francia, con il punteggio di 12 a 38.

Il 28 novembre, sempre del 1979, Ambrogio Bona ha condotto i suoi uomini ad un’epica battaglia contro gli All Blacks a Rovigo.
È stato questo il primo incontro tra le nazionali di Italia e Nuova Zelanda, anche se soltanto la federazione italiana ha concesso ai propri giocatori il cap internazionale.
Gli All Blacks, che arrivavano dalle vittorie conseguite in Scozia ed Inghilterra, hanno chiuso la prima frazione di gioco avanti 15 a 6, grazie alle mete di Murray Mexted e Bernie Fraser entrambe trasformate da Allan Hewson, autore anche di un penalty. Per gli Azzurri, che giocavano con la maglia bianca, i punti sono stati realizzati da due piazzati di Stefano Bettarello.
Nella ripresa Richard Wilson ha centrato di nuovo i pali con una punizione che ha portato il risultato sul 18 a 6, poi sono usciti i nostri ragazzi. Al 70° minuto Nello Francescato ha schiacciato oltre la linea proibita la prima meta italiana agli All Blacks della storia. Un’azione stupenda, veloce, precisa, con otto passaggi in 15 secondi, che ha lasciato i maestri allibiti. La trasformazione di Bettarello ha fatto scrivere sul tabellone Italia 12 – Nuova Zelanda 18: un risultato che ancora oggi è il migliore conseguito nelle sfide con i neri.

Il 1979 è anche l’anno in cui la Roma ha perso la sponsorizzazione dell’Algida ed è finita a navigare in cattive acque economiche. Ambrogio è stato così costretto a porre termine alla sua avventura nella capitale. Durante le sue cinque stagioni con i bianco-neri, il pilone ha raggiunto tre volte il terzo posto nel massimo campionato di serie A., giocando oltre cento partite e togliendosi anche qualche soddisfazione, come nella prima giornata della stagione 1977-78, quando i romani hanno espugnato Monigo battendo 15 a 9 il Treviso, squadra che poi avrebbe conquistato lo scudetto.
Bona sembrava avviato proprio in direzione Treviso, ma Pierre Villepreux gli ha consigliato la Francia, dove avrebbe guadagnato di più. Il pilone si è sistemato tra le fila del Montferrand, club con sede a Clermont-Ferrand nel quale un ventina di anni dopo militerà Alessandro Troncon. Si era ancora nell’era del dilettantismo e oltre al posto in squadra il ragazzo ha ottenuto pure un lavoro presso la Michelin.

Bona è rimasto soltanto la stagione 1979-80 con il Montferrand, scendendo in campo in 15 occasioni, 14 da titolare. La prima il 21 ottobre 1979, in casa contro il Montauban, partita terminata 50 a 3 per la sua squadra. Due settimane più tardi il pilone ha marcato una meta al Périgueuxf. A fine stagione saranno tre le volte che Ambrogio ha schiacciato l’ovale oltre la linea degli avversari, con il club dell’Auvergne-Rhône-Alpes che si è fermato agli ottavi di finale del TOP 14, sconfitto 11 a 13 dallo Stade Bagnérais.

La vita nella squadra francese, però, non è stata semplice. Ambrogio non era amato dai compagni; aveva “rubato” il posto al pilone locale e aveva la sfortuna di essere italiano. Oltre a questo, gli impegni con la nazionale lo tenevano spesso lontano durante il campionato e i vertici del Montferrand non si sono dimostrati molto tolleranti, decidendo di venderlo. Il ragazzo è allora finito all’Auch di Jacques Fouroux.

Bona si allenava, ma non ha giocato alcuna partita di campionato. Lo ha fatto invece con lo Stade Bagnérais, ma ormai lui non ne poteva più di restare in Francia e ha deciso di tornare nel paese d’origine.

Intanto, il 1980 si è aperto con un’asfaltata da parte dei “cugini” d’Oltralpe nell’ambito della Coppa FIRA; un 46 a 9 patito proprio nello stadio del Montferrand, con nove mete subite e una sola realizzata grazie a Massimo Mascioletti.
A questa è seguita la vittoria sulla Romania al Fattori di L’Aquila e poi, a giugno la nazionale italiana è partita per un tour nel Sud Pacifico, con tappa iniziale negli Stati Uniti.

È stato il primo grande tour dell’Italia dopo quello storico del 1973 in Sudafrica e Rhodesia. La squadra di Pierre Villepreux, però, ha ottenuto risultati inferiori alle aspettative.
L’Italia capitanata da Ambrogio Bona ha iniziato il tour l’11 giugno al Veterans Memorial Stadium di Long Beach, perdendo con i Californian Grizzlies 9 a 18. Tre giorni più tardi gli Azzurri hanno perso anche a Suva con il XV delle Fiji con il risultato di 3 a 16. È seguita la sconfitta per 12 a 30 sull’erba dell’Eden Park di Auckland per mano dei Junior All Blacks (la seconda nazionale della Nuova Zelanda) dove militava Warwick Taylor, futuro campione del mondo con un passaggio anche in Italia tra le fila del Veneziamestre. Soltanto venti ore più tardi la squadra ha disputato ad Avarua la partita contro la nazionale delle Isole Cooke, anche questa persa 6 a 15; una disfatta certamente da attribuire alla stanchezza.
Gli unici successi per gli azzurri sono arrivati contro le selezioni neozelandesi di Waiparapa Bush, il cui coach era un certo Brian Lochore, e di Horowhenua, per poi chiudere il tour l’8 luglio a Papete con la neonata (grazie a Villepreux) selezione di Tahiti, asfaltata 74 a 0.

L’8 marzo 1981 la Francia (si parla sempre di seconda squadra naturalmente) è calata a Rovigo e ha punito la nostra nazionale con il punteggio di 17 a 9. La sida successiva di Coppa FIRA si è disputata il 12 aprile a Braila, in Romania, ma, essendosi infortunato, Ambrogio è stato costretto ad assistere dagli spalti i compagni che subivano una dura lezione e perdevano 9 a 35 (capitano quel giorno era Nello Francescato mentre pilone destro ha giocato Giancarlo Pivetta). È stata questa l’ultima partita di Villepreux sulla panchina azzurra. Bona, invece, questa sconfitta proprio non è riuscito a digerirla e ha sfogato la sua rabbia bevendo vodka. Si è ubriacato e ha rotto con i pugni la vetrata dell’albergo in cui risiedeva la comitiva italiana, rischiando di essere arrestato. La disciplinare lo ha sospeso e per il pilone nato a Monza, già logorato dall’esperienza in terra francese, è stata la fine ingloriosa di una straordinaria carriera internazionale.

In maglia azzurra Bona ha disputato 50 partite, 18 delle quali come capitano.

Il pilone ha proseguito la sua avventura nel rugby passando per varie squadre quali Calvisano, Brescia, Mogliano, Amatori Catania, sino ad un brutto incidente d’auto avvenuto nei pressi di Firenze che gli ha causato la frattura della settima vertebra e che l’ha tenuto fermo un anno. Poi, a 40 anni, è entrato un ultima volta in campo con la Rugby Roma del presidente Renato Speziale, appena risalita in serie A1, nelle vesti di giocatore-allenatore al fianco del sudafricano Pote Fourie. A fine stagione il pilone ha appeso definitivamente le scarpette al chiodo.

Una volta ritiratosi dal gioco, Bona ha iniziato l’attività da allenatore presso la S.S. Lazio 1927. L’ex capitano azzurro è arrivato a compiere anche qualche gesto estremo per salvaguardare la società romana, come incatenarsi ai cancelli del CONI per portare l’attenzione sul problema dell’illuminazione all’Acquacetosa.

Ambrogio è rimasto con i bianco-azzurri sino al 1999, facendoli salire dalla C2 alla serie B. Poi, nel dicembre del 2002, è stato assunto dal nuovo presidente Gioberto Ciucci come allenatore della Lottomatica Rugby Roma assieme a Gonzalo Camardon, per sostituire Pino Lusi. Lo scopo era quello di fare uscire il club dalla crisi in cui era caduto.

L’anno successivo Ciucci, stanco di sentirsi rinfacciare la sua estraneità al mondo del rugby, ha deciso di lasciare l’incarico e, non avendo trovato chi acquistasse la società, l’ha ceduta a titolo gratuito a Bona, il quale, per salvare il glorioso club ha dichiarato di essere pronto anche ad incatenarsi alla statua di Marco Aurelio al Campidoglio.

La Rugby Roma è entrata di nuovo in crisi nel 2004, quando è retrocessa dal Super 10 alla serie inferiore. A quel punto i bianco-neri sono stati rilevati da Paolo Abbondanza (titolare, tra gli altri, del marchio Futura Park che ha dato il nome alla squadra). L’ex pilone ha mantenuto la sua posizione di presidente del club sino all’ottobre del 2006, quando, a causa di contrasti con gli obiettivi societari, ha deciso di lasciare.

Nel 2014 a Bona è stato affidato il compito di consulente per la mischia presso il gruppo tecnico del Comitato Nazionale Arbitri.

Nel settembre del 2016 Alfredo Gavazzi, da poco eletto per la seconda volta presidente della Federazione Italiana Rugby, ha fatto il nome del 65enne ex capitano azzurro per sostituire il dimissionario Maurizio Vancini come responsabile degli arbitri italiani.

 

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